Vanno dunque a gran pezza dal vero quelli che raccolsero tali satire o declamazioni per designare de' precursori alla protesta religiosa. Abbastanza ci fu veduto come tutte le eresie, dal mille in poi, chiedessero la riforma, ben prima che si passasse dalle sètte entusiaste alla forma sintetica e scientifica del protestantismo. E sempre piissimi uomini e vescovi in prediche e in pastorali gemevano de' traviamenti curiali ed ecclesiastici, e reclamavano un rimedio. Già al suo tempo san Bernardo esclamava: «Chi mi darà che, avanti morire, io possa vedere la Chiesa di Dio qual era ne' primi giorni?» Eppure con forza ineluttabile si oppose ad Abelardo e ad Arnaldo, appena li vide intaccare la Chiesa. Crebbe tale libertà nel grande scisma, allorchè non ben determinavasi qual fosse la Chiesa vera, e Clemengis faceva a Gerson una pittura orribile della Corte di Roma, da pura e santa mutata in bottega d'ambizione e rapina, dove tutto si vende, dispense, ordini, sacerdozio, peccati, sacramenti, messe; per denaro si elevano al sacerdozio imbecilli che neppure sanno quel che leggono e cantano. Evvi un fannullone, inetto al lavorare? Si fa ecclesiastico per vivere in voluttuoso ozio. Talmente è convenuto che dai preti non si osserva la castità, che i laici non vogliono un curato se non ha la concubina, per così garantire il letto maritale[254].

Ed Enea Silvio Piccolomini, che poi fu papa: «La corte di Roma non dà nulla senza denaro: vi si vende fin la imposizione delle mani e i doni dello Spirito Santo; non vi si dà perdonanza de' peccati che a quelli che han denaro»[255].

Nella città, ove tante radici mise poi l'eresia, Caterina da Siena scriveva al suo confessore: «Il nostro dolce Cristo in terra crede, e così pare nel cospetto di Dio, sarebbero a levare via due cose singolari, per le quali la sposa di Cristo si guasta. L'una si è la troppa tenerezza e sollecitudine di parenti; l'altra si è la troppa misericordia. Oimè, oimè! questa è la cagione che i membri diventano putridi pel non correggere. E singolarmente ha per male Cristo tre perversi vizj, cioè la immondizia, l'avarizia e la superbia, la quale regna nella sposa di Cristo, cioè ne' prelati, che non attendono ad altro che a delizie, e stati, e grandissime ricchezze. Veggono i demonj infernali portare le anime de' sudditi loro, e non se ne curano, perchè son fatti lupi, e rivenditori della divina grazia. Quand'io vi dissi che v'affaticaste nella Chiesa santa, non intesi solamente delle fatiche che voi pigliate sopra le cose temporali; ma principalmente vi dovete affaticare insiememente col padre santo, e fare ciò che voi potete in trarre li lupi e li demonj incarnati dei pastori, che a veruna cosa attendono se non in mangiare, e in belli palazzi, e in grossi cavalli. Oimè, che quello che acquistò Cristo in sul legno della Croce, si spende con le meretrici. Pregovi, se ne doveste morire, che voi ne diciate al padre santo che ponga rimedio a tante iniquitadi. E quando verrà il tempo di fare li pastori e' cardinali, che non si facciano per lusinghe, nè per denari, nè per simonia; ma pregatelo quanto potete, che egli attenda e miri se trova la virtù e la buona e santa fama nell'uomo, e non miri più a gentile che a mercenario, perocchè la virtù è quella cosa che fa l'uomo gentile e piacevole».

Brigida, nobile svedese, che reduce da Terrasanta, morì a Roma il 1373, ebbe e scrisse rivelazioni, riprovate dall'insigne Gerson, approvate dal cardinale Torquemada, e tradotte in tutte le lingue; fu canonizzata da Bonifazio IX; eppure si era avventata gagliardissima contro la Corte pontifizia sino a dire, «Il papa è l'assassino delle anime; disperde e strazia il gregge di Cristo; più crudele che Giuda, più ingiusto che Pilato, più abbominevole che gli Ebrei, peggiore dello stesso Lucifero. Convertì i dieci comandamenti in un solo, portate denaro. Roma è un baratto d'inferno, e il diavolo vi presiede, e vende il bene che Cristo acquistò colla sua passione, onde passa in proverbio:

Curia romana non petit ovem sine lana;

Dantes exaudit, non dantibus ostia claudit;

invece di convocare tutti, dicendo, Venite e troverete il riposo delle anime, il papa esclama: Venite alla mia Corte, vedetemi nella mia magnificenza maggiore di Salomone; venite, vuotate le vostre borse, e troverete la perdita delle vostre anime». Revelatio S. Brigitæ, l. 1, c. 41, ed. Romæ 1628.

Ben però discernete come questi zelanti non risparmiassero l'individuo, foss'anche il papa, perchè anelavano la purezza della Chiesa; anzi l'affiggere ciascun fatto particolare ai depositarj dell'autorità spogliava questa dalla scoria, lasciando intatta la persona morale. Imitavano Cristo, che aveva insegnato a rispettare la cattedra di Mosè malgrado le cattive opere degli Scribi e Farisei, sedutisi in quella: mentre da poi detestaronsi i dottori, e per essi anche la dottrina che insegnavano, e l'autorità che teneano da Dio d'insegnarla.

Il cardinale Giuliano rappresentava ad Eugenio IV i disordini del clero, principalmente tedesco; donde l'odio che il popolo gli portava, fino a temere che i laici gli s'avventino al modo degli Ussiti: «Gli accorti tengono l'occhio a quel che faremo, e pare deva nascerne qualcosa di tragico: il veleno che nutrono contro noi si manifesta: bentosto crederanno fare opera accetta a Dio maltrattando e spogliando gli ecclesiastici, come esosi a Dio e agli uomini; la poca devozione che ancora sopravvive verso l'ordine sacro si perderà: si riverserà la colpa di tutti questi sconci sopra la Corte romana, considerandola come causa di tutti mali».

Gian Francesco Pico, principe della Mirandola, noto per la tragica sua fine (1533), scrisse un opuscolo[256], che i riformati ristamparono a Würtenberg nel 1521 per fare onta al papa, e per noverar fra i loro precursori quel principe, di cui ristamparono pure l'orazione De reformandis moribus, che egli recitò nel concilio lateranense, dove pone al pallio l'ambizione, l'avarizia, la scostumatezza del clero. E la recitava in un concilio, e la dedicava a Leone X, al quale pure dedicò quattro libri dell'Amor Divino; e tutto è pietà nel suo De morte Christi, et de studio divinæ et humanæ philosophiæ (1497); e nella dedica che Aldo pose all'opera di lui De immaginatione, accenna a commenti de' Salmi, che aveva lasciati incompiuti, e che si allestivano per la stampa: come ha pure tre inni eroici alla Trinità, a Cristo, alla Beata Vergine.