Le variissime accuse a loro apposte si possono ridurre a queste: che rinnegassero la fede, bestemmiassero Cristo, Maria e i Santi; calpestassero e deturpassero le croci; nel consacrare tacessero la formola sacramentale; il maestro assolvesse i peccati, sebbene laico; adorassero la testa di Bafomet, idolo sopra il quale assai si fantasticò; e portassero cingoli benedetti dal contatto di esso: usassero fra loro baci indecenti; peccassero contro natura; tutto facessero con gran segretezza. Quest'ultimo fatto almeno era vero. È abbastanza noto quel processo, condotto colla passione e in gran parte coi modi, che nel secolo scorso fecero abolire un altr'Ordine ancor più famoso e riviviscente; e duole che Clemente V e il XV concilio ecumenico, tenuto a Vienna delle Gallie il 1311, vi assentissero.
In Italia si operò con maggiore umanità. Molti tribunali, come a Bologna e Ravenna[150], li dichiararono incolpevoli. In Toscana aveano numerose case, ed è vero che il papa nel 1307 scriveva agli arcivescovi di Pisa, Ravenna ed altri che assumessero informazioni sui Templari, ma non che s'adunasse per ciò un concilio a Pisa, come asserì il Tronci, dal 20 settembre al 23 ottobre 1308. Il processo contro i Templari di Lombardia e Toscana fu fatto in Firenze e in Lucca da frà Giovanni arcivescovo di Pisa, Antonio vescovo di Firenze, Pietro de' Giudici di Roma canonico di Verona, i quali nel 1312 ne diedero al papa un ragguaglio, che conservasi nella Vaticana, legalizzato da nodaro e testimonj[151]. Il papa avea trasmesso cenventiquattro e più articoli, sui quali esaminarli: e gl'inquisiti erano cinque a Firenze, uno a Lucca. Furono esaminati senza le torture consuete in Francia, non perchè i tribunali ecclesiastici non le usassero, che anzi in quel processo parlasi delle deposizioni di sette altri fratelli di minor conto, le quali non pareano attendibili, licet, debito modo servato, eosdem exposuerimus coactionibus et tormentis. Inoltre gli accusati non doveano temere, confessando, di andare al rogo siccome in Francia, atteso che qui li giudicava un tribunale ecclesiastico, le cui pene erano il pentimento e la ritrattazione. Ciò cresce credito alla loro deposizione, che giurano aver fatta non odio vel amore, parte, pretio vel timore, sed pro veritate tantum.
Delle accuse alcune ammettonsi generalmente; altre solo da alcuni, o per casi e persone speciali, o soltanto come d'udita, o come d'uso di là dal mare; sopratutto convengono quanto alla gelosissima secretezza dei capitoli e alla bestemmia miscredente.
Se dunque gli scellerati processi fatti loro in Francia invitano a crederli innocenti e vittime dell'avidità di Filippo il Bello, la calma con cui procedette la Chiesa, i processi istituiti regolarmente in Italia come in altri paesi, nel volger di molti anni, senza violenze, lasciano supporre che molti de' Templari fossero rei, e che col re di Francia mal si metta a fascio Clemente V, il quale, col sopprimere l'ordine non de jure sed per viam provisionis, salvò individui innocenti, e ne sottrasse i beni dalla principesca avidità, applicandoli alla difesa di Terrasanta.
A ogni modo quest'era un sagrifizio ch'egli faceva alla paura di vedere la memoria di Bonifazio VIII chiamata a un processo capzioso di che Filippo era maestro: processo al quale predisponeva l'opinione Dante, esecrando quel pontefice ben nove volte nella Divina Commedia.
Questo nome del grande che ritrae l'austera fisionomia del medioevo, e irradia i crepuscoli della rinascenza, ci porta a indicare coloro che il poeta teologo, che il verseggiatore della scolastica vollero noverare fra gli eretici, fosse per denigrarlo, fosse per trovare precursori ai Protestanti del secolo xvi. Ed è vero che Dante rimprovera acremente i pontefici; più d'uno ne relega nel suo Inferno, e nominatamente Bonifazio VIII, non ancora morto. Quella collera che spesso invade i grand'uomini allorchè si trovano sconosciuti o perseguitati, ispirò l'esule ghibellino. E come tale, persuaso che la pace fra i piccoli potentati non possa assodarsi se non quando tutti obbediscano a un signore supremo, s'inviperiva contro coloro che reluttavano alla dominazione dell'imperatore, come Pisa, Pistoja, Genova, la Lombardia; Bruto e Cassio tormenta nel peggiore fondo dell'inferno con Giuda; in paradiso vede preparato un trono per l'imperatore Enrico VII; la serva Italia è ostello di dolore perchè non lascia che Alberto Tedesco inforchi gli arcioni di essa; e a questo impreca perchè non viene a vedere la sua Roma che piange.
Col sentimento stesso avventasi contro i papi, benchè allora fossero sconfitti e raminghi: e Bonifazio VIII che, favorendo Carlo di Valois (1301), avea cagionato la cacciata dei Bianchi da Firenze, è preso ogni tratto a bersaglio dall'iracondo fuoruscito.
In libri lodatissimi venne difesa la memoria di questo pontefice contro le declamazioni del poeta[152]. Il vero è che Dante non combatteva tanto la Corte romana quanto la democrazia; svelenivasi contro i nuovi tiranni che aveano abbattuto i vecchi baroni, contro la gente nuova e di guadagno ch'era prevalsa alla semenza santa delle stirpi conquistatrici; combatteva insomma pel passato che crollava, sempre nell'intento di surrogare alla delirante plebe il dominio de' migliori, de' sapienti.
E le sue invettive contro i pontefici, quando non siano da spirito di partito e di vendetta, sono dettate dal desiderio di vedere la santa sede così pura e splendida come meritava il posto di Cristo e di san Pietro; doleasi che tuttodì si mercasse Cristo; che lupi rapaci, in veste di pastori, si facessero Dio dell'oro e dell'argento; che coll'abuso delle scomuniche si togliesse or quinci or quindi il pane che il pio padre non serra a nessuno: che Caorsini e Guaschi s'inebriassero del sangue di Cristo; benediva san Francesco d'avere ajutato a rimettere la barca di Pietro sulla retta via[153]; sempre professa «riverenza alle somme chiavi»: sa che al cielo non si va se non accogliendosi «dove l'acqua di Tevere s'insala»: crede che Troja ed Enea e Roma fossero preparazioni del «luogo santo ove siede il successore del maggior Piero»[154]: e all'insulto che il re di Francia reca a Bonifazio VIII freme perchè sia «Cristo catturato nel vicario suo, e rinnovellati l'aceto e il fiele»[155]. Morto Clemente V, dirige una lettera ai cardinali adunati in Carpentrasso, acciocchè eleggano un papa italiano che ritorni a quella Roma, di cui perfino i sassi pareangli venerabili[156].
Ed è comune agli Italiani d'allora questo sentimento d'indignazione contro i papi che, trasferendosi in Francia, aveano legato la Chiesa allo sgabello d'un re: note sono le invettive del Petrarca e i gemebondi viaggi di Caterina da Siena: pare v'alludesse anche il Boccaccio[157]: Cola di Rienzo non voleva abbattere il papato, anzi restaurarlo, e dal carcere di Boemia scriveva ad Ernesto di Parbubitz arcivescovo di Praga, com'egli non si tenesse che investito del potere legittimo dal pastore supremo; avere assunta la podestà tribunicia per odio alla senatoria oppressiva del popolo, e per cercare d'abbattere i baroni romani, e ridur la città santa, ch'è capo del mondo e fondamento della fede cristiana, in pacifica e sicura stanza dei papi. E Dante volea riforme, ma capiva sarebbero sterili senza l'unità, sia teocratica, sia imperiale; e l'uomo e il cittadino sottoponeva a un capo. Riprovava insomma i pontefici perchè erano o li supponeva traviati; mancando, se vogliasi, di rispetto, non di fede.