La fede nella sua integrità era stata fino allora la fonte unica d'ogni diritto, d'ogni ordine. Tutto il mondo civile riconosceva una religione, cioè una dottrina generale sulle relazioni fra il cielo e la terra, uno scopo alla vita dell'umanità, cioè compiere il disegno divino; una l'origine degli Stati, cioè la volontà di Dio; conformità di credenze, che costituiva un legame tra le varie società.

Da questa fonte unicamente traevasi il diritto di governare e di punire; gli Stati prendeano il nome del loro patrono, dicendosi patrimonio di san Pietro, come repubblica di san Marco o di san Giovanni; e sant'Ambrogio, san Geminiano, san Petronio, san Siro indicavano Milano, Modena, Bologna, Pavia; il nome e l'effigie del santo metteasi sulle monete e sugli stendardi: perfino le date storiche riferivansi al calendario ecclesiastico, dicendo che il giorno della candelara erano state rapite le spose veneziane, alla sant'Agnese sconfitti i Torriani dai Visconti; al san Sisino si vinse il Barbarossa a Legnano; a san Cosmo e Damiano fu preso Ezelino.

Gli stessi pensatori non cercavano altro che rendersi ragione di quel che credevano. Cattolici prima che filosofi, volenti godere della tradizione che aveano ricevuta coll'intelligenza, studiavano comprendere, ma in fondo credevano, portando l'offerta della loro scienza e ragione al tempio del Signore; e non pretendeano riformare il mondo e la società col pensiero loro proprio, senza tenere conto de' loro simili, nè de' fratelli e dei canoni trasmessi dai vecchi.

Così per quindici secoli non si era avuto che un idioma per favellare a Dio, una sola autorità morale, una sola convinzione; tutta Europa alla stess'ora, il giorno stesso, colle stesse parole supplicava, aspirava, esultava.

Ora invece scomponevasi l'intima società col surrogare alla fede il raziocinio, alla credenza assoluta le religioni comparate; inoculando il dubbio corrompevansi i costumi, e i costumi riagivano sopra le credenze. Ciò appare in tutti gli scrittori, e principalmente in Nicolò Macchiavello e Francesco Guicciardini. Quest'ultimo guarda all'esito, non mai alla giustizia d'una causa: le peggiori iniquità racconta colla freddezza d'un anatomico; vede o arguisce sottofini e cattive intenzioni dapertutto, nè mai riconosce virtù, religione, coscienza, bensì calcolo, invidia, ambizione; fatto ironico, forse per dispetto degli uomini e degli eventi, affetta un'imparzialità che in fondo è indifferenza tra l'onestà e la ribalderia. I papi non solo esamina e giudica al modo degli altri principi, ma sempre li trova in torto, gli accagiona di tutti i mali d'allora; eppure li servì; e diceva: «Il grado che ho avuto con più pontefici m'ha necessitato ad amare per il particolare mio la grandezza loro; se non fosse questo rispetto, avrei amato Lutero quanto me medesimo, non per liberarmi dalle leggi indotte dalla religione cristiana nel modo ch'è interpretata e intesa comunemente, ma per veder ridurre questa caterva di scellerati a' termini debiti, cioè a restare o senza vizj o senza autorità»[229].

Altrove consigliava: «Non combattete mai con la religione, nè con le cose che pare che dipendano da Dio, perchè questo objetto ha troppa forza nella mente degli sciocchi»[230].

Non decidendosi fra Mosè e Numa, fra Giove e Cristo, ammette i miracoli ma d'ogni religione «in modo che della verità di una fede più che di un'altra è debole pruova il miracolo»[231]; in ogni nazione, e quasi in ogni città sono devozioni che fanno i medesimi miracoli, segno manifesto che le grazie di Dio soccorrono ognuno[232]. Egli tiensi certo anche per esperienza propria che v'ha spiriti aerei, i quali domesticamente parlano colle persone[233].

Dopo di ciò, non è più un fenomeno stravagante e un mito il Macchiavello, il quale sull'idolatrato tipo de' Greci e Romani foggia la nuova civiltà, cancellandone Cristo e il Vangelo. Secondo lui, natura creò gli uomini colla facoltà di desiderare tutto e l'impotenza di tutto ottenere, sicchè dirigendo essi il desiderio sopra gli stessi oggetti, trovansi condannati a odiarsi gli uni gli altri. Per togliersi a questa guerra di tutti contro tutti, è permessa ogni cosa, e di violare qualunque diritto e dovere; e la società fu istituita per comprimere l'anarchia mediante la forza organizzata.

In somma la sua è la dottrina dello Stato ateo, il quale non teme d'andar all'inferno, ed è a se stesso fine e legge. Niente v'ha di superiore ai sensi; l'idea della giustizia nacque dal vedere come tornasse utile il bene e nocivo il male; al bene gli uomini s'inducono solo per necessità; il principe dee farsi temere anzi che amare; scopo dei governi è il conservarsi, nè questo si può che coll'incrudelire, «perchè gli uomini sono generalmente ingrati, simulatori, riottosi, talchè conviene ritenerli colla paura della pena». Suppone dunque l'uomo cattivo, come fa la Chiesa, non però in grazia del peccato originale, nè ammettendo un mediatore; non cerca il regno dello spirito, ma quello della forza. Dio è sempre coi forti; e a chi ha dà ancora; a chi ha poco, toglie anche quello che ha. È sventura che alla religione feroce antica, coi gladiatori, col culto degli eroi, coll'apoteosi de' conquistatori, e che mescolava le battaglie colle preghiere, il sangue colle feste, sia succeduta questa, tutta umiltà ed abjezione[234], negligente dei proprj interessi; e se può sperarsi alcun bene all'umanità consiste nel rivolgimento delle sfere, che potranno far rinascere qualche culto simile all'antico.

Roma egli ammira per «la potenza delle esecuzioni sue», perchè conquistò tanti popoli, e per guerra o per frodi rapì ad essi ricchezze, leggi, libertà, indipendenza. Le crociate sono un mero scaltrimento di Urbano II; di frà Savonarola era stato entusiasta in gioventù, ma come ne vide la politica fallire, dovette credere non potesse riuscire se non la frodosa o violenta, scurante di ciò che sta sopra il tetto. Del maestro non ritenne più che l'amor della patria, e questa volea vedere forte e unita: «sian pur iniqui i mezzi, ma son passeggeri, e ne seguiranno il dominio supremo della legge, l'eguaglianza e la libertà di tutti, e si farà della cittadinanza un medesimo corpo, ove tutti riconoscano un solo sovrano»[235].