Altrettanto dobbiamo abbandonar alle scuole e alla plebe degli scrittori l'asserire che il medioevo non sapesse nulla, e colpa ne fosse il clero. Il medioevo serbò tutte, dico tutte, le cognizioni dell'antichità, e n'aggiunse moltissime. Il clero, sol che l'avesse voluto, potea spegnere l'antica face della civiltà, giacchè egli solo l'aveva in mano; e in quella vece la tenne viva ed alzata, e faticò a propagarla per quanto era fattibile tra le inenarrabili sventure di quell'età.

Dove conservaronsi tutti i manuscritti dell'antichità? chi li trascrisse? Dicono che il clero ne abbia lasciato perire alcuno per ignoranza o per usar quella carta a scrivervi lavori che ad esso più importavano. Foss'anche colpa l'usar mezzi proprj a proprio utile, è ampiamente riscattata dal merito de' tanti tramandatici, e ne loda il buon gusto il vedere che questi sono i capolavori del genio classico.

Nè è da trascurare che i paesi più istruiti d'allora erano l'Italia e la Spagna; e sono appunto quelli che respinsero il protestantismo. Qui da noi in generale, discutendo l'applicazione, non s'impugnava il principio; l'Inquisizione, nel secolo XV, ebbe poc'altro che a perseguitare maliardi e superstiziosi anzichè eretici, nè conosco quali fossero quelli che combattè il famoso Giovanni da Capistrano, nè quelli che dalla Francia e dalla Lombardia si erano ricoverati fra i monti della Valtellina, e alla cui conversione andò il beato Andrea Grego di Peschiera, domenicano di San Marco in Firenze, che morì il 1455, dopo dimorato quarantacinque anni fra que' pastori e carbonari alpini. Neppur potemmo accertare che cosa fosse la setta pitagorica, diffusa in tutta Italia, alla quale diceasi appartenere Arnaldo di Villanuova; oppure la società segreta che avea giurato la distruzione del cristianesimo, e della quale parla con sbigottimento la discesa di san Paolo all'inferno[193]. Il cronista Ser Cambi, al 1453, scrive che Giovanni Decani, medico, il quale non credeva la resurrezione de' morti, fu condannato alla forca a Firenze; e in quel anno morì Carlo d'Arezzo cancelliere della signoria, ed ebbe grandissime doti: «Dio l'abbia onorato in cielo, se l'ha meritato; non che si stimi, perchè morì senza confessione e comunione, e non come cristiano». Lodovico Cortusio giureconsulto, morendo a Padova il 17 luglio 1418 lasciò per testamento che amici nè parenti nol piangessero; se no, rimanessero diseredati, mentre suo legatario universale sarebbe quello che ridesse di miglior cuore: non parare a bruno la casa e la chiesa, ma fiori e fronde; musica invece delle campane funebri; e cinquanta sonatori e cantanti procedano insieme col clero, cantando alleluja tra viole, trombe, liuti, tamburi, ricevendo ciascuno un mezzo scudo. Il suo cadavere, entro una bara a panni di varj colori gai e sfoggiati, sia portato da dodici donzelle vestite di verde, che cantino arie allegre, e ricevano una dote. Non rechino candele, ma ulivi e palme e ghirlande di fiori; non lo seguano monaci che abbiano la tonaca nera. Così piuttosto in guisa di nozze che di funerale fu sepolto in Santa Sofia. Il nostro secolo, che tanto s'intende di libertà, lo chiamerebbe un libero pensatore.

Ma intanto il mondo si era trasformato, fissate le genti sul suolo che diverrebbe lor patria; e restauratasi l'antica coltura, si moltiplicavano le scoperte, si sentivano nuovi bisogni.

Non limitandosi a dirozzare la società nuova, la letteratura pretendeva modificarne le credenze e gli atti, ritornando nelle teoriche e nella pratica verso il paganesimo. Le scienze, allattate nel santuario e disciplinate dagli scolastici come un esercito sotto al Verbo di Dio, or disertavano, e dilatandosi mediante la stampa, mordeano il seno che le avea nudrite. Passando dal periodo credente al pensante, l'uomo s'appropriava col raziocinio le verità, che fin là avea ricevute dalla fede, e mentre fin allora la religione era, quale Grozio la definì, unico principio dell'universale giustizia, or non più soltanto dalla Chiesa domandavasi in che modo servire meglio a Dio e al prossimo. Platone avea detto: «Filosofia è imparare a conoscer Dio: filosofare è amar Dio: filosofare è imitar Dio»[194], onde fu preferito dai primi Cristiani, ma condusse facilmente nell'idealismo. La filosofia scolastica, tutta armata di logica, avea preso per oracolo Aristotele, in verità maestro eccellente, poichè in esso trovasi anche la critica degli altri sistemi, mentre Platone non dà che il proprio dogma. Aristotele anch'esso proclama e dimostra il Dio supremo, la legge morale, l'anima immortale: ma al Cristiano che attende tutto da Dio, poteva essere fedel maestro questo, che esagera la potenza della natura e l'efficacia dell'umana volontà? Egli che erige in principio supremo la natura, poteva rimanere l'oracolo d'una scienza tutta religiosa? Poi esso giungeva in Europa nelle versioni e nei commenti de' Musulmani, che gli aveano prestato sentimenti assurdi e sofisterie; che traducendo teosofizzavano l'autore, e in modo fantastico osservando il mondo, applicavano l'astronomia all'astrologia, l'astrologia alla medicina. I nostri, nel tradurre quelle traduzioni, nuovi errori vi sovrapposero; nè la critica sapeva riconoscervi l'alterazione, mentre l'idolatria professata ad Aristotele impediva di supporlo in fallo; donde una miscela d'arabo, di scolastico, di cristiano, bastardume sterile, e indicifrabile a quei che voleano conciliarlo colla teologia dogmatica.

Al movimento razionale repugna assolutamente l'islam, avverso ad ogni cultura civile e profana; pure un istante la protezione de' califfi gli diè tale impulso, da sorgerne un'età dell'oro della coltura musulmana, sebbene esagerata da coloro che imputano ai Cristiani d'averla respinta. Quegli italiani che il fanno, e che deridono o riprovano le crociate pensino che l'islam stabiliva il despotismo teocratico, dove non famiglia, non ceti, non liberi possessi, non gerarchia; bensì un'eguaglianza assoluta, ove tutto può la volontà d'un solo. Un tale despotismo, più robustamente attuatosi nei Turchi, represse la coltura degli Arabi a tal segno, che più non ne serbano nè impronta nè ricordo i Musulmani. Nella cristianità invece si riverirono e usufruttarono i loro dotti e pensatori, e massime Averroè, vissuto verso il 1180, e che fece quel Gran Commento, pel quale si disse essere stata la natura pienamente interpretata da Aristotele; Aristotele pienamente da Averroè.

Gli Arabi, dopo ricevuta la rivelazione di Maometto, aveano cominciato le dissensioni teologiche dall'eterna quistione del libero arbitrio e della predestinazione (Kadariti e Giabariti), donde passarono a quella sugli attributi di Dio. Ma anche fra loro v'avea degli scettici; v'avea degli increduli; vacillavasi tra l'entusiasmo religioso e il libero pensare: e quel che fra noi la Scolastica, fu fra essi il Kaläm, discussioni razionali sia per esaminare, sia per difendere colla dialettica i dogmi attaccati. In tali esercizj la filosofia araba ampliò i problemi de' Peripatetici, e accolse l'eternità della materia e la teorica dell'unicità dell'intelletto.

E appunto la filosofia di Averroè s'appoggia sul panteismo; una sola essere l'anima, e Dio essere il mondo. La generazione (secondo lui) non è che un movimento. Ogni movimento suppone un soggetto. Questo soggetto unico, questa possibilità universale è la materia prima. Essa è dotata di ricettività, ma di nessun'altra qualità positiva, cioè può ricevere le più opposte modificazioni; materia prima, senza nome nè definizione; semplice possibilità. Ogni sostanza è dunque eterna per la sua materia, cioè perchè può essere. Chi dicesse che una cosa passa dal non essere all'essere le attribuirebbe una disposizione che mai non ebbe. La materia non fu generata e non può corrompersi. La serie delle generazioni è infinita da entrambi gli estremi: tutto quanto è possibile passerà in atto, altrimenti v'avrebbe alcun che di ozioso nell'universo: e nell'eternità non v'è divario tra il possibile e l'esistente. L'ordine non precedette il disordine, nè questo quello: nè il movimento il riposo o viceversa. Il movimento è continuo; ogni movimento è causato da un moto precedente. Se il moto dell'universo si fermasse, cesseremmo di misurare il tempo, cioè perderemmo il sentimento della vita successiva e dell'essere[195].

Quest'unità degli spiriti fu trionfalmente confutata da san Tommaso[196], e, nel XIV secolo, da Egidio di Roma, le cui opere troviamo pubblicate ai primordj della stampa[197], dipoi da Gerardo di Siena e Raimondo Lullo. Essi non fanno che esecrare quest'empio, il quale identifica l'anima di Giuda e quella di san Pietro, nega la creazione, la rivelazione, la Trinità, l'efficacia della preghiera, della limosina, delle litanie, la risurrezione e l'immortalità, e colloca il supremo bene nei godimenti. Egidio di Roma nel trattato De erroribus philosophorum, lo taccia d'aver rinnovellato tutti gli errori d'Aristotele, vie meno scusabile perchè direttamente intacca la fede nostra; biasima tutte le religioni, non meno quella de' Musulmani che quella de' Cristiani, perchè ammettono la creazione dal nulla: chiama fantasie le opinioni de' teologi, e sostiene che nessuna legge è vera, benchè possa esser utile.

E appunto una delle accuse principali contro Averroè si è la comparazione delle leggi di Mosè, di Cristo, di Maometto. Aveano dovuto istituirla i Musulmani per sostener la loro religione, ma Averroè più di spesso e dogmaticamente accenna ai tres loquentes trium legum[198], donde il crederlo autore del libro dei Tre Impostori, divenne arma per colpire chiunque si volea screditare.