Lorenzo Valla, uno de' più battaglieri fra quegli eruditi che nel secolo XV empivano di risse la repubblica letteraria, nella prima giovinezza avendo invano domandato di succedere a suo zio come segretario apostolico, si vendicò con epigrammi contro la Corte romana: scrisse del Piacere anteponendo Epicuro allo stoicismo, contraddicendo a Boezio, come fece pure in un dialogo De libero arbitrio[257]; giostrò poi contro gli Aristotelici nelle Disputazioni dialettiche; nelle Eleganze della lingua latina mostrò molte improprietà nella traduzione vulgata della Bibbia e ne' padri della Chiesa. Francamente esercitò costui la critica con annotazioni al Nuovo Testamento, ponendo la vulgata in paragone coll'originale[258]; dimostrò spuria la lettera di Cristo al re Abgaro; falsa la donazione di Costantino a papa Silvestro[259]; nè che gli apostoli componessero ciascuno uno degli articoli del credo, e la dissertazione terminava esortando principi e popoli a frenare l'indebito imperio del papa, e avvertirlo che spontaneamente si tenga in porto, e rimanga soltanto vicario di Cristo. «O romani pontefici, esempio d'ogni ribalderia agli altri pontefici; o malvagi Scribi e Farisei che sedete sulla cattedra di Mosè, e fate l'opera di Natan e Abiron, si conviene egli al vicario di Cristo celesta pompa, e il vestire e le cavalcate? Non s'oda partito della Chiesa, la Chiesa guerreggia contro i Perugini, contro Bologna. Non è la Chiesa che combatte i Cristiani, ma il papa. Allora il papa si dirà e sarà padre santo, padre di tutti, padre della Chiesa: nè ecciterà guerra fra' Cristiani, anzi le eccitate da altri accheterà colla censura apostolica e colla maestà del papato».

I declamatori, e massime gli odierni, ammirano il gran coraggio del Valla, ma noi diremmo piuttosto la violenza, con cui satireggia prelati e papi e grandi che gli tardassero qualche favore. Nel dialogo dell'avarizia e della lussuria flagella i cattivi predicatori, e specialmente i Minori Osservanti, e in quello sull'ipocrisia tutti i frati, e il clero in generale: eppure accusato al Sant'Uffizio, andò a Roma a giustificarsi, e ad Eugenio IV scrisse bassamente, confessando aver ingiuriato lui e il concilio: e se da questo non ottenne grazia, il nuovo papa Nicolò V lo accolse come scrittore apostolico, gli diede incarichi letterarj, benchè il Poggio, altro critico maligno, dal Valla provocato, cavasse da' costui scritti una sequela di proposizioni ereticali: Calisto III lo elevò anzi a segretario apostolico, e morto tranquillamente nel 1465 fu sepolto nella basilica lateranense. Il suo libro fu poi messo all'Indice dal concilio di Trento.

Tutto ciò pruova, non che si inclinasse già alla negazione protestante, bensì che si confessavano gli abusi, e che senza pericolo li denunciavano quelli che riferivansi alla forma, non mai alla sostanza.

E vaglia il vero, quando un potere non è contestato, e agli occhi di tutti serba il carattere sacro, si può giudicarlo severamente eppur riverirlo, nè reca scandalo il biasimo che sia portato sugli abusi non sull'essenza, e al quale non affigge concetto distruttivo nè chi lo fa, nè chi lo riceve. Ben altrimenti di quando, mancato il rispetto irriflessivo, si sottilizza il raziocinio, e s'insinuano non solo il dubbio erudito o la incredula beffa, ma la risoluta negazione.

DISCORSO XI.
I PAPI POLITICI. ALESSANDRO VI. IL SAVONAROLA.

A mali siffatti, pur beato quando si trova ad opporre fervido zelo, soda pietà, scienza matura! Nessun vorrà credere che lo spirito di verità e di santità, immorante colla Chiesa in eterno, non apparisse allora. Principalmente negli Ordini religiosi sorgeva chi ravvivasse il sentimento religioso, e tutti, a chi cercasse, offrirebbero personaggi insigni per virtù e per scienza. Bernardino da Siena per tutta Italia menava su' suoi passi la pace e la limosina, e moltiplicò chiese, conventi, spedali, missionarj che spedì in ogni parte del mondo. Bernardino da Feltre allettava il popolo coll'eloquenza e la virtù, e col raccogliere i gemiti delle vedove e de' pupilli; propagò i monti di pietà, allora appena introdotti da un Barnaba francescano a Perugia, per salvare i bisognosi dagli usuraj (1494). Giacomo di Mombrandone, patriarca delle Marche; Pier da Moliano e Antonio da Stroconio nell'Umbria; Pacifico da Ceredano nel Novarese, Angelo da Chivasso, riverito principalmente a Cuneo; Giacomo d'Illiria, frate presso Bari; Vincenzo d'Aquila dedito a stupende austerità, e altri assai Francescani, ottennero culto. De' Domenicani cercarono la riforma Antonio de' Marchesi di Roddi, vercellese, e sant'Antonino, che eletto arcivescovo di Firenze, conservò la frugale regolarità monastica, d'una mula accontentandosi per tutti i servigi, mentre il palazzo, la borsa, i granaj teneva aperti a chiunque; e profondea nelle pesti e ne' tremuoti; «contro a molti che dicono i prelati usare le pompe per essere stimati, giunto a Roma con una cappa da semplice frate, con un mulettino vile, con poca famiglia, era in tanta reputazione, che quando passava per la via s'inginocchiava ognuno a onorare lui, assai più che i prelati con le belle mule e con gli ornamenti de' cavalli e de' famigli»[260]. Fondò a Firenze il ricovero delle orfane e vedove decadute, ed altre istituzioni che durano fin oggi, o fin jeri, come i provveditori dei poveri vergognosi, anticipazione de' Paolotti: e lasciò una Summa theologica di temperate conclusioni, che passa ancora per delle meglio ordinate; e ch'egli stesso compendiò in italiano ad uso de' confessori. Matteo Carrieri da Mantova, portentoso per richiamare al cuore famose peccatrici, e coltivare nascenti virtù: catturato da un corsaro e ottenutane la libertà, la esibì a riscatto d'una signora, presa anch'essa colla figlia; onde il pirata commosso rilasciò tutti i prigionieri (1450). Era domenicano, come Costante da Fabriano, diviso fra lo studio, la preghiera e le macerazioni, e che già vivo ottenne, direi, culto; Giovanni Licci da Palermo che edificò quell'Ordine in cenquindici anni di vita; Sebastiano de' Maggi di Brescia, che alle lodi di letterato rinunziò per attendere alla conversione de' peccatori ed al rappacificamento de' nemici, massime a Genova, ove morì nel 1494.

Francesco di Paola, istitutore de' Minimi, assunse per divisa la parola CHARITAS; non tacque il vero ai regnanti di Napoli; a Luigi XI di Francia, che mandò a cercarlo nell'ultima sua malattia, annunziò che la vita dei re sta come le altre in man di Dio e a questo si preparasse a renderla. A quella Corte lo chiamavano il buon uomo, titolo che colà rimase a' suoi frati, e ad una qualità di pere, di cui egli aveva portato l'innesto.

Francesca di Busso fu esempio delle matrone romane, massime ne' patimenti per l'invasione di re Ladislao e nella peste; per trent'anni servendo ai malati negli ospedali senza negligere le cure domestiche; infine istituì le Oblate. Caterina da Pallanza, udendo a Milano il beato Alberto da Sarzana predicare la passione di Cristo, a questo dedicò la sua verginità, e altre fanciulle raccolse sul monte di Varese ad ascetica perfezione. Veronica, di poveri parenti milanesi, costretta al lavoro continuo anche dopo entrata agostiniana, la notte imparava da sè a leggere e scrivere, e fu da Dio graziata d'insigni favori. Caterina, figlia d'un Fiesco di Genova vicerè di Napoli, costretta a sposare un Adorno qual pegno di riconciliazione fra le due emule famiglie, dopo dieci anni di paziente martirio, riuscì a convertire il marito; servì i poveri nello spedale, e nelle pesti del 1497 e del 1501; consolata da superne illustrazioni, lasciò opere, che per elevatezza e fervore emulano quelle della sua contemporanea santa Teresa.

Luigia d'Albertone romana, Caterina Mattei di Racconigi, Maddalena Panatieri di Trino, Caterina da Bologna, autrice delle Sette armi spirituali, la carmelitana Giovanna Scopello di Reggio; Serafina, figlia di Guid'Antonio conte d'Urbino, e moglie malarrivata di Alessandro Sforza signore di Pesaro; Eustochia dei signori di Calafato a Messina, fondatrice del Monte delle Vergini; Margherita di Ravenna, provata da Dio con penosissime infermità, fondatrice della confraternita del Buon Gesù; Stefania Quinzani d'Orzinovi, che le città s'invidiavano, e a cui il senato veneto e il duca di Mantova e quel di Milano chiedeano direzione; Margherita di Savoja, vedova del marchese di Monferrato che, offertole da Cristo d'essere provata colla calunnia o la malattia o la persecuzione, tolse di subirle tutte,... sono un piccolo saggio delle donne che infioravano il giardino di Cristo.

Ma la pietà di questi e de' troppi che ommettiamo non bastava a quella riforma, che sarebbe dovuta venire dall'alto; come già vedemmo dal fondo della corruzione essere cavato il mondo per la forza di Gregorio VII, e per lo zelo e gli esempj de' santi Francesco e Domenico.