E veramente gli scolastici del secolo XIII vanno d'accordo nel riprovare Averroè, ma ciò stesso mostra che v'avea dottori e scuole dov'era riverito e insegnato; nè forse mal s'apporrebbe chi ciò attribuisse principalmente a' Francescani, per opposizione ai Domenicani e ai Tomisti. Certo ne parla con rispetto Roggero Bacone.

E qui è luogo a ripudiar due altri pregiudizj da scuola contro il medioevo, opponendovi due meraviglie. La prima è la rapidità con cui, senza stampa nè poste, si difondeano i pochi libri. Le poesie de' Trovadori, appena prodotte, conosceansi in tutta Europa. Abelardo aveva appena pubblicato le sue scettiche teorie a Parigi, e subito le si possedeano in fondo all'Italia. I versi del Petrarca, lui vivo, gli davano una gloria estesa quanto a qualsiasi poeta de' giorni nostri; e meglio che a' giorni nostri s'aveva a Padova o a Bologna notizia di opere prodotte a Marocco o al Cairo. Più che all'attività degli Ebrei, io inclino ad ascrivere questo fatto alla grande e compatta società dei monaci.

L'altra meraviglia è che, in secoli vituperati per intolleranza, non s'avesse scrupolo di farsi scolari d'Ebrei e di Musulmani, tenendo le scienze come un campo neutro, e salvo a condannarne gli abusi. Coi Musulmani comunicavasi da un lato per la Spagna, dall'altro per la Sicilia, oltre i viaggi d'Oriente: onde ben presto venne dai nostri conosciuto Averroè. Ma il primo ad introdurne le opere nelle scuole fu Michele Scoto nel 1230, e per queste fu ben accolto nella Corte degli Hohenstaufen avversa ai papi; e Federico II, come re Manfredi, ebbe in corte Ermanno tedesco traduttore[199].

Non si tardò a conoscere il pericolo delle dottrine d'Averroè, e la Chiesa ne vietò la pubblica lettura, ma presto si sentì l'influenza del peripatismo arabo sui filosofi nostri, e principalmente su Alberto Magno, che nel 1255, per ordine di papa Alessandro IV compose a Roma un trattato contro l'unità dell'intelletto, nel quale già si trova la distinzione di verità filosofiche e verità teologiche[200]. Alberto adduce 30 argomenti che sostengono quell'asserto, 36 che lo ribattono, onde l'immoralità individuale gli sa numericamente più forte. Certamente nel secolo XIV Averroè era riverito come il migliore fra i commentatori d'Aristotele: Dante lo collocava coi più famosi antichi, e le sue opere spandeano dubbj sulla vita futura.

Il rinascimento che allora seguì fu piuttosto letterario che filosofico, e mentre stavasi ancora fedeli al sillogismo, il quale esclude le gradazioni e modificazioni, introduceasi quell'espressione colta sotto cui si palliano le divergenze d'opinioni. Di tale risorgimento letterario è rappresentante Francesco Petrarca, il quale vuolsi noverare fra' più efficaci sulla coltura europea pel tanto che adoprò a ravvivare la tradizione classica, non tanto nella forma esterna, quanto nello spirito intimo e libero, per cui considerava come barbarie il medioevo, e come ignoranza tuttociò che derivasse da altro fonte che da' classici. Pertanto egli sprezza affatto gli Arabi, e specialmente la loro medicina, a cui s'innestavano l'astrologia e l'incredulità, ed esortava a schivar tutto quanto derivasse da quella nazione[201]. E poichè alcuni diceano che noi potremmo eguagliare, e forse sorpassare i Greci e tutte le nazioni, eccetto gli Arabi, esclamava: O infamis exceptio! o vertigo rerum admirabilis! o italica vel sopita ingenia, vel extincta!

Per questo sentimento e pel religioso egli professavasi ostilissimo ad Averroè, e si piangeva che non ottenesse nome di dotto e filosofo chi non aguzza la lingua e la penna contro la religione; chi non va per le strade e per le piazze disputando sugli animali, e così mostrandosi animale. Più uno accannisce contro la religione, più a' costoro occhi è ingegnoso e dotto: ignorante chi la difende. «Per me (soggiunge) più sento denigrare la fede di Cristo, più amo Cristo e mi confermo nella sua dottrina, come un figliuolo, di cui la tenerezza filiale si fosse raffreddata, la riscalda se ode attentarsi all'onor di sua madre». Soleano essi (dice altrove) porre in mezzo qualche problema aristotelico, o sulle anime; ed io tacere, o celiare, o avviar tutt'altro discorso, o sorridendo chiedere come mai Aristotele avesse potuto saper cose, dove non val la ragione, dov'è impossibile l'esperienza. Essi stupivano, e in silenzio indispettivansi, e guardavanmi come un bestemmiatore.

Uno di costoro, «i quali pensano esser da nulla se non abbajano contro di Cristo e della sovrumana sua dottrina», andò a trovare esso poeta a Venezia, e lo cuculiava perchè avesse citato quel detto dell'apostolo delle genti: Io ho il mio maestro, e so a chi credo; e, «Tienti il tuo cristianesimo, io non ne credo acca; il tuo Paolo, il tuo Agostino e cotest'altri ebber ciarle e nulla più; e deh! volessi tu legger Averroè, che vedresti quanto ei sorvola a cotesti tuoi buffoni». Il Petrarca se ne stomacò, e tutto dolce ch'egli era, prese pel mantello e mise fuor di casa il temerario[202].

Anche altri quattro[203] faticarono per trarlo al loro pensare, indispettendosi che prendesse sul serio la religione, e citasse Mosè e san Paolo, e conchiusero ch'egli era un uomo dabbene, ma senza cultura. E «se costoro (soggiunge) non temessero i supplizj degli uomini più che quelli di Dio, impugnerebbero non solo la creazione del mondo secondo Timeo, ma la genesi e il dogma di Cristo. Quando paura non li rattiene, combattono direttamente la verità; nelle loro conventicole ridonsi di Cristo, e adorano Aristotele senza capirlo. Disputando, in pubblico protestano di far astrazione dalla fede, cioè di indagare la verità ripudiando la verità, cercar la luce volgendo le spalle al sole. E come non tratterebbero d'illetterati noi, poichè chiamano idiota Gesù?»

Non sentendosi abile a confutarli, il Petrarca esortava Luigi Marsigli agostiniano a farlo, e «ribattere quel can rabbioso d'Averroè, che non cessa d'abbajare contro Cristo e la religione cattolica»[204].

Pietro d'Abano (1250-1316) aveva introdotto Averroè nell'Università di Padova, e con esso l'incredulo materialismo, e il considerar tutte le religioni come eguali, supponendole nate sotto certi influssi di stelle[205]; la qual fantasia dell'oroscopo delle religioni, più tardi vedremo ripigliata da Pomponazio e da Pico della Mirandola. Pietro fu accusato anche d'eresia, ma così vagamente, che alcuni lo imputano di non credere ai demonj, altri di averne alcuni famigliari, che teneva in un'ampolla. Dall'Inquisizione si salvò una volta; presone un'altra, morì mentre gli si faceva il processo; il quale finì col dichiararlo eretico, e ordinare ne fosse dissepolto il cadavere.