I Padri, vedendosi sprezzati dal popolo per le capiglie e i baccani a cui prorompeano, e divenuti sospetti nella fede dacchè eransi segregati dal papa, vollero ostentare zelo della fede col perseguitare l'eresia, e condannarono Giovanni Huss e Girolamo da Praga, i quali, malgrado il salvocondotto dell'imperatore[188], furono dati al braccio secolare e posti sul rogo. Tristo rimedio la violenza! La Boemia divampò d'un incendio, a spegnere il quale non bastarono torrenti di sangue[189].

Eugenio IV, pontefice d'animo elevato, ma senza misura in nessuna cosa, fece aprire un nuovo concilio a Basilea (1431), onde estirpare l'eresia, ridurre in pace le nazioni cristiane, togliere il lungo scisma de' Greci, e riformare la Chiesa. I Padri s'accinsero a quest'ultim'opera senza preciso concetto di quel che volessero operare, nè de' limiti dell'autorità propria e di quella che pensavano restringere; denunziarono un dopo l'altro gli abusi parziali, senza proporre un rimedio radicale. Da principio, non che attenuare la sovranità papale, sanzionossi il Decreto di Graziano che la sublimava, i cinque libri delle Decretali di Gregorio IX, forse anche il sesto di Bonifazio; solo si tolsero ai papi le riserve, il diritto di provvisione, e quello di mettere imposte sulle chiese. Ma poi guidato a passione, il concilio pensò non solo scemare la potenza papale come quel di Costanza, ma sostituirvi la propria.

Vedendolo condursi con quella precipitazione, che sgomenta ogni autorità dirigente, Eugenio sospende il concilio. I Padri, non gli badando, citano lui pontefice, incolpandolo di disobbedienza; poi calata la visiera, dichiaransi ad esso superiori, nè potere esso scioglierli, nè traslocarli[190].

Allora, accannitisi alla riforma della Chiesa, mozzano assai diritti curiali; determinano le forme dell'elezione del papa, e il giuramento che deve prestare; restringono le concessioni ch'e' può fare ai parenti; limitano i cardinali a ventiquattro, e ne escludono i nipoti.

Quel che di buono vi si trovava indubbiamente, era guasto dall'incompetenza e dalla smoderatezza; del che rimproverandoli, Eugenio trasferiva il concilio a Ferrara (1438). Ma dei Padri solo due ed il legato si mossero, gli altri continuarono a cincischiare la giurisdizione di Roma; anzi dichiararono scismatica l'assemblea di Ferrara, Eugenio eretico e decaduto, surrogandogli Amedeo VIII duca di Savoja, il quale accettò l'uffizio d'antipapa col nome di Felice V (1439). Così rinnovavasi lo scisma.

Il concilio di Ferrara, trasferito a Firenze, restò memorabile per la riconciliazione della Chiesa greca, allora fatta sotto la paura dei Turchi[191]. Oltre i punti controversi con quella Chiesa, vi è riconosciuto il primato del pontefice romano, vero successore di san Pietro, vicario di Cristo, e padre e dittatore di tutte le chiese[192]. Ma appena i Padri greci rimpatriarono, le dimostrazioni di piazza proruppero contro la riconciliazione: fu duopo disdirla: e si gridò dapertutto «Piuttosto il turco che il papa». Furono esauditi; e nel 1453 il Turco impossessavasi di Costantinopoli e di tutta la Grecia, che finora non ha abbandonata.

Il nuovo papa Nicola V (1447) mostrossi tutto disposto ad accordi, talchè il sinodo di Basilea più non si resse; Felice V abdicò; la pace fu restituita alla Chiesa; e il giubileo, celebrato l'anno appresso, parve solennizzare il trionfo di Roma.

I due concilj di Costanza e Basilea sono di autorità disputata, e non figurano nella serie di quelli dipinti in Vaticano. Se avessero con prudenza e carità provveduto alla riforma della Chiesa, potevano prevenire i disastri del secolo seguente. Ma rottosi l'accordo, mancata la saviezza pratica degli affari e il cauto indugiare, una critica indiscreta rischiò di surrogare agli abusi altri peggiori: come accade nelle eccedenze, la podestà minacciata riuscì superiore senza neppure le concessioni a cui mostravasi disposta. Laonde ne' popoli rimase indebolita la certezza dell'assistenza divina; sottentrata al sentimento la ragione, e alla fede lo spirito privato, i teologi sottilizzavano sui diritti, e la cattolicità si trovò divisa in papali ed episcopali, gli uni e gli altri esagerando. Mancata ne' vescovi l'assoluta soggezione, essi divennero negligenti dei doveri non solo, ma anche dei diritti veri per rinforzare i contestati, blandirono il potere laicale per averlo in appoggio contro i papi, e fantasticavano chiese nazionali. Ne' papi vacillò la coscienza della propria supremazia, sicchè per consolidarla gettaronsi nella politica, cioè si fecero ligi agli interessi; e proni ad una morale d'opportunità; a fronte dei sistemi allora introdotti d'equilibrio locale e di convenienze meramente politiche, non diressero più gl'interessi comuni della cristianità; mentre, lusingati dall'apparente vittoria, svogliaronsi fino delle riforme sentite necessarie, e s'assopirono in una sicurezza che doveva riuscire funestissima.

DISCORSO IX.
ERESIA SCIENTIFICA E LETTERARIA. PAGANIZZAMENTO DELL'ARTE, DELLA VITA. ERESIA POLITICA.

Fra i tanti pregiudizj letterarj, con cui offuscano gl'intelletti le deplorabili scuole odierne, v'è questo, che il medioevo fosse un'età trista, melanconica, di penitenze e digiuni, di pellegrinaggi e flagellazioni, di demonj e fatucchiere; ove le minaccie dell'altra vita conturbavano questa, deserto arido, esiglio espiatore, tremebondo dinanzi a potenze arcane, avide del dolore e non esorabili che col dolore. Eppure, chi vi guarda, troverà che i sentimenti affettuosi vi aveano ricevuto sviluppo, fino a scapito della ragione; la cavalleria fondavasi tutta sulle simpatie, e di là vennero i racconti che più sorrisero alle fantasie moderne: in capo a tutte le devozioni stava la madre del Bell'Amore: il misticismo era un eccesso dell'amor di Dio, come molti Ordini monastici portavano all'eccesso l'amor del prossimo: lo spiritualismo era austeramente dolce, sino in que' frati, che non solo nelle novelle ma ben anco nelle storie ci sono esibiti come bontemponi, motteggiatori, burleschi, che le prediche stesse drammatizzavano, che ogni funzione cominciavano e finivano coi canti, che composero tutte le laude e molte delle rappresentazioni, colle quali edificavano insieme e ricreavano la plebe di Cristo. Il vulgo vivea contento, perchè non concepiva soddisfazioni maggiori, e perchè i sofferimenti, inseparabili dalla vita, considerava quale conseguenza inevitabile del peccato, ma espiatrice e meritoria. Le cronache parlano continuo delle feste che ripetevansi ad ogni occasione; devote, o popolesche, od aristocratiche, ma sempre accomunate a tutto il paese. La casa del contadino non era molestata dall'esattore; non la sua chiassosa allegria dal gendarme; non la sua figliolanza dalla coscrizione; e se fosse possibile spogliarci dell'intirizzente raziocinio e dell'egoismo odierno, ben altra ci si presenterebbe la vita d'allora.