Roma principalmente non sapea darsi pace di tale vedovanza; sossoprata a vicenda da una plebe irrequieta e da una faziosa feudalità, più non aveva amministrazione, non giustizia; i palagi cadeano in ruina; le chiese deserte si sfasciavano; il culto isquallidiva. I Romani volgean dunque la memoria e il desiderio alle antiche magnificenze, e Cola di Rienzo, fattosi tribuno del popolo, si propose di richiamare i papi a Roma, e ripor questa a capo del mondo civile. Sono note le scene sue, tra fiere e buffe; ripetute poi tante volte e in sì varj toni, che non si osa nè riderne, nè vituperarle. Fatto è che, elevato un momento dall'aura popolare, e con altrettanta prestezza abbandonatone (1347), dopo repressi i nobili, citati i re e fino l'imperatore a venire a ricevere i decreti del popolo romano, a stento fuggì a cercare ricovero tra i Fraticelli di Monte Majella.
Il papa, rintegrata la sua autorità, mandò il cardinale Egidio Albornos spagnuolo (1353) per «ispegnere l'eresia, reprimere la licenza, procurare la salute delle anime, e rintegrare l'autorità della Chiesa colla pace e colla guerra». In fatti egli si sottopose i varj Comuni, in ciascuno de' quali avea fatto nido un tirannello; e raccolti a Roma i deputati di tutti essi Comuni (1357), d'accordo con loro dettò una costituzione.
Il dominio temporale non ha che vedere colla fede, e in conseguenza non è soggetto di eresia, e noi già indicammo come avesse un'origine più antica e più popolare di qualunque altro, e qual concetto se ne portasse allora. Qui però ci cade di osservare come i papi, conforme alle idee del medioevo, tanto diverse dall'assolutismo dello Stato, introdotto dai moderni, esercitassero il dominio in unione col popolo, cioè colla repubblica romana. Allorchè essi stettero lontani, questa prevalse a tal segno, che Cola citava l'imperatore e gli elettori di Germania a giustificare i loro titoli davanti al popolo romano.
Fu il cardinale Egidio Albornos che tolse a stabilirvi una vera sovranità, a quel modo che allora diveniva generale: distrusse i signorotti, recuperò le città, ben liete d'obbedire al pontefice piuttosto che a tirannelli; e colle Constitutiones Ægidianæ garantiva molti privilegi, pure procurando, massime nella Marca d'Ancona, assicurare il libero esercizio della sovranità mediante l'unità delle provincie. Quelle costituzioni rimasero il vero diritto pubblico della Romagna, furono stampate nel 1472, e dipoi con aggiunte varie: la Santa Sede, uniformandosi alle idee principesche le quali andavano prevalendo, s'ingegnava d'ampliare le sue prerogative, mentre le provincie attenevansi gelose ai proprj statuti: sicchè la sovranità pontifizia rimaneva piuttosto nominale al modo antico, anzichè dispotica.
Così s'andò fino alla rivoluzione del 1797, che spossessò i papi; poi la restaurazione del 1814 li ripristinò. Gli avversarj del dominio temporale si sforzano di provare che questo dominio esercitavano essi sempre in dipendenza della supremazia imperiale. Rinneghiamo tutta la storia, e concediamo ai realisti questo fatto. Ma il sacro romano impero nel 1804 era cessato, e tutte le dominazioni da quello dipendenti restavano dichiarate di piena autorità; ne' congressi del 1815 si convenne che ogni signoria mediata cessasse, e la sovranità fosse piena in ciascuno e indipendente. Anche i papi dunque rimanevano padroni assoluti del loro Stato, a fronte ai re. A fronte ai popoli avrebbero dovuto osservare i privilegi, che loro aveano conceduti e mantenuti da antico. Ma questi erano stati cancellati dalle illimitate signorie degli usurpatori, che avevano avvezzati all'incondizionato despotismo. I restauratori poi non voleano, e massime in Italia, che esistessero costituzioni e diritti scritti di popoli: nemici alla storia, come chiunque vuole tiranneggiare. Imposero dunque al papa di farsi re assoluto, come essi erano, e fu allora che il cardinale Consalvi, non abborrente dalle idee nuove, fece dettare dal papa il motu proprio, che sistemava l'amministrazione pubblica con aspetto di legge generale, invece delle antiche molteplici e parziali; dal centro doveano partire le nomine de' magistrati, gli editti, le leggi finanziarie; solo delle moderne avanie non si volle imporre la coscrizione, che pure è indispensabile per sostenere le altre.
Novissimo dunque era l'assolutismo in terra di papa, e quando Pio IX iniziava e benediva il moto italiano, nella costituzione 14 marzo 1848 protestò di non fare che «riprodurre alcune istituzioni antiche, le quali furono lungamente lo specchio della sapienza degli augusti nostri predecessori»; e che «ebbero in antico i nostri Comuni il privilegio di governarsi ciascuno con leggi scelte da loro medesimi, sotto la sanzione sovrana».
Ecco una delle mille prove che la libertà è antica, e nuovo il despotismo; se non che, perduto ogni senso morale e politico, oggi si applica all'uno il nome dell'altra.
Quest'esiglio d'Avignone viene allegato, nelle odierne controversie, per indicare la possibilità di assidere il papa altrove che a Roma. Chi ciò desidera, non potrebbe scegliere nella storia esempio più sfavorevole, tutti essendo d'accordo nel deplorare quell'età, e mostrar che i papi non devono essere cittadini di paese altrui. Inoltre si avverta che il papa era sempre il vescovo di Roma, non mai il vescovo d'Avignone o di Peniscola, e teneasi fuori della sua sede per circostanze sciagurate. Già sant'Ireneo diceva che «la Chiesa di Roma ha un primato, pel quale tutte le altre devono accordarsi con essa nella fede». Talchè, anche data al problema l'unica soluzione possibile, l'espulsione forzata del papa da Roma, neppure d'un passo s'avanzerebbe la soluzione.
Ma tenendoci ai tempi di quell'esiglio, Roma altalenò sempre fra insania demagogica e oligarchica arroganza, or ribelle al pontefice per bizzarria, or sottomessagli per paura. Le baruffe invelenivano ancora più dacchè i papi, non risentendone gl'incomodi, poco curavano sopirle. I papi stessi sentivansi fuori di posto in una terra dove vestivano aspetto d'un esule ricoverato, piuttosto che di sovrano dei re; e dove prelati quasi tutti francesi davano alla Corte un'aria nazionale, ben diversa da quella cosmopolitica che soleva in Roma. Più volte dunque proposero di ritornare, ma o nol fecero, o per breve, e solo dopo settantun anno e tre mesi la santa sede fu restituita di Francia in Italia.
Queste miserie diedero nuova scossa alla maestosa unità cattolica, preponderante nel medioevo. Se gl'Italiani favorivano alla Santa Sede pel vantaggio che ne traeva il loro paese, eransene intepiditi dacchè quella esulava; e gli stranieri trovavano più oneroso questo migrare di tanto loro denaro a paese che non era considerato seconda patria di tutti come Roma. I vescovi dall'assenza del papa pigliavano esempio per allontanarsi dalle loro diocesi. La contesa coi frati Minori aveva resa ostile alla Santa Sede la milizia sua più devota; e al vedere condannate persone pie, cui sola colpa dicevasi l'eccesso della povertà, si richiamavano le declamazioni d'Arnaldo di Brescia contro i possessi ecclesiastici e la corruttela derivatane. Le nazioni eransi formate attorno ai vescovi, donde l'assoluto potere ecclesiastico, come di padre sopra i figliuoli. Costituitesi, ingrandite, vollero svilupparsi dalle fasce della Chiesa per vivere di vita propria, compresero che il temporale potea sussistere disgiunto dallo spirituale: onde alla società senza limite di spazio surrogavano società parziali e distinte, all'andamento generale le particolari destinazioni.