E l'erudito Bracciolini fa dire da Cincio in un suo dialogo: «Parmi che tanto frà Bernardino da Siena, come altri troppi vadano errati per istudio di brillare più che di giovare; non vôlti a curar le infermità dell'animo delle quali si annunziano medici, quanto a ottenere gli applausi del vulgo, trattano qualche volta recondite e ardue materie, riprendono i vizj in modo che pare gl'insegnino, e per desiderio di piacere trascurano il vero scopo di loro missione, quello di render migliori gli uomini».

Alcuni non mancavano di merito letterario, quali frà Cavalca, il Passavanti, frà Giordano di Rivalta. Come quest'ultimo distinguesse le devozioni dagli abusi, giova mostrarlo a coloro, che in que' tempi e in que' frati non ritrovano che superstizione: «Viene (diceva egli) viene l'uomo, ed andrà a santo Jacopo in pellegrinaggio, ed anzi ch'egli sia là, cadrà in un peccato mortale, e forse in due, e talora in tre, e forse più. Or che pellegrinaggio è questo, o stolti? Che rileva questa andata? Dovete sapere che, chi vuole ricevere le indulgenzie, conviene che ci vada puro, come s'egli andasse a ricevere il corpo di Cristo. Or chi le riceve così puramente? E però le genti ne sono ingannate. Di queste andate e di questi pellegrinaggi io non ne consiglio persona, perch'io ci trovo più danno che pro. Vanno le genti qua e là, e credonsi pigliare Iddio per li piedi: siete ingannati, non è questa la via; meglio è raccoglierti un poco in te medesimo e pensare del Creatore, o piangere i peccati tuoi o la miseria del prossimo, che tutte le andate che tu fai».

Parole altrettanto libere aveva proferite l'anno innanzi in Santa Maria Novella a Firenze. «Molti si credono fare grandi opere a Dio; tra noi ce ne facciamo grandi beffe. Verrà una femmina, e porrà sull'altare una gugliata di refe e tre fave, e parralle avere fatto un grande fatto: or ecco opera. Simigliantemente de' pellegrinaggi. Oh come pare grande opera questa, e di gran fatica cotal viaggio! E vanterassi, e dirà: tre volte sono ito a Roma due volte ito a santo Jacopo, e cotanti viaggi ho fatto. E se vedesse in Roma le femmine a girar cinque volte e sei all'altare, e' par loro avere fatto un grande deposito, e rimproveranlo a Dio, come quel Fariseo che dicea, Io digiuno due dì della settimana, or ecco grande fatto! e mangi, il dì che tu digiuni, una volta, e quella mangi bene e bello. Questo andare ne' viaggi io l'ho per niente, e poche persone ne consiglierei, e radissime volte; chè l'uomo cade molte volte in peccato, ed hacci molti pericoli; trovano molti scandoli nella via, e non hanno pazienza; e tra loro molte volte si tenzonano e adirano, e con l'oste e co' compagni; e talora fanno micidio ed inganni e fornicazioni; e caggiono in peccato mortale»[252].

Altri, massime dopo il Savonarola[253], stuzzicava l'attenzione col mescere ai discorsi allusioni di politica; chi predicando pei Guelfi, chi pei Ghibellini, chi pei Medici o per lo Sforza; talora erompendo in aperti attacchi contro principi non solo, ma contro prelati e papi.

Non rimestiamo più a lungo questo fango senza ricordare come la discordanza della teorica dalla pratica sia cosa umana, generale, e che non si tratta di riformare il precetto, bensì di cercarne l'adempimento. Infatti, se gli scandali erano vecchi, vecchio era pure il disapprovarli; anzi è degna di nota la franchezza con cui, da per tutto ma viepiù in Italia, si censuravano gli abusi degli ecclesiastici. Dante rimproverò i pontefici con una franchezza, che parve ereticale ai nostri secoli, adulatori de' principi e del vulgo. Francesco Petrarca ne' sonetti invocò «fiamma del cielo sulle treccie dell'avara Babilonia, scuola d'errori, tempio d'eresia», e peggio nelle lettere; eppure egli viveva alla Corte pontifizia, e in lui come in Dante i rimbrotti venivano da riverenza e dal desiderio di correzione.

Dopo di loro, sminuendosi le idee repubblicane e popolari col crescere delle principesche, la letteratura credette far pompa di non pericolosa libertà col volgere le spalle al dogma, invece di esso cantando armi ed amori. Allora allo sdegno di zelo e di ragione di Dante contro i vizj nella Chiesa, Giovanni Boccaccio sostituì lo scherno plateale e l'epigramma delle società gaudenti; ridendo fra i disastri dell'umanità, e dei mali della patria consolandosi coll'egoismo, fa cominciare in chiesa l'osceno suo Decamerone, dove i vizj e i disordini de' monasteri sono il tema prediletto; e papi, santi, devozioni, misteri vi vengono trascinati, non per correggere il male, ma per celiarne. Che se in frà Cipolla non fa che canzonare gli spacciatori di reliquie, e in ser Ciappelletto le bugiarde conversioni, precipita affatto al razionalismo nella famosa storiella dell'anello, certamente d'origine musulmana e dalla scuola d'Averroè.

Gli altri novellieri, imitandolo, affastellarono arguzie ed avventure a carico dei monaci, e nessuno peggio del Novellino di Masuccio salernitano. Del quale ci viene specialmente al balzo la novella X, il cui argomento è, «Come un vecchio penitenziere, non in villa o in luogo rustico, che l'ignoranza il potesse in parte iscusare, ma nell'alma città di Roma e nel mezzo di San Pietro, per somma cattività e malizia vendea a chi comperare il volea come cosa propria il paradiso, sì come da persona degna di fede mi è stato per verissimo raccontato».

Non osando avventarsi contro l'impero e contro i tiranni, la satira si trastullò dunque contro la lassa disciplina. Il Poggio, che fu segretario di tre papi, descrivendo in lettera a Leonardo Bruno il supplizio di Giovanni Huss e Girolamo da Praga, li compassiona inveendo contro Roma: nelle invereconde sue Facezie, raccolta degli aneddoti che correano per le anticamere della cancelleria romana, insieme col vulgo e cogli aristocratici, cogli eruditi e coi parlatori, berteggia insolentemente gli ecclesiastici e la Corte pontifizia: eppure si stamparono in Roma stessa il 1469. Battista Spagnuoli, dalla patria detto il Mantovano, dettò satire virulente contro il clero. Giovian Pontano satirico, che aveva sempre un calcio pei vinti, pronto a carezzarli quando tornassero vincitori, spesso bersaglia gli ecclesiastici, e nel dialogo Caronte introduce vescovi, cardinali, monaci a far confessioni spudorate. Antonio Vinciguerra, segretario della repubblica fiorentina, verseggiò contro i peccati capitali che infestavano la Chiesa e l'Italia.

Leonardo Aretino (Libellum contra hypocritas) dice ai frati: «Tra i vostri grandi e deformi vizj, primeggiano l'orgoglio, l'avarizia, l'ambizione. Volete ricoprirli colle lunghe cappe e coi cappucci; perciò avviluppate i corpi onde asconder l'orgoglio sotto l'abito dimesso, l'avarizia e l'ambizione sotto apparenza di povertà..... Ma se desiderate esser persone dabbene, quali vorreste sembrare, bisognerebbe cacciar i vizj dalle anime vostre, e non asconderli sotto le tonache..... A tali ostentazioni io non credo; io non credo neppur a te, o ipocrita, perchè sospetto che sotto quei panni s'asconda qualcosa. Chi potesse guardarvi per entro, vedrebbe una cloaca di vizj turpi, e il lupo rapace sotto le vestimenta d'agnello. E come l'esca serve a pigliare i pesci, così le tonache grossolane coprono le vostre malvagità per ingannare gli uomini. A questo travestimento è congiunta la emaciazione del volto e lo sbattimento, che son pure grandi stromenti d'ostentazione e di ciurmeria. Ipocrito, perchè sì tristo? che vuol dire cotesto collo torto? che cotesti occhi abbassati, coteste finte di integrità e di innocenza? Potete tenervi dal ridere quando vedete un altro dello stesso mestiere?»

Questi libri erano lo stillato delle conversazioni: e piaggiavano l'opinione pubblica, come suol chiamarsi l'opinione vulgare; ma quello scandolezzarsi della costumatezza del clero sa di strano in iscritti d'un libertinaggio perfin teorico, che rivelavano una depravatezza ben più profonda nella società laica. Non erano dunque frutti d'una filosofia indipendente: seguitavasi l'istinto, non la riflessione; lo scetticismo usufruttavasi, non per iscassinare la fede, ma per solleticare l'arte, la quale gavazzava in licenza sfrenata, eppure arrestavasi davanti all'albero proibito, senza formolare veruna dottrina eterodossa; indipendenti nell'oggetto, sommettevansi cattolicamente nello spirito; e nessuno metteva in discussione seria, cogli altri nè con se stesso, quei punti che sono il mistero della società, della credenza, della vita.