E contro Dante si svelenisce più volte Cecco, asserendo che andò all'inferno e più non risalì, anzi rimase nel basso centro, ove il condusse la sua fede poca; e confutandone le dottrine più rette intorno al libero arbitrio dell'uomo, e accusandolo d'aver amato con desio una donna, e lodato le virtù di un sesso, del quale egli non rifina di dir ogni male, non eccettuando nessuna. Di rimpatto, esso pretende innovar lo scibile, e per esso la vita umana nell'attuazione intellettuale, morale, religiosa, professando il materialismo e il comunismo; l'astrologia, le scienze occulte, con mille superstizioni e fanciullaggini; insegnando, anzi esortando agli incantesimi; inveendo contro chi non gli ammette[176].
Le magie e i sortilegi non erano spettanza dell'Inquisizione, siccome leggemmo nella Maestrazza, se già manifestamente non tenessero alcuna resia[177].
Tale appunto era il caso di Cecco. Giovanni Villani narra[178] che, nel trattato sopra la Sfera, avea messo che per incantamenti sotto certe costellazioni possono costringersi gli spiriti maligni a far cose meravigliose; che l'influenze delle stelle portano necessità, ed altre cose contro la fede. L'inquisitore lo riprovò, e gli fe giurare di non adoprar più questo libro, ma esso l'usò di nuovo a Firenze, onde fu preso dal cancelliere del duca d'Atene, allora dominante.
E un libretto contemporaneo, conservato in più biblioteche, particolareggia come frà Lamberto da Cingoli, inquisitore in Bologna, a' 16 dicembre 1324 lo condannò perchè avesse scompostamente parlato della fede, e obbligatolo a una confessione generale e a certe penitenze, gli tolse tutti i suoi libri d'astrologia, e gli proibì di più leggere questa scienza, e privollo dell'onor del dottorato e di qualunque magistrato. Quel processo fu mandato a frate Acursio fiorentino de' Minori Osservanti, a 17 luglio 1327, il quale citatolo, lo pronunciò eretico, e lo rimise al braccio secolare, onde il dì medesimo fu fatto bruciare. Della sentenza ecco le parti principali:
Precedente la fama pubblica sparsa da molte persone degne di fede, ci venne all'orecchio che maestro Cecco, figliuolo dell'illustrissimo Simone Stabili da Ascoli, andava spargendo per la città di Firenze molte eresie; e quello ch'è cosa più brutta, dava a leggere per le scuole pubbliche un certo suo eretico libretto, fatto da lui sopra la sfera celeste, contro al giuramento altre volte da lui dato. Facemmo alla presenza nostra venire il detto Cecco: e nella esamina, ricevendo prima il giuramento di dire la verità, senz'altra strettezza o forza, ma di sua libera e spontanea volontà, disse e confessò:
1º Come, essendo già stato citato e richiesto da frate Lamberto di Cingula, inquisitore nella provincia della Lombardia, confessò com'egli aveva insegnato per le scuole, che l'uomo poteva nascere sotto tale costellazione, che necessariamente sarebbe o ricco o povero, e simile: se Dio già non mutasse l'ordine di natura. 2º Che aveva con giuramento promesso al detto frate Lamberto di lasciare ogni eresia e credenza, e ogni favore degli eretici, massime degli astrologi, e osservare la fede cattolica, e che ricevette la penitenza. E che, dopo dato il giuramento e fatto la penitenza, poi che venne a Firenze gli fu domandato se, per scienza astrologica, si potea sapere la fortuna o disgrazia di un esercito o di un principe, e rispose che sì: perchè una cosa che è possibile, disse, si può comprendere per mezzo di una scienza. E confessò aver consigliato i signori non esser bene per ora combattere coi nostri soldati contro il Bavaro; ma che se li concedesse il passo, infino a tanto che, con vera scienza di astrologia si potesse pigliare il tempo e il giorno atto alla guerra. E disse credere che le predette cose si possono sapere per scienza di astrologia, e che non crede esser questo contro la fede. 3º Asserì che aveva fatto più profitto nell'astrologia, che alcun altro, da Tolomeo in qua. 4º Confessò, che, domandato da un Fiorentino che gli dichiarasse il libro dell'Alcabizzo, che tratta de' segni e cognizione de' segni, della natività degli uomini, e dello eleggere i tempi del comprare, del vendere, e degli altri atti ed esercizj umani, gli disse che aveva fatto un comento sopra detto libro, e che perciò procurasse di averlo. 5º Disse aver composto un libro sopra la sfera. Ora, le cose che si contengono in detto libro, non viste per detto inquisitore, sono contrarie alla natura e nimiche alla verità cattolica. Che cosa più eretica, e più a Dio e agli uomini infesta che dire, per la necessità de' corpi superiori e virtù delle costellazioni, come dice un tal libro, Gesù Cristo nascesse povero? Che Anticristo abbia a nascere da una vergine, e che abbia a venire duemila anni dopo Gesù Cristo, in forma di soldato valente, accompagnato da nobili, e non come poltrone accompagnato da poltroni? Qual maggiore eretica falsità che il porre l'ora, il luogo, la qualità della morte, le quali cose sono al tutto incognite al genere umano? E nelle azioni umane, col giudicare secondo la disposizione e operazione de' corpi celesti si toglie al tutto il libero arbitrio, e per conseguenza il merito e il demerito. E benchè egli al presente preponesse la divina potenza e il libero arbitrio, nondimeno è stato convinto per testimonj che hanno deposto contro di lui. E quando si avesse a oprare con tale supposizione, che cosa si potrebbe fare col libero arbitrio? Nè vengono scusati tali errori dicendo, che queste cose non procedono di necessità, dicendo. La scienza dimostra quello che tu pensi, che porti chiuso in mano. Perchè così in fatto suppone, e con le parole nega. Nè scusato debb'essere dicendo che crede non essere contro la fede pigliare il tempo, eleggere guerra, e simile; che sarebbe una ignoranza molto grossa, anzi un'opinione eretica. Il dire ancora i suoi scritti essere stati corretti per il detto inquisitore di Bologna, questo non è vero nè verosimile, anzi contrario, come apparisce per le proprie lettere dello stesso inquisitore. E posto che fussino corretti, egli se n'è servito ne' casi dove sono i maggiori errori. Nè debbe scusare che in fine delli detti scritti esprime che, se in quelli fossero alcune cose non ben dette, di rimettersi alla cognizione della santa Madre Chiesa; perchè in quella si sono trovate espresse eresie, scritte dopo aver giurato; e basta che una sola volta abbia ingannato la Chiesa; perchè questa protestazione è indirettamente contraria al fatto stesso, e l'aggrava maggiormente. E siccome non possiamo nè dobbiamo passare tali e tante cose fatte per lo detto maestro delli errori, in dispregio dell'Eterna Maestà e per lesione della fede cristiana, considerata la sentenza data per frate Lamberto contro di lui, e il giuramento ch'esso fece, e la penitenza che ricevè, della quale non si curando, dice non si ricordare; e viste le altre cose che dal medesimo inquisitore abbiamo ricevuto, e udito i testimonj e le sue confessioni, e datoli il termine per finirle, e scusarsi; e poichè nè fece alcuna scusa, nè fare procurò, e, nel giorno che seguiva detto termine, quelle raffermò di sua spontanea volontà, e disse di nuovo essere vere; conferita la cosa con prelati, e molte altre persone e dottori di legge, e consigliandoci doversi procedere alla sentenza, come cascato nella pena dell'inosservanza del giuramento dato di non attendere più all'eresia, e avuto sopra le predette cose nuovo parlamento con più e diverse persone, religiosi teologi, e con altri tanto chierici che laici, pronunziamo il detto maestro Cecco, eretico costituito in nostra presenza, essere cascato nell'eresia, nella quale con giuramento aveva già promesso di non cascare, e pertanto doversi dare e concedere al giudizio secolare. E così lo concediamo al nobile milite messer Jacopo di Brescia, con onore ducale vicario fiorentino, presente e accettante dell'ill.mo Cecco, per punirlo con la debita pena. E ancora il libro composto sopra la sfera, pieno di eresie e d'inganni; e un altro libro in volgare nominato l'Acerba (dal qual nome ne segue, che non contiene in sè maturità alcuna, presupponendovi che molte cose che appartengono alla virtù e ai costumi nascono dalle stelle, e a quelle ritornano come a loro cause) e riprovando tutti i suoi ammaestramenti, senza dottrina composti, e dannando diversi, ordiniamo di abbruciare con detto Cecco. E così ordiniamo e comandiamo.
La condanna di Cecco non fu dunque per magia e astrologia: del che troppe persone erano macchiate allora, eppur teneansi a servizio da Comuni, da principi, da prelati. Bensì per eresie, e per esservi ricaduto dopo la promessa. E per verità, studiando l'opera di Cecco, vedesi ch'egli mirava a un innovamento della scienza, e per mezzo di questa, a un innovamento della vita nell'intelletto, nella morale, nella religione, e a ciò adoprava l'insegnamento, la conversazione, i libri. La scienza sua nuova consisteva nella necessità universale e nell'antivedere; le intelligenze erano le cagioni; loro organi le stelle; ogni cosa sotto la luna aver effetti necessarj; tutto esser fatato. L'uomo però, mediante la scienza, può costringere le intelligenze a palesargli il futuro. Perchè questa nuova scienza prevalesse, bisognava aver distrutta la verità razionale e la rivelata; e Cecco lo faceva con una fermezza, che non si smentì neppur davanti al rogo.
Insomma egli rappresenta la scienza naturale, contro la scienza cristiana di Dante: e potrebbe anch'essere che i Fiorentini, i quali vivo aveano cacciato Dante, morto il volessero vendicare perseguitando Cecco suo detrattore: il che viepiù ci si rende probabile vedendo principale avversario di lui Dino del Garbo. Anche l'Orgagna, nel Camposanto di Pisa, lo dipinse nell'inferno. Pure il suo poema nel principio del cinquecento fu ristampato ben diciannove volte; e il gesuita Appiani ne fece un'insulsa difesa, pretendendo fosse d'inappuntabile dottrina. Speriamo non si qualifichi egualmente quella che noi stendemmo del poeta teologo d'Italia, contro o uno zelo intemperante, o un'arguta miscredenza.
DISCORSO VIII.
L'ESIGLIO D'AVIGNONE. IL GRANDE SCISMA. CONCILJ DI COSTANZA, DI BASILEA, DI FIRENZE.
Intanto nell'esiglio avignonese i papi succedevansi, sempre col proposito di ritornare all'antica sede, ma sempre permanendone lontani. Avignone, città libera del contado di Provenza, che poi fu comperata dal papa, era preferita dai cardinali, perchè non si trovavano a fronte d'una plebe riottosa come la romana, nè di tracotanti baroni: adagiatisi colà come in domicilio stabile, ornarono di palazzi suntuosi la piccola città, e al papa persuadevano dover lui preferire la Francia, centro dell'Europa, meglio governata e quieta che l'Italia, più santa di Roma perchè religiosissima la chiamava già Cesare, e i Druidi vi esistevano prima del cristianesimo. Ma la prolungata assenza disgustava gl'Italiani, soliti a bersagliare i papi finchè li possedono, ribramarli appena perduti. E tanto più che, cessando i vantaggi, non cessavano gli sconci; e i papi continuavano guerre per sottomettere popoletti riottosi o signorotti ribellanti. Mentre le spese della Corte aumentavano, le rendite d'Italia andavano facilmente distratte: i regni stranieri ricusavano pagare i censi che sarebbero caduti a vantaggio della Francia; sicchè la curia per ripiegare si riservava benefizj e annate, moltiplicava commende e aspettative, e gli altri artifizj di fare denaro. La cattolicità poi non riguardava come abbastanza tutelata la necessaria indipendenza del suo Capo, dacchè esso viveva in una città, libera sì, ma chiusa fra dominj altrui.