Nicoletto Vernia da Padova propagò altrove l'unità dell'intelletto con tal calore, che diceasi l'avesse persuaso a tutta Italia[219]. Pietro Barozzi, vescovo di Padova, seppe indurlo a fare un libro (1499), ove disdicendo quel che avea sostenuto per trent'anni, dimostra tante essere le anime quanti i corpi, e conchiude col preferir il titolo di canonico a quello di soprafilosofo.
Fu suo scolaro Agostino Nifo calabrese, che sosteneva (De intellectu et dæmonibus, 1492), non esservi altra sostanza separata dalla materia se non le intelligenze che muovono i cieli; un'anima sola ed un'intelligenza sparsa nell'universo, vivifica e modifica gli esseri a sua voglia. Lo confutarono i monaci, e mal gli sarebbe avvenuto se esso vescovo di Padova non lo avesse scampato e indotto a modificar l'opera sua, come modificò l'insegnamento. Pure Leone X il favorì, lo fece conte palatino, e pagollo affinchè, contro il Pomponazio (1518), mostrasse che Aristotele sostiene l'immortalità dell'anima.
E lungamente regnò il realismo nella scuola di Padova. Regiomontano vi dava lezioni sopra Al-Fargani, e ben avanti nel secolo XVII vi si insegnavano tali dottrine, che noi non giudicheremo un progresso dello spirito umano, bensì un regresso verso la scolastica del medioevo e il peripatismo arabo; ma che, staccando dalle tradizioni, avviavano al pensare indipendente e alla scienza laica e razionale.
Gismondo Malatesta, che, essendo feudatario della Chiesa le defraudava i dovuti soccorsi, fu da Pio II scomunicato nel 1461, fra gli altri delitti apponendogli di non credere alla risurrezione dei corpi e all'immortalità dell'anima, e fu arso in effigie[220]. Paolo Mattia Doria napoletano, avea preparato l'Idea d'una perfetta repubblica, ma ne fu sospesa la stampa, e fu arsa come fetida d'immoralità e di panteismo. Speron Speroni, a Pio IV che gli dicea: «Corre voce in Roma che voi crediate assai poco», rispose: «Ho dunque vantaggiato col venirci da Padova, ove dicono che non credo nulla»; e poco prima di morire esclamò: «Fra mezz'ora sarò chiarito se l'anima sia peribile o immortale»[221].
Di quel misto di cabala, gnosticismo, neoplatonismo, giudaismo, che univasi colla letteratura classica, coi filosofemi d'Aristotele, d'Epicuro, d'Averroè, per gettare gli spiriti nel dubbio e in quel che ora intitoleremmo razionalismo, erasi nella corte di Lorenzo de' Medici imbevuto Giovanni Pico della Mirandola, ricco signore e portentoso intelletto. Ebbe a maestro Elia del Medico, ebreo averroista che per lui compose varj trattati filosofici, fra cui uno sull'Intelletto e la Profezia (1492) e un commento sul libro Della scienza del mondo (1485): a Venezia stamparonsi più volte (1506, 1544, 1598) le sue annotazioni sopra Averroè, le quistioni sulla creazione, sul primo motore, l'ente, l'essenza e l'uno. Uscendo da tale scuola, Pico professavasi educato, a non giurar nella parola di nessuno, ma diffondersi su tutti i maestri di filosofia, vagliarne tutte le carte, conoscerne tutte le famiglie; anzi, l'indipendenza spingea fino a credere che l'oro puro, sebbene sotto forma tedesca, valesse meglio che il falso coll'eleganza romana[222].
A ventiquattro anni (1486) mandava per Europa una sfida, pronto a sostenere in Roma novecento tesi, dialettiche, morali, fisiche, ecc.; quattrocento delle quali avea dedotte da filosofi egizj, caldaici, arabi, alessandrini, latini, le altre erano opinioni sue. Alla sfida nessuno comparve, benchè Pico si assumesse di rifondere le spese del viaggio: ma il suo ardimento irritò l'amor proprio dei dotti; e in quella farragine ripescarono tredici proposizioni, che deferirono al papa come ereticali. Tra esse erano: Gesù Cristo non esser disceso personalmente agl'inferni, ma sol quanto all'effetto: non poteva essere dovuta una pena infinita al peccato d'un essere finito; non esser certo se Dio potesse ipostaticamente unirsi anche a creatura non ragionevole; la scienza che più ci rende certi della dottrina di Cristo è la magia e la cabala; come non dipende dalla volontà l'aver un sentimento, così neppure il credere; i miracoli di Gesù Cristo non sono prova evidente della sua divinità per l'operazione, ma per la maniera con cui gli ha operati; l'anima non conosce veruna cosa distintamente come se stessa.
Il pontefice, dopo maturo esame, le disapprovò (1487), e Pico le difese in un'apologia, poi nell'Heptaptus de septiformi sex dierum geneseos enarratione, e nel De Ente et Uno. Da quel gergo scolastico non è agevole, almeno a me, ricavare un chiaro concetto; riducesi però ad appaciare Platone con Aristotele, la teologia pagana colla mosaica e colla cristiana.
Vantavasi d'aver egli primo in Italia reso ragione dell'aritmo teologico di Pitagora; l'unità numerica fondarsi sull'unità metafisica, la quale è al di sopra dell'ente. Allegorici credeva i libri di Virgilio, di Platone, di Omero; e lo stesso metodo applicava ai libri santi. A gran prezzo avea comprati certi libri di Esdra, che davano spiegazione della dottrina mosaica e dei misteri, e supponendoli genuini, con essi e colla cabalistica interpretava liberamente Mosè.
E quale allegoria, nell'Heptameron espose il genesi mosaico, trattandolo come i Neoplatonici avrebbero potuto trattare la mitologia, sfoggiandovi sapienza orientale e occidentale. «Mosè e i profeti, Cristo e gli apostoli, Pitagora e Plutarco (dic'egli), e in generale i sacerdoti e filosofi del mondo antico velarono la loro sapienza sotto immagini, perchè la folla non era capace di gustare quel cibo della verità, e intesero tutt'altro da quel che suonino le parole. È fuor di dubbio che Mosè, nell'enumerazione delle sei giornate, non volle parlare della creazione del mondo visibile; ed a prima vista sembra grossolano, attesa la legge degli antichi savj di adombrare le cose sublimi. Altrettanto fece Cristo parlando per parabola al vulgo, e perciò san Giovanni, che fu più degli altri istrutto negli arcani, scrisse solo tardissimo, e san Paolo ricusava il vital nutrimento ai Corintj, ancora carnali, e Dionigi Areopagita esortava a non mettere in carta i dogmi più reconditi; Cristo confidò arcanamente alcune verità a' discepoli suoi, che le tramandarono a voce; e il conoscerle è fondamento grandissimo della fede nostra». Non vi si giunge che per mezzo della cabala, dalla quale, per esempio, s'impara perchè Cristo dicesse d'esistere prima d'Abramo, e che dopo di sè manderebbe il Paracleto, e che egli veniva coll'acqua del battesimo e lo Spirito Santo col fuoco.
Chi non vede ove potesse portare un tale eccletismo? Che se veniva applaudito dalle accademie e dalla Corte de' Medici ove tale era la moda, non potea piacere a Roma: e per quanto egli si schermisse dietro a ripetute proteste di soggezione alla Chiesa, realmente alla Chiesa volea sostituir se stesso nel definire e spiegare il dogma per mezzo della cabala e dell'ebraico. Innocenzo VIII diceva: «Costui vuol finir male, ed essere un giorno arso, poi vituperato in eterno, come qualchedun altro. Le cose della fede sono troppo delicate, e non posso tollerarlo: scriva opere di poesia, saranno più da' suoi denti»; malgrado le raccomandazioni del magnifico Lorenzo[223], mai non volle ritirarne la condanna, benchè schermisse da ogni molestia l'autore. Il quale, sempre più ingolfato negli studj, per quanto contento di sua sorte a segno, che diceva non vedrebbe di che mormorare contro la Providenza, se pure non perdesse lo scrignetto de' suoi scritti, non sapea darsi pace di essere incorso nella disapprovazione papale, si riprotestava di sentimento cattolico, e intanto non voleva confessare d'avere sbagliato nel sostenere certe proposizioni, anche dopo che furono condannate dalla bolla pontifizia.