Adoratore della forza, e da quella sola sperando l'aquietamento delle fazioni, il Machiavelli fantasticava una monarchia italiana. Non già ch'egli pensasse mai a un signore, il quale soggiogasse le fiorentissime repubbliche di Venezia, di Genova, di Lucca, nè tanto meno Roma; ma un principe robusto che imponesse la sua politica a tutte. Eppure sarebbe stata questa, nelle idee d'allora, una vera servitù, una conquista, un uccidere l'autonomia a cui aspiravano i singoli popoletti; lo perchè tale politica era detestata dai migliori italiani. E sempre vi si erano opposti i pontefici, vedendo come il rinnovare un regno d'Italia al modo dei Goti e dei Longobardi non solo avrebbe mozza la loro sovranità, ma avvilita tutta Italia. Dell'essere stati operosissimi a impedir questa tirannide comune sopra l'Italia, il Machiavello imputava i pontefici. Ma non che altri, lo riprovava Francesco Guicciardini, riflettendo che l'Italia fu corsa a lor posta dai Barbari quando era sotto al dominio unico degli imperatori; che dalle sue divisioni trasse forse gravi mali, ma n'ebbe in compenso una straordinaria floridezza; che gl'Italiani, per abbondanza d'ingegno e di forze furono sempre difficilissimi a ridursi a unità anche quando Chiesa non v'era; che col conservare l'Italia in quel tenore di vita che s'addice alla sua natura e alla sua antichissima consuetudine, anzichè male, avea fatto bene la Chiesa romana[236].
Per far l'Italia il Machiavelli ricorreva, al solito, agli stranieri; non accorgendosi come i papi fossero la sola potenza che valesse a salvarne l'indipendenza, desiderava che i Francesi gli umiliassero, sollevando i baroni contro di essi in modo che o gl'insultassero come sotto Filippo il Bello, o li chiudessero in Castel Sant'Angelo; nè esser quelli «così spenti che non si potesse trovar modo a raccenderli»[237]; e a' suoi Fiorentini scriveva come si pensasse dai Francesi invadere Roma, il che «sarebbe da desiderare, acciocchè ancora a codesti nostri preti toccasse di questo mondo qualche boccone amaro»[238]. Ma della riforma religiosa non ebbe verun concetto; trattò il cristianesimo non altrimenti che il paganesimo, adattandolo a religione civile, siccome leggeva in un frammento di Varrone; col che giustificava l'intolleranza.
E dappertutto non mostrasi egli novatore, ma sempre ripete idee classiche, con qualche aggiunta e qualche applicazione. Nell'esporre «le verità effettuate delle cose», non inculca espresso l'ingiustizia, ma toglie per unica norma l'utilità; non come Satana dice al male, Tu sei il mio bene, ma, Tu mi sei utile; se l'utile deva posporsi all'onesto è disputa da frati.
I tradimenti altrui e le proprie empietà espone in tono d'assioma, senza passione, come evenienze naturali, con freddo computo di mezzi e di fine, con un'indifferenza che somiglia a complicità. Con questa scienza senza Dio, che eleva l'ordine politico di sopra del morale, la ragione di Stato sopra l'umanità, che suppone unica meta delle azioni il soddisfare gl'istinti egoistici e interessati, assolve la menzogna, il perfidiare la parola e i trattati, il conculcare il diritto delle genti, la cospirazione, l'assassinio, purchè si raggiunga lo scopo, si soddisfi l'ambizione, qualunque siasi: la vittoria arreca gloria, non il modo con cui la si ottiene. Perciò il Machiavello ammira chiunque riesce, sia pure a fini opposti, eccetto Giulio Cesare che spense le libertà classiche, e Gesù Cristo che abjettì gli uomini predicando l'umiltà. Ammira la virtù dello scellerato Cesare Borgia, e fatto inorridire colle costui scelleratezze, conchiude: «Io non saprei quali precetti dare migliori ad un principe nuovo che l'esempio delle azioni del duca... Raccoltele, non saprei riprenderlo, anzi mi pare di proporlo ad imitazione a tutti coloro che per fortuna e con le armi d'altri sono saliti all'impero». L'appassionata sua vista non gli lasciava scorgere su quanto labile fondamento poggiasse la potenza di quel fortunato ribaldo; e quando egli cade, lo pronunzia «truculento e fraudolento uomo, e meritevole della pena che i cieli gli avevano serbata».
Armonizzar la natura col soprannaturale, la scienza colla fede, la rivelazione colla ragione, la filosofia colla teologia, era stato lo scopo degli Scolastici, e ormai erano beffati e posposti alle dottrine gentilesche[239]. Cambiata la bilancia degli atti, qual meraviglia se non veneravansi più i santi del paradiso, ma si applaudiva agli eroi dell'inferno? Virtù è la forza intelligente; mezzo di governo una dominazione unica e incondizionata. Invano Cristo avrà detto, «Perisca il mondo, ma facciasi la giustizia»; il Machiavello torna al pagano «Suprema legge è la salute dello Stato», e dice che «quando una città pecca contro uno Stato, per esempio agli altri e securtà di sè un principe non ha altro rimedio che spegnerla, altrimenti è tenuto o ignorante o vile: dove si delibera della salute della patria, non vi debbe cadere alcuna considerazione di giusto nè d'ingiusto, nè di pietoso nè di crudele; nè di laudabile nè d'ignominioso». E segue che «un uomo il quale voglia fare in tutto professione di buono, conviene che rovini in fra i tanti che non sono buoni»: nelle esecuzioni non v'è pericolo alcuno, perchè chi è morto non può pensare alla vendetta.
Altrettanto dicevano i Terroristi di Francia. Ed io non vedo in che cosa Machiavello sia migliore di Hobbes, se non che egli pone in capo di tutto la politica; e con voti contradditorj, contrasti inattesi, sentimenti generosi in mezzo a mostruose teoriche, scompiglia la critica, mentre Hobbes s'attiene alla morale, e tutto riduce ad unità inflessibile, non commovendosi per veruna passione: del resto entrambi confondono l'anima col corpo, l'onesto coll'utile, la ragione col calcolo, Iddio col nulla. Machiavello esprime l'egoismo del principe, come il Contratto Sociale di Rousseau espresse l'egoismo del suddito; entrambi del pari repugnanti alla carità cristiana, e ponendo fondamento alla sistemazione degli Stati non più l'ordine voluto da Dio, ma la volontà dell'uomo; traendo ogni podestà non da Dio ma dall'uomo; riducendo l'attività sociale non a compiere un disegno divino providenziale, ma ad emancipare l'umanità.
Non potevamo trascurare questa eresia politica, che trionfò e durò più delle altre; che, quando assassinava l'italica indipendenza, voleva uccidere anche il diritto e la giustizia: e indebolita l'autorità spirituale, preparava quel despotismo che non insinua la bontà, ma reprime colla forza, usata accortamente sopra la torma de' bipedi, che la loro stupidità condanna all'obbedienza.
Se questa sfacciataggine di politica anticristiana attesta come fossero mutati i tempi e aggravati i pericoli, fu gran sintomo della lamentata trascuraggine il non avere Leone X notato que' libri fra i proibiti, anzi all'autore dato commissione d'un'opera analoga, sul governo da porsi a Firenze; neppure Adriano VI, così onestamente rigoroso, li toccò; Clemente VII diede privilegio al Blado per istampar le opere del Machiavello, nel quale non vedeva se non l'illustre concittadino, perseguitato dalla sua casa, che narrava la storia di Firenze, e la dedicava a lui papa, il quale tenne il Principe per una bizzarria di spirito, una leggerezza come altre del segretario. Nè fino a Clemente VIII veruna condanna officiale gli fu inflitta[240]. Oggi è, come dicono, riabilitato, e onorato di statue come i pigmei suoi imitatori.
DISCORSO X.
SCANDALI NELLA CHIESA. RIMPROVERI FATTILE E TOLLERATI.
Chi non ravvisa in tutto ciò come il mondo civile s'innovasse? Pensieri elevati, bisogni meglio che materiali attestano come vi fosse tutt'altro che torpore e negligenza nella società d'allora; nè supina indifferenza pei diritti e i doveri, quale vorrebbero farci credere coloro, che dalla patria di Hutten e di Goetz von Berlichingen giudicano quella di Ficino e Pico, di Savonarola e Machiavello.