Ma il Bembo, come gli altri del suo tempo, credeva il risorgimento consistere nelle forme; doversi abbattere la scolastica per mezzo di Cicerone, e mediante l'espressione materiale giungere allo spirito; abborriva dagli umanisti, che dicean il latino moderno dovere essere di vario colore; e piacevagli meglio parlare come Cicerone che essere papa.

Egli recitava a memoria molti passi dello scorrettissimo Battista Mantovano: ma ciò ch'è maggiore meraviglia, altrettanto faceva il Sadoleto, un de' più pii di quel secolo. Il quale ha una consolatoria a Giovanni Camerario per la perdita di sua madre, che tutta volge sulla intrepidezza e magnanimità pagana, senza toccare agli argomenti ben più efficaci della religione. Jacobo Sannazaro, per cantare il parto della Vergine, invoca le Muse, scusandosi se le adduce a celebrare un infante nato in un presepio, e non mai nomina Jesus perchè non è latino; perchè non è latino propheta, fa dal Giordano personificato narrare l'ascensione di Cristo qual la udì vaticinare da Proteo: Maria spes fida deorum, è dall'angelo Gabriele trovata intenta a leggere le Sibille (illi veteres de more Sibyllæ in manibus); e quand'ella assente a divenire madre, le ombre de' patriarchi esultano quod tristia linquant Tartara, et erectis fugiant Acheronta tenebris, Immanemque ululatum tergemini canis. Dapertutto insomma arte pagana in soggetto sacro, alla guisa che sul suo sepolcro in una chiesa sorgono Apollo e Minerva, fauni e ninfe.

Girolamo Vida, dotto e santo vescovo di Cremona, che digiunava spesso a sole radici, nella Poetica non parla che di Muse e Febo e Parnaso, come i classici di cui raccozzava gli emistichi, e ai quali, principalmente a Virgilio, prestava un culto da Dio:

Te colimus, tibi serta damus, tibi thura, tibi aras

Et tibi rite sacrum semper dicemus honorem.

Nos aspice præsens,

Pectoribusque tuos castis infunde calores

Adveniens pater, atque animis te te insere nostris.

Come in un poema sul giuoco degli scacchi, alle nozze dell'Oceano colla Terra fa gareggiare Apollo e Mercurio; così usa nella Cristiade, dove applica a Dio Padre tutti i nomi di Giove, regnator Olympi, superum pater, nimbipotens; del Figlio fa un eroe, sul tipo di Enea; multis comitantibus heros — immobilis heros orabat — curis confectus tristibus heros — ipse etiam (il cattivo ladrone) verbis morientem heroa superbis stringebat: Gorgone, Erinni, Arpie, Idre, Centauri, Chimere, spingono gli Ebrei al deicidio: all'ultima cena viene consacrato fior di Cerere: sulla croce al morente è porto tristo umor di Bacco (sinceram Cererem — corrupti pocula Bacchi). L'uomo soffrente sul Calvario non è il Dio riparatore, e allo spirare suo, non che l'alito d'amore si difonda sulle ire procaci, gli angeli vorrebbero farne vendette: sempre insomma dal Cristo, redentore dello spirito immortale, volgea gli occhi all'Apollo, tipo di bellezza corporea.

Vero è che, sin quando il sentimento religioso predomina, esercita sulla forma la sua forza riparatrice; pure il ravvivato splendore dell'antichità abbagliava per modo, da adombrare il cristianesimo; ammirando unicamente il bello della società classica, non vedeasi il buono della moderna, e le teoriche di quella si applicavano agli affari pubblici.