L'opinione di Dante poeta si accorda col suo concetto della monarchia, da noi altrove indicato, e ch'egli espose in un'opera apposita[158]. Impero e Chiesa pretendevano essere istituzioni divine e necessarie: le loro supreme funzioni sono accessibili a chiunque, purchè cristiano, nè il papato, nè l'impero essendo ereditarj; e tutt'e due debbono le loro cure all'intero mondo.

L'ordine religioso dunque e il politico costituivano due società, entrambe universali, distinte ma non separate; e Dante, che, nel vedere quegli incessanti cozzi dei piccoli Stati, era venuto nella persuasione non potessero aver pace se non ridotti all'unità, cerca accordare i due ordini per compiere l'opera sociale del cristianesimo: voleva ci fosse un padrone supremo delle società umane, ma per dirigerle al progresso, per tirare le conseguenze pratiche dai principj cristiani. L'imperatore, nel concetto di Dante, doveva avere predominio sopra tutti i re, dunque anche sopra il re di Roma: mentre allora Bonifazio VIII, e più Giovanni XXII pretendeano a se medesimi l'autorità imperatoria, massime allorchè fosse disputata.

Oh come dunque immiseriscono la quistione que' controversisti d'oggi, che suppongono Dante contendesse al pontefice quel piccolo territorio ch'è patrimonio suo temporale! Esclama egli contro Costantino, non perchè lasciasse le Romagne al papa, ma perchè gli trasmettesse la dignità imperiale, secondo asserivano le favole giuridiche del suo tempo e le pretensioni guelfe; e più chiaramente nel libro III, capo 10 della Monarchia riprende esso Costantino d'aver lasciata ai papi la podestà imperiale, questa non potendosi dividere: col che confuta i Guelfi, i quali ne arguivano che le dignità non potessero riceversi se non dal papa. Del resto egli esalta Carlomagno che, quando il dente longobardo attentò alla Chiesa, la raccolse sotto le sue ale vincendo: e ognun sa che Carlomagno fu l'assertore della sovranità temporale dei papi: esalta la contessa Matilde, la più larga donatrice di beni ai papi. Non volea dunque privarneli esso, bensì che gli adoprassero per Terrasanta e per l'Italia, anzichè sciuparli con Caorsini e Guaschi, e intanto lasciare deserto dai papi il giardino dell'impero. Pure per quel suo libro della Monarchia, dove sostiene che l'imperatore non dipende dal papa se non nelle cose spettanti al Foro interiore, Dante venne tacciato d'eretico, non solo da qualche inquisitore, ma dal famoso giurista Bartolo[159]; da cui lo difese sant'Antonino. Altri dappoi vollero farlo credere non solo seguace, ma corifeo di opinioni ereticali. Duplessis Mornai, detto il papa de' Calvinisti, ne addusse molte opinioni[160] non conformi al cattolicismo, ma Coeffetau rispondendogli rifletteva che Dante riprovò alcuni papi, non la dignità stessa. Il cardinal Bellarmino confutava un libello, che nel secolo XVI erasi pubblicato da un Protestante col titolo d'Avviso piacevole dato alla bella Italia da un nobile giovane francese, ove Dante era dipinto come avverso alle istituzioni cattoliche, o almeno all'autorità dei papi. Il famoso paradossista padre Hardouin nel 1727 asserì che l'autore della Divina Commedia fosse un impostore, mascherato seguace di dogmi eterodossi. Il secolo nostro, destinato a resuscitare tutte le stravaganze dei passati, ripetè quella bizzarria, prima per bocca d'un erudito, poi di Ugo Foscolo[161] e di Gabriele Rossetti[162], i quali, rifuggiti in Inghilterra, vollero ingrazianirsi quegli ospiti, sostenendo che Dante volesse «riordinare per mezzo di celesti rivelazioni la religione di Cristo e l'Italia», e così additando un ascendente illustre alla gran negazione. Dietro loro con multiforme erudizione e logica serrata Eugenio Aroux assunse che tutte le opere di Dante sono un'esposizione ereticale, ed aspirazioni rivoluzionarie e socialiste[163].

Il costoro concetto sarebbe che le scuole patarine non fossero mai spente in Italia, ma vivessero in congreghe secrete, in una specie di framassoneria, dove tramandavansi arcanamente certe dottrine, tendenti alla libertà del pensiero e degli atti, a scassinare l'autorità della Chiesa e de' governi. Il Rossetti gli aveva intitolati Misteri dell'amor platonico.

La Chiesa cristiana era (a dir loro) divisa in due, allora appunto che più integra ne pareva l'unità: il genio protestante passò di generazione in generazione fino a coloro che altamente lo proclamarono nel secolo xvi, quando non fu novità, ma manifestazione delle persuasioni de' secoli precedenti. Anzi il Veltro di Dante era una profezia, dove fin le lettere stravolte esprimono il nome di Lutero. Doversi pertanto in questo senso intendere tutta la poesia nostra, elevata così a significazione sociale. E poichè non v'ha bizzarria che coll'ingegno non possa sostenersi, il Rossetti fe un curioso pellegrinaggio traverso alla letteratura patria con questo intendimento, in cinque volumi d'improba fatica pretendendo mostrare che i poeti nostri non si perdevano dietro la vanità di amori, siccome pare dalle loro rime, ma sotto quell'apparenza celavano la ricerca di verità superne, e la donna che fingeano vagheggiare non era Beatrice o Laura, ma la libera Chiesa: e tutto ravvicinò ai riti massonici, che ormai non sono più un mistero neppure ai profani.

Senza scendere a particolarità, la minima nozione d'estetica fa repudiare un sistema, ove la poesia non sarebbe più ispirazione, ma allusione; ove si celebrerebbero persone e vezzi mancanti d'ogni verità. E ciò a qual fine? La moltitudine, cioè quella per cui si poeteggia, non poteva intenderne nulla; gli iniziati soli gustavano queste allegorie; ma a che pro, se già aveano ricevuta la rivelazione dell'arcano? E se così profondamente coprivano il loro odio contro Roma, perchè poi volta a volta lo rivelavano con aperte invettive? Sta bene che Dante chiami i sani intelletti a mirar la dottrina che asconde sotto il velame de' suoi versi; ma perchè dare fumo di queste allusioni se doveano restare arcane? E se non osava proclamare il vero, come vantavasi poi d'avere voce che «percoteva le più alte cime», e d'essere «non timido amico del vero», e di sperare per ciò di conservare fama presso coloro che il tempo suo chiamerebbero antico? Non meriterebbe invece di stare o coi pigri «a Dio spiacenti ed ai nemici sui»[164] o cogli ipocriti che stanno «nella Chiesa coi santi, ed in taverna coi ghiottoni?»[165].

Il signor Aroux ampliò il tema, supponendo di quell'eresia intaccata tutta la cavalleria d'allora, e specialmente coloro che sopravvissero dei Templari, i quali, attraverso ai secoli, giunsero ad istituire ai dì nostri una nuova categoria di franchimuratori. Dalle fonti più varie l'Aroux trae argomenti per sostenere che Dante volesse mostrare la supremazia papale essere il regno visibile di Satana, in quella che è commedia del cattolicismo. Per esempio, quando Dante dice che si dee, per salvarsi, seguire il pastore della Chiesa, intendeva il capo di quell'arcana religione, di cui era non solo adepto, ma apostolo[166]. Era cioè dell'Ordine dei Templari, e volea vendicare sui papi la crociata contro gli Albigesi e la distruzione del Tempio. Ove si noti che i Templari aveano ricevuto la regola loro da san Bernardo[167], e Dante li nomina o accenna allora soltanto quando bestemmia Filippo il Bello d'avere cacciato le mani avide nel Tempio senza decreto[168].

La parola amore è la chiave di tutti que' misteri: Francesca non è più l'amante di Paolo, bensì la chiesa protestante di Rimini, uno de' focolaj dell'eresia. Il poeta, vinto da pietà per le dame antiche e i cavalieri, i quali eransi dipartiti dalla vita ghibellina per inclinare al cattolicismo, vede Paolo e Francesca, fedeli d'amore, leggeri al vento per la facilità nel cambiare al vento guelfo, che li spinse a seguire la Semiramide pontificia: il re dell'universo è Alberto tedesco, che, se fosse amico, darebbe pace a Dante; il qual Dante si fa tristo e pio, cioè ipocrita di papismo, per non esporsi ai martirj de' due amanti; il disiato riso di Francesca — intelligenza, baciata da Paolo — volontà, non significa che l'avidità con cui l'iniziato raccoglie la dottrina dalla bocca della filosofia razionale.....

Il sistema del signore Aroux non trovò assenso negli studiosi; in Italia poi egli si lagna che nessuno vi avesse fatto mente, eccettuato me, che gli diressi a stampa una lettera, dov'egli riconosce non solo un'amichevole cortesia nella contraddizione, ma qualche argomento cui non valeva a ribattere. E a chiunque abbia senso del bello domandiamo se sia possibile mai formare un poema, e così sublime, ove dovesse sempre intendersi diverso da quel che si legge. Dante scrive donare, e deve leggersi dona re; le verità più austere sulla Trinità, le confessioni più esplicite dell'autorità del papa, vere clariger regni cœlorum, che secundum revelata, humanum genus perducit ad vitam æternam; le lodi a san Bernardo, a san Domenico, sono finzioni e ironie: i commenti fatti nel Convivio alle canzoni vanno applicati alla Divina Commedia; la distinzione de' linguaggi nel Vulgare Eloquio esprime distinzione di partiti e credenze, e con queste chiavi Dante commentò se stesso in modo, che i Guelfi intendessero una cosa, i Ghibellini l'opposta. E tutto ciò nel poeta che vantavasi.

Io mi son un che, quando