Non è raro il trovare una pietà sincera e un'ingenuità profonda associate senza gusto col buffo e col teatrale; e a riso anzichè a compunzione eccitano i sermoni di Roberto Caracciolo da Lecce, dai contemporanei supremato nell'eloquenza. Sale in pergamo a predicare la crociata? traendosi la tonaca, rivelasi in abito da generale, come pronto a guidare egli stesso l'impresa. Un'altra volta esclama: «Dicetemi, dicetemi un poco, o signori; donde nascono tante e diverse infermitadi in gli corpi umani, gotte, doglie di fianchi, febre, catarri? Non d'altro se non da troppo cibo ed essere molto delicato. Tu hai pane, vino, carne, pesce, e non te basta; ma cerchi a toi conviti vino bianco, vino negro, malvagìe, vino de tiro, rosto, lesso, zeladia, fritto, frittole, capari, mandorle, fichi, uva passa, confetione, et empi questo tuo sacco di fecce. Émpite, sgónfiate, allargate la bottonatura, et dopo el mangiare va, et bòttati a dormire come un porco»[248]. E a costui fioccavano e brevi in lode, et onorevoli commissioni, e mitre, e titolo di nuovo san Paolo.

Giacomo, arcivescovo di Téramo, poi di Firenze, fra varie opere, scrisse una specie di romanzo col titolo Consolatio peccatorum o Belial, dove immagina che i demonj, indispettiti del trionfo di Cristo sopra Lucifero, eleggano procuratore Belial per chiedere giustizia a Dio contro le usurpazioni di Cristo; Dio commette la decisione a Salomone; e Cristo citato, manda per rappresentante Mosè, il quale adduce a testimonj giurati Abramo, Isacco, Giacobbe, Davide, Virgilio, Ippocrate, Aristotele, il Battista. Belial li scarta tutti, eccetto l'ultimo, sostiene la sua causa con finezza diabolica, pure la decisione esce a lui contraria. Si appella, e Dio demanda la causa a Giuseppe; se non che Belial preferisce comprometterla in arbitri; e sono Aristotele ed Isaia per Mosè, per Belial Augusto e Geremia. I testi più venerabili sono stiracchiati beffardamente; e dopo tutti i garbugli della giurisprudenza, ove Belial imbarazza sovente Mosè men versato ne' cavilli, gli arbitri danno di quelle vaghe decisioni, che lasciano ad ambe le parti cantare trionfo.

Nescit prædicare qui nescit barlettare, dicevasi in onore di Gabriele Barletta, i cui discorsi ebbero moltissime edizioni nel secolo di Leon X[249], e pajono burlette. Per Pasqua racconta che molte persone offrironsi a Cristo onde annunziare la sua risurrezione alla madre: egli non volle Adamo, perchè, goloso dei pomi, non si indugiasse per istrada; non Abele, perchè andando non fosse ucciso da Caino; non Noè, perchè correvole al vino; non il Battista pel suo vestire troppo distinto; non il buon ladrone, perchè aveva rotte le gambe; bensì donne per la popolosa loquacità. Ma ben doveva esser applaudito quando, blandendo un sentimento troppo vulgare, predicava: «O voi, donne di questi signori e usuraj, se si mettessero le vostre vestimenta sotto il pressojo, ne scolerebbe il sangue de' poveri».

Sempre poi conchiudevasi coll'accattare: e uno diceva: «Voi mi chiedete, fratelli carissimi, come si vada in paradiso. Le campane del monastero ve l'insegnano col loro suono: dan-do, dan-do, dan-do».

Il vizio non era nuovo, che già avea tonato l'Alighieri:

Ora si va con motti e con iscede

A predicare; e pur che ben si rida,

Gonfia il cappuccio, e più non si richiede.

I quali versi commentando, Benvenuto da Imola adduce alquante scempiaggini di Andrea vescovo di Firenze, che mostrava dal pulpito un granello di seme, poi si traeva di sotto la tonaca una grossissima rapa, e diceva: «Ecco quanto è mirabile la potenza di Dio, che da sì picciol grano trae sì gran frutto». Poi: O domini et dominæ, sit vobis raccomandata monna Tessa cognata mea, quæ vadit Romam; nam in veritate, si fuit per tempus ullum satis vaga et placibilis, nunc est bene emendata; ideo vadit ad indulgentiam[250].

A dir vero, questi modi, se men dignitosi, erano più efficaci che non le esanimi generalità, le perifrasi schizzinose, e i consigli senza coraggio dei secoli d'oro. Ma se a persone semplici e credenti recavano edificazione, se doveva poi con sciagurata efficacia imitarli Lutero, nel nascere della critica e della negazione davano appiglio ad accuse, alla loro volta esagerate. Della tecnica compagine stomacavansi gli schizzinosi letterati, e il Bembo, chiesto perchè non andasse a predica, rispose: «Che ci ho a veder io? Mai altro non s'ode che garrire il dottore Sottile contro il dottore Angelico, poi venirsene Aristotele per terzo e terminare la quistione proposta»[251].