I re si venivano assodando coll'abbattere la feudalità; e le plebi restringeansi ai troni come ad asilo di ordine e di giustizia, come rimedio alle ineguaglianze oppressive ed offensive; la monarchia, benchè non avesse ancora schiacciato l'aristocrazia e la democrazia, crescea le ingerenze sue fin sulle cose ecclesiastiche: tra i varj governi s'erano stabilite relazioni più intime e frequenti, donde una specie di politica generale. Pertanto scemava il bisogno di domandare agli ecclesiastici regole per gli atti, protezione per gli interessi; il risorto diritto romano facea vagheggiare il coordinato accentramento degli antichi, in luogo delle istituzioni paterne, delle franchigie locali, e della personale indipendenza, introdotte dai Germani. La repressione della feudalità chiamava un maggior numero a partecipare ai diritti universali. Sopravviveva però lo spirito delle antiche repubbliche, concitato anzi dal resistere a coloro che le spegnevano; lo slancio cavalleresco non era ammortito dalla fredda ragione: metteasi passione nell'erudizione come nella filosofia, calore e amore nella luce. Rotti i ceppi del medioevo, non ancora assunti quelli delle convenienze, l'uomo seguiva gli istinti, la fantasia, la coscienza, virtuoso o ribaldo ma francamente, senza nè insuperbirne, nè vergognarne; donde una originale varietà di atti come di componimenti; epicureismo sfacciato a fianco d'una devozione fin mistica; serenità delle arti in mezzo alla devastazione di eserciti brutali, che strappavano alla patria nostra l'indipendenza; violazioni d'ogni diritto, e pregiudizj inumani e servili, mentre grandeggiava la giurisprudenza, e poneansi i fondamenti al diritto pubblico.

Nobili intelligenze elevavansi, guidate dalla critica a riprovare la filosofia scolastica, l'architettura gotica, il latino chiesastico, la servile riverenza all'autorità, richiamando ai modelli classici nella letteratura e nelle arti, ai sommi filosofi, all'esame, all'esperienza; ma con un'esuberanza di forze, un entusiastico trasmodare, una indipendenza arrischiata, un'imitazione imprudente, un fervore pel bello, separato dal buono. E a vero dire, la riforma protestante, se si consideri come un ritorno verso l'antichità, era cominciata dai nostri umanisti: perocchè anch'essi voleano annichilare quattordici secoli di progresso, non per tornare ai primordj della Chiesa come poi Lutero, ma per riaccreditare la civiltà pagana, sovvertita dal cristianesimo: non già solo per distruggere come esso Lutero, ma per ripristinare gli ordinamenti antichi, e far che la materia rivalesse ancora sopra la morale. Come i re aveano trovato la polvere e i cannoni, così il popolo avea trovato la stampa: e Roma la accolse, la favorì, non avendo paura di nessun progresso: i primi libri si pubblicarono in badie, e dedicati a papi, che li proteggeano a diffondere non solo la verità, ma anche la civiltà pagana, e che presto doveano divenire i maggiori propagatori della tentazione protestante. Ma quando annunziavasi che il mondo non consisteva nelle sole tre parti antiche; che in America si trovava una differente vita animale e vegetale, e uomini e civiltà d'altra specie; che la terra gira e il sole sta; che ne' libri talmudici e nella cabala era riposta profonda scienza; che l'India possedeva una lingua, madre delle altre; che il Turco non era più barbaro dell'Ungherese; poteva la mente tenersi queta e soddisfatta ne' canoni che avea sin là venerati tacendo? Non doveano colle nuove idee destarsi bisogni nuovi e lo spirito d'esame?

Non va mai senza inconvenienti un improvviso effondersi di cognizioni. Stampa, scoperte di paesi nuovi e di codici antichi, secolo d'oro della letteratura, aumento di comodità e dilicature, fomentavano la vita sensuale, e per ricolpo le declamazioni contro il rilassato rigore cristiano ed ecclesiastico.

Per verità a sì grandi mutazioni bisognerebbe si trovassero pari coloro che guidano il mondo. I principi pretesero farlo col rendersi forti, accentrarsi ne' proprj possessi, ritrarre allo Stato le prerogative, in prima sparpagliate fra i possessori del suolo. La Chiesa videsi costretta fare altrettanto, e poichè principalmente l'esiglio avignonese (dov'era parso che il pontificato suddito comunicasse la sua servitù a tutto il mondo, come altre volte ne tutelava le libertà) avea mostrato l'indipendenza temporale essere necessaria garanzia della spirituale, dovette essa pure assettarsi a guisa di principato, fino a negligere quella che è essenza sua, la virtù, e il continuo migliorare di atti nella persistenza delle dottrine.

Molti dell'alto clero, assorti in cure secolaresche, investiti feudalmente di obblighi militari e fors'anche di diritti osceni[241], a nulla pensavano meno che ad istruirsi in quella fede, che per ufficio avrebbero dovuto tenere immacolata e diffondere. Fra le guerre incessanti del medioevo, ad alcune chiese non provedeano quelli a cui spettava canonicamente di eleggere i successori: onde i prelati, affine di non lasciarle scoperte, le raccomandavano a qualche prete; oppure esse medesime, per sottrarsi a prepotenze, raccomandavansi a qualche signore. I protettori ne vollero un compenso: e fossero laici o prelati, teneansi parte della rendita, mentre del resto investivano amici o parenti. L'abuso dapprima fu corretto con editti; ma come è trista natura dell'uomo il facilmente abituarsi alle ingiustizie, i pontefici stessi conferirono commende, anche a vita, e concedendo gl'interi frutti al commendatario come al titolare; e mentre prima raccomandavasi la tal chiesa acciocchè intanto fosse governata, dappoi si disse: «Ti raccomandiamo la tal chiesa acciocchè tu possa con maggior decenza sostentarti». E poichè costoro erano instituiti dal pontefice, i vescovi locali non potevano frammettersi al governo che facessero di quella chiesa i commendatori, che vedendovi unicamente una fonte di guadagno, trascuravano e le anime e le temporalità[242].

Alcun vescovo rinunziava alla sede, riservandosi la collazione de' benefizj e certe propine; altri a denaro faceansi destinare de' coadjutori, ch'era uno spediente per trasmettere il vescovado ai così detti nipoti; fin arcidiocesi importantissime lasciavansi quasi retaggio a famiglie principesche, come la milanese agli Estensi; poco importando se l'investito fosse illetterato o fanciullo. Filippo, figliuolo del duca Lodovico di Savoja, da bimbo era vescovo di Ginevra, e fatto maggiore, depose l'abito clericale; come fece più tardi Emanuele Filiberto, eletto cardinale di due anni. Giovan Giorgio Paleologo vescovo di Casale, nel 1518 depose la tonaca, e menò moglie, e così nel 1515 Ranuzio Farnese, vescovo di Montefiascone a nove anni: a quindici nel 1520 Giovan Filippo di Giolea era vescovo di Tarantasia.

Ne derivò l'ubiquità, cioè di poter godere i frutti delle prebende dovunque si dimorasse, talchè uno poteva essere cardinale d'una chiesa di Roma, vescovo di Cipro, arcivescovo di Glocester, primate di Reims, priore di Polonia, e intanto alla Corte del cristianissimo trattava forse gli affari dell'imperatore. Giovanni de' Medici, che fu poi Leone X, appena adolescente si trovava canonico delle cattedrali di Firenze, di Fiesole, d'Arezzo; rettore di Carmignano, di Giogoli, di San Casciano, di San Giovanni in Valdarno, di San Pier di Casale, di San Marcellino di Cacchiano; priore di Montevarchi, cantore di sant'Antonio di Firenze, prevosto di Prato, abbate di Monte Cassino, di San Giovanni di Passignano, di Miransù in Valdarno, di Santa Maria di Morimondo, di San Martino, di Fontedolce, di San Salvatore, di Vajano, di San Bartolomeo d'Anghiari, di San Lorenzo di Coltibuono, di Santa Maria di Montepiano, di San Giuliano di Tours, di San Giusto e di San Clemente di Volterra, di Santo Stefano di Bologna, di San Michele d'Arezzo, di Chiaravalle presso Milano, del Pin nel Poitou, della Chaise-Dieu presso Clermont. Il cardinale Innocente Cibo suo nipote tenne contemporaneamente otto vescovadi, quattro arcivescovadi, le legazioni di Romagna e di Bologna, le abbazie di san Vittore a Marsiglia e di san Ovano a Rouen. Il cardinale Ippolito d'Este, a sette anni era primate d'Ungheria, poi vescovo di Modena, Novara, Narbona, arcivescovo di Capua e di Milano, la qual ultima dignità rinunziò a un nipote di dieci anni riservandosene l'entrata: e questo nipote fu pure vescovo di Ferrara, amministratore dei vescovadi di Narbona, di Lione, d'Orleans, di Autun, di Morienne, a tacere un'infinità di badie. Il patriarcato d'Aquileja stette ne' Grimani dal 1457 al 1593: il vescovado di Vercelli da forse un secolo poteva dirsi ereditario nelle famiglie Rovere e Ferreria; Giuliano Della Rovere, divenendo papa, ne investì il cardinale Ferrerio, benchè già tenesse la sede di Bologna, e molte ricche badie. Al concilio tridentino il vescovo di Pamplona manifestò che, quand'egli salì a questa sede, da ottant'anni non vi risiedeva alcun vescovo, perchè erano cardinali.

Adunque i signori nella vigna di Cristo trovavano desiderabilissimi appanaggi ai loro cadetti; la curia romana, che male si confonde colla Chiesa, ne faceva pingui ricompense a' suoi devoti, conferendole meno per merito di scienza ed esemplarità, che per servigi resi in curia, o ancora peggio per raccomandazioni di principi; con molteplici serie di promozioni mirava a lucrare dalla vacanza e dalle collazioni de' benefizj, e moltiplicare le tasse di cancelleria. I vescovi, educati nel fasto spensierato anzichè a studj teologici, puntigliosi sul decoro della famiglia ed emuli del lusso fraterno, amanti del ben vivere più che del vivere bene, per trescare nelle Corti, o sollecitare posti a Roma, abbandonavano le diocesi a vicarj spirituali, e per economia preferivano sceglierli tra' frati mendicanti, i quali non esigevano mercede. I cardinali, dice il piissimo Bellarmino, non divenivano santi perchè aspiravano a divenire santissimi: le chiavi di san Pietro erano desiderate, non perchè aprono il cielo, ma perchè erano d'oro[243].

Gli inferiori sogliono foggiarsi sull'esempio dei capi. Recitavasi la messa con indifferenza meccanica, per abitudine, non altrimenti d'un rito qualunque, senza spirito nè unzione, senza conoscere come storicamente le sue cerimonie s'annettano a quelle della primitiva Chiesa. Molti possedeano il titolo di dottori in teologia, ma non la teologia; e come adesso non si leggono più libri serj e profondi, ma enciclopedie e giornali e compendj, così allora, invece dei Padri e della Scrittura, si stava alle Somme, ai Fiori, ai Manuali. Innocenzo VIII dovette rinnovare la costituzione di Pio II, che ai preti vietava di tenere macello, albergo, bettola, casa di giuoco, postribolo, o di fare da mediatori per denaro; e se dopo tre ammonizioni persistessero, non godrebbero più l'esenzione del fôro[244]. Silingardo vescovo di Modena, dirigendo la sua Somma di teologia morale al cardinale Morene, diceva avere «nella visita di quella diocesi trovata tanta ignoranza della lingua latina nella maggiore parte de' sacerdoti curati, accompagnata da così poca pratica della cura delle anime, che verisimilmente si può temere una gran ruina e precipizio del gregge». I tre stati di Savoja, raccolti a Ciamberì nel febbrajo 1528, faceano istanza a quel duca perchè fossero frenati e moderati gli ecclesiastici, che trascendono in abiti e pompe mondane, ed esercitano l'usura con gran danno del popolo minuto, e che godono pingui benefizj senza adempirne gli obblighi di limosine e messe[245]. Insomma il sacerdozio consideravasi come uno stato, non una vocazione; le penitenze, lo studio, il predicare rimanevano incombenza de' frati.

Ma in questi pure appariva come sia pessima la corruzione dell'ottimo. Commendate le badie ad uno che mai non le vedeva, o vi compariva con treno secolaresco di cani, donne, cortigiani per raccorvi i frutti e far caccia nelle selve, chi più curava la disciplina de' monaci? E qual meraviglia se i conventi, già centri all'attività del pensiero, delle arti, della devozione, intepidivano nella rilassatezza dell'opulenza, o gareggiavano solo nella profana gelosia d'un Ordine coll'altro?