Amore spira, noto, ed in quel modo
Ch'ei detta dentro, vo significando.
Certamente l'Alighieri serba quella scienza moderata che non presume spiegare tutto; non dubita della teologia, come neppure della filosofia; crede alla forza del sillogismo, agli artifizj della scolastica per raggiungere la verità; ammira la sapienza di Dio e la provvidenza, anzichè abbandonarsi alla scienza stanca e disillusa che, non credendo più nulla, a nulla conduce. Rimproverato ai Cristiani di non acquetarsi alle ragioni, giacchè, se avessero potuto sapere tutto, non era mestieri della rivelazione[169], fa la più esplicita professione di fede davanti a san Pietro prima d'entrare nell'empireo[170], e sa che per giungere alla salute ci vuol di credere al vecchio e al nuovo Testamento, e all'interpretazione che ne dà la Chiesa[171].
V'è di più: egli riprova esplicitamente l'eresia: a «quei che presumono contro la nostra fede parlare», grida: «Maledetti siate voi, e la vostra presunzione e chi a voi crede»[172]: inneggia san Domenico «che negli sterpi eretici percosse»: nell'inferno vede le arche infocate piene di eretici. Forse erano gente che, in opposto della vita penitente e ascetica d'allora, cercavano i godimenti e l'oblio: ed erano intitolati Epicurei. La loro sètta era molto diffusa in Firenze nel 1115 e 1117, sotto i quali anni Ricordano Malaspini e Giovan Villani attribuiscono i ricorrenti incendj a giudizio di Dio contro la serpeggiante eresia: e il Villani dice altrove che i Patarini erano «epicurei per vizio di lussuria e di gola, che con armata mano difendevano l'eresia contro i buoni e cattolici cristiani».
Dante colloca Federico II nell'inferno tra gli eretici con più di mille, e tra essi Farinata sommo cittadino e Cavalcante Cavalcanti gran dotto, e padre del suo amicissimo[173]. Del primo, il commentatore Benvenuto da Imola riferisce che credeva il paradiso non doversi cercare se non in questo mondo; l'altro asseriva che uomini e bestie finiscono al modo eguale (unus est interitus hominis et jumentorum), e anche il Boccaccio ce lo dipinge che «alcuna volta speculando molto astratto dagli uomini diveniva; e si diceva tra la gente vulgare, che queste sue speculazioni erano solo in cercare se trovarsi potesse che Iddio non fosse».
Al tempo di Dante erasi così lontani dal supporlo eretico, che l'intitolavano Theologus Dantes, nullius dogmatis expers: dopochè morì avvolto nel sajo di san Francesco, non che un legato pontifizio avesse intenzione di disperderne le ossa, queste riposarono benedette in chiesa, dove un legato pontifizio gli eresse un mausoleo, più benigno a lui che non la patria: subito si istituirono cattedre per ispiegarlo, e spesso in chiesa: ed era spiegato al concilio di Costanza, e frà Giovanni da Serravalle, minorita, a istanza de' prelati ivi raccolti, lo tradusse in prosa latina con commenti: nelle Logge Vaticane fu dipinto tra i padri della Chiesa; la sua effigie pendette a Firenze in Santa Maria del Fiore, come ai dì nostri vi fu messo sulla facciata di Santa Croce. Quando nel 1865 la radunata Italia volle celebrare il VI centenario della nascita di esso, l'iracondia da cui è ossessa la rivoluzione nostra volle palesarsi col celebrare l'inimicizia di Dante pei papi e per la religione. Ma mentre il vulgo ufficiale e scribacchiante diguazzava tra quel fango, i meglio pensatori e scrittori d'Italia s'elevarono a rivendicare il vero, e a presentare in Dante il poeta iracondo, accannito contro Bonifazio VIII personale nemico della sua fazione, indignato contro gli abusi della Corte pontifizia, allora oppressa dalla demagogia e dai re, ma pur sempre riverente alle somme chiavi, e attaccato a quella fede, che in Roma ha il centro e gl'interpreti legittimi.
In relazione a quanto sponemmo nel capitolo precedente, noteremo come l'inclinazione al misticismo fosse comune a Dante e a' suoi amici, malgrado lo studio della filosofia e delle scienze naturali e della politica: Dante sta a meditare sul sasso rimpetto a Santa Riparata: Cavalcante fra gli avelli di Santa Maria Novella cerca se si trovasse modo di negare Dio. Per Dante la filosofia era una scienza che vede tutto in Dio, tutto da lui deriva e a lui riferisce; indaga il volere e la parola di Dio; nella natura egli vede simboli del soprannaturale: sotto tale aspetto guardò Beatrice «vestita di gentilezza, d'amore e di fede»[174], col che seguiva l'andazzo del suo tempo, l'educazione ricevuta, la complessiva tendenza della mente e dell'animo. Giovane, pensa farsi frate, e muore con la cocolla di frate: al par de' Fraticelli rimprovera i papi che si danno al lusso e alle cure mondane. E già nella Vita Nuova vedesi la trasformazione di Beatrice in simbolo, finchè nella Commedia quest'amor suo è convertito in desiderio beatifico della somma verità che lo conduce a Dio, attraverso la contemplazione de' tormenti e dell'espiazione.
Avversissimo a Dante si mostrò Cecco Stabili di Ascoli, che fu astrologo di Firenze, e compose un poema intitolato L'Acerba, volendo indicare un acervo o mucchio di cognizioni umane varie; poema filosofico nè bello di poesia, nè ricco di dottrina, ove in cinque rubriche o libri, parlato della scienza, nel sesto parla della rivelazione. La scienza ha secondo i tempi, ma ripetutamente batte Averroè e la sua scuola: nella rivelazione accetta affatto quel che la Chiesa, se non che qui pure mescola ciò che predomina nelle altre parti, la magia e l'astrologia; chiama «cieca gente e storpi intelletti» quelli che non conoscono il linguaggio de' corpi celesti, nè sanno indovinare il futuro, che sprezzavano l'astrologia, parlando «secondo il tempo antico»; credeva a un genio familiare, detto Florone, a' cui responsi sostenea doversi aver fede, sebbene talvolta inganni cogli oracoli suoi, come quando a re Manfredi rispose, Vincerai non morrai.
Le quali e ben più estese follie espone a lungo non solo, ma pretende persuaderle altrui; e lo fece a Bologna commentando la Sfera del Sacrobosco, e a Firenze mediante l'Acerba. Nel proemio all'esposizione del Sacrobosco dice che «molti si promettono giudicare della vita e della morte, e delle cose future mediante arti magiche, le quali sono da santa Madre Chiesa riprovate vituperevolmente (vituperabiliter improbata): e alle cinque scienze magiche, mantica, matematica, sortilegio, prestigio, maleficio prevale l'astronomia, cioè la rivelazione delle intelligenze mediante il cielo, al quale son note tutte le cose». Dalla magia anzi deduce pruove della divinità di Cristo, scrivendo: «Che Cristo fosse veramente figliuol di Dio ci è manifestato da molte cose, e primamente per i tre magi, i quali furono i maggiori astrologi che avesse il mondo, e seppero tutti i segni della natura». Ciò nel trattato della Sfera, dove pone ancora generarsi ne' cieli alcuni spiriti maligni, i quali, sotto l'influenza di certe costellazioni, valevano ad operar cose meravigliose: sotto una di tali costellazioni esser nato Cristo, perciò rimasto povero; mentre sotto un'altra verrebbe l'anticristo, la quale lo farebbe ricco. E tutta l'esposizione, come tutta l'Acerba, è un esaltamento delle varie guise di magia.
Eppure Guglielmo Libri, grand'encomiatore di chiunque fu censurato dalla Chiesa e viceversa, osa vantar quel poema come una vera enciclopedia, e che «l'autore fu uomo dotto non solo, ma di elevati sensi, e sarebbe omai tempo che gl'Italiani cominciassero a venerar la sua memoria, vittima non della sola inquisizione»[175]. Eppure basta scorrer l'opera di Cecco per convincersi come a torto e' gli dia merito di molte verità, le quali esso o accenna confusamente o confuta. Tra quest'ultime è, che la terra sia sostenuta da due forze, una che la tira, una che la respinge, e che noi ora chiamiamo centripeta e centrifuga; ma Cecco riprova altamente alcuni ascolitani e fiorentini che ciò sostenevano, e che probabilmente erano Guido Cavalcanti e Dino del Garbo famoso medico, i quali esso bersaglia. E se veramente Cecco fu medico, il merito principale di quest'arte riponeva nel conoscere, per via delle stelle, quali infermità sieno mortali, e quali no: altro motivo per cui esso Dino gli si palesò avversissimo.