Non mancavano persone che lo istigassero a buttar giù la buffa, romper con Roma, ed eccitare un grande scandalo: ma egli, assaggiata la vanità della scienza, tornò al cuore di Cristo e alla carità, ripetendo la sentenza di san Francesco, «Tanto sa l'uomo quanto opera». Allora contro gli Ebrei difese la fedeltà di san Girolamo nella versione dei salmi; voleva anche scrivere una grande opera per confutare i sette nemici della Chiesa; ma non compì che la parte contro gli astrologi; macerava il corpo; recitava l'uffizio come i preti, consumava «giorno e notte in leggere le sacre carte, nelle quali è insita una certa forza celeste, viva, efficace che con meraviglioso potere converte l'animo del leggitore all'amore divino», e pensava pigliarsi una croce e andar a piè scalzi predicando Gesù Cristo. Alfine da Alessandro VI ottenne una bolla, ove dichiaravasi che mai, per le tesi riprovate, non era incorso in veruna censura o sinistra nota, o da queste veniva assolto; e morì piamente nel 1494 in mano de' Domenicani, l'abito de' quali voleva vestire.

Ma la filosofia ponevasi sempre più in urto colla fede, e «non pareva fosse gentiluomo e buon cortigiano colui che de' dogmi non aveva qualche opinione erronea od eretica». I moderati credevano prestar omaggio alla fede col non riflettervi, accettare i dogmi senza esame, con quell'accidia voluttuosa che, in tempi a noi vicini, chiamava spirito forte l'indifferenza, e lo sdrajarsi col bicchiere in mano e spegnere i lumi. Già viveasi per l'intelletto più che per la coscienza; irrobustendo la ragione, lasciavasi ammutir la coscienza, guastare il cuore, e mescersi a tutto una superstizione puerile; e come conseguenza un materialismo semplice e pratico, un'accidia voluttuosa, talchè può dirsi che tutta l'Italia fosse trasformata in un gran Decamerone.

Quel beffardo sincretismo manifestavasi, come avvien nelle mode, anche con frivolezze, e alla Corte de' Medici si teneano spesso dispute filosofiche e teologiche in questo senso. Nicola de Mirabilibus, domenicano, racconta come, post convivium magnifice ac splendide factum nel palazzo di Lorenzo de' Medici, si pose in disputa una tesi, affissa nel tempio di Santa Riparata dai frati Minori, che il peccato di Adamo non è il maggiore di tutti i peccati. Frà Nicola divisa gli argomenti addotti dai varj interlocutori, e massime dal magnifico Lorenzo.

Da per tutto, ma forse peggio in Italia, la buffoneria si esercita col bersagliare le convinzioni, e mettere in canzonella le quistioni più serie, quando vengono agitate. Per tale spirito Luigi Pulci, nel bizzarro poema del Morgante, volgeva in baja tali disquisizioni:

Costor che fan sì gran disputazione

Dell'anima ond'ell'entri ed ond'ell'esca

O come il nocciol si stia nella pesca

Hanno studiato in su n'un gran mellone.

Fin sul teatro recavansi, e sta manoscritta alla Biblioteca già Palatina di Firenze una rappresentazione del XV secolo, intitolala I Sette Dormienti, ove Tiburzio e Cirillo sostengono che, secondo Aristotele, la resurrezione dei morti è contro natura; Faustino cristiano disputa in contrario e conchiude:

Se Aristotel nol crede lo credo io,