Può darsi più strano modo d'accettare la tradizione religiosa?

Il Bayle trova cento discolpe al Pomponazio, e ben si comprende, giacchè in lui difendea se stesso. Chi però volesse scusarlo dovrebbe allegare che incertissime dottrine correano sull'anima, quando i Platonici ne ammetteano tre, la vegetativa, la sensitiva, la razionale; e de' Peripatetici alcuni sosteneano l'unicità delle intelligenze, altri la moltiplicità, pur facendole mortali. Il Pomponazio volle scostarsi da tutte le dottrine d'allora; dimostrò che nessuna, e tanto meno quella d'Aristotele, bastava a provare l'immortalità, ma che, neppur negando questa, ne soffrirebbe la morale privata o la pubblica, anzi ne vantaggerebbe.

Altrettanto egli usa intorno al libero arbitrio. «Se c'è una volontà superiore alla mia, una legge imposta al mondo, come dovrei io rispondere del mio pensiero, de' miei movimenti? Ora, una volontà, un ordine superiore esiste: dunque tutto ciò che si opera non può farsi che secondo una via già tracciata: operi bene o male, non ne ho merito nè colpa». Su questo motivo acconcia mille variazioni, poi conchiude col rifuggire alla fede, e sottomettersi alle decisioni della Chiesa.

Poich'ebbe così tolto a dimostrare che la teologia dovea lasciar libera la parola alla filosofia, procedette avanti, sino a pretendere che la Chiesa non dovesse impacciar più gli ardimenti della filosofia, giacchè il dominio di essa, per evidenti segni, volgeva al declino. Nel trattato delle Incantagioni professa tenersi alla natura qualvolta le argomentazioni bastano a dar ragione di fenomeni, per quanto straordinarj, ma nega assolutamente il miracolo; non darsi alcun fatto nella storia sacra o nella profana che esca dal naturale; se eccettua i fatti scritturali è mera precauzione oratoria; secondo lui, ogni cosa è concatenata in natura; di guisa che i rivolgimenti degli imperi e delle religioni dipendono da quelli degli astri; i taumaturghi sono fisici squisiti, che prevedono i portenti naturali e le occulte rispondenze del cielo colla terra, e profittano della sospensione delle leggi fisiche ordinarie per fondare nuove credenze; cessata l'influenza, cessano i prodigi: le religioni decadono, e non lascerebbero che l'incredulità, se nuove costellazioni non conducessero prodigi e taumaturghi nuovi; le stelle, le costellazioni, le intelligenze celesti determinano l'applicazione anche straordinaria di leggi fisse: per essi nascono le religioni e muojono, via via che l'umanità si perfeziona, tutte avendo un'origine, una stasi, una decadenza, neppur eccettuandone la cristiana[214].

In tutto ciò mostrava ingegno robusto, superiore ai tempi, precursore di molte novità; ma era ateo o ipocrita? Le sue proteste di fede non salvano l'arguzia e la sofisteria de' suoi ragionamenti.

Per tali guise la filosofia era messa in contrasto assoluto colla religione, sotto pretesto d'accordarla. Anche Cartesio presunse aquetare l'eterno conflitto tra la fede e il raziocinio, col dire che la ragione ha un regno suo proprio, ove la tradizione non dee penetrare; e così la fede ha terre riservate, chiuse al libero pensiero; la religione è una cosa, la filosofia un'altra; esse devono trovar pace nel reciproco isolamento; non è necessario scegliere; basta far a ciascuna il suo spazio legittimo; e se ben si guardi, tutte le insigni opere dell'età di Cartesio s'impiantano su questa base. Di certo la filosofia ha alcune parti diverse dalla teologia, per esempio la logica e la psicologia sperimentale; ma su punti essenziali, quali il principio e il fine delle cose, Dio e la nostra destinazione, potrebbe mai un uomo aver due opinioni contrarie? come operare fra due scienze, l'una che dice sì, l'altra che dice no?[215]

L'opera del Pomponazio fu bruciata pubblicamente a Venezia; tolta a confutare da Alessandro Achillini averroista scolastico[216], dal Nifo, e da Ambrogio arcivescovo di Napoli, contro i quali la difese l'autore; poi dal Contarini che fu cardinale, da tre frati, Bartolomeo da Pisa, Girolamo Bacelliere, Silvestro Prieira.

Perocchè i frati vigilavano su questi aberramenti, e studiavano a combatterli; i filosofi si lagnano sempre dell'opposizione dei cucullati: il Pomponazio querelasi d'un eremita di sant'Agostino napoletano, che, predicando a Mantova, l'avea proferito eretico ed empio, mentre in vece il cardinal Bembo l'avea difeso alla Corte papale, e non trovato nel suo De immortalitate nulla di contrario alla verità, e che egual opinione tenne il maestro del sacro palazzo. In fatto, mediante le continue proteste di sommessione e la condotta intemerata, egli potè seguitar a professare impunemente; dopo morte fu onorato d'una statua, e deposto nella sepoltura d'un cardinale; ma allora divulgossi un epitafio che diceva: «Qui giacio sepolto. — Perchè? — Nol so, nè mi curo sapere se tu il sappi o no. Se stai bene ne godo. Io vivendo stetti bene. Sto bene ora? se sì o no non posso dirlo».

Poichè da noi facilmente ogni sentimento diviene passione, non piccola efficacia ebbe egli sul suo tempo; e qualora un professore cominciasse le solite dissertazioni, i giovani interrompevano gridando: «Parlateci delle anime», per conoscer di primo achito come vedesse nelle quistioni fondamentali.

A que' pensamenti aderirono Simone Porta, Lazzaro Bonamico, Giulio Cesare Scaligero, Giacomo Zabarella, Daniele Barbaro che diceva: «Se non fossi cristiano seguirei in tutto Aristotele»[217]; Simone Porzio, la cui opera sull'anima è detta dal Gessner «più degna d'un porco che d'un uomo», eppure non gli partorì disturbi. Andrea Cesalpino, illustre naturalista, fa generar le cose spontaneamente dalla putredine, allorchè più intenso era il calore celeste. Galeotto Marzio di Narni, nelle dissertazioni De incognitis vulgo, avendo posto molti errori, e asserito che, chiunque vive secondo i lumi della ragione e della legge naturale, otterrà l'eterna salute, e posto in bilancia i dogmi nostri coi pagani nell'evidente intenzione di mostrarli del pari credibili, fu côlto dall'inquisizione a Venezia, e s'un palco, colla mitera di carta dipinta a diavoli, obbligato a ritrattarsi; da maggior castigo salvato da Sisto IV, ch'era suo allievo[218], tornato in Boemia e in Ungheria, dove già prima era vissuto come bibliotecario e educatore del figlio di Mattia Corvino, ne uscì per seguitare Carlo VIII in Italia; cascando di cavallo si ruppe la pingue persona. Matteo Palmieri di Pisa, noto autore della Vita civile (1483), cui Marsilio Ficino diresse una lettera come poetæ theologico, scrisse un poema in terzine a imitazione di Dante, intitolato Città di vita, nel quale sosteneva che le anime nostre sono quegli angeli che, nella ribellione, non furono per Dio nè contro Dio, ma rimasero neutri. L'Inquisizione disapprovò tal sentenza, onde il poema non fu mai pubblicato, nè il merita. I soliti parabolani dissero che l'autore fu bruciato col suo libro, mentre consta che ebbe funerali a Firenze per pubblico decreto; il Rinuccini ne recitò l'orazione funebre, e additava appunto posato sul suo cadavere, durante le esequie, quel libro, dove cantava che l'anima, sciolta dalla terrena soma, per varj luoghi s'aggira, finchè giunga alla superna patria.