All'alito di Dio e sotto l'ale del cristianesimo era sbocciata la società moderna; e Dio, unica fonte d'ogni potestà, credevasi avere commesso l'esercizio della temporale non meno che della spirituale al suo vicario in terra; il quale, occupato delle anime, e di conservare integro il dogma e pura la morale, aveva affidato una delle due spade all'imperatore; l'imperatore, unto dal Cristo in terra, consideravasi come capo dei re, come rappresentante il potere temporale della Chiesa in quella grande unità, la quale nell'ordine religioso chiamavasi cattolicismo, e nell'ordine temporale sacro romano impero. Concetto sublime, che sottraeva il mondo all'arbitrio della forza per porlo in tutela della fede, piantava dominj non per conquista o per nascita, ma per riverenza ed opinione; preveniva spesso le guerre mediante l'arbitrato supremo, appoggiato alla minaccia delle scomuniche; sempre le rendeva meno micidiali; garantiva i re e i popoli dai mutui attentati col chiamare gli uni e gli altri a rendere ragione di loro condotta avanti ad un tribunale, inerme eppure potentissimo perchè fondato sulla coscienza de' popoli, e resistendo ai forti non in nome della rivolta, ma della sommessione che si deve a Dio più che agli uomini.

Al sublime divisamento vedemmo quali ostacoli s'attraversassero, sicchè rimasero male determinati i confini delle due autorità. I papi, per tutelarsi in un'età guerresca e quando ogni potenza derivava dal possesso de' terreni, dovettero procacciarsi un dominio temporale, ma tristo il guadagno che n'ebbero, avvegnachè li mise più d'una fiata in punto di scambiare per supremazia principesca quel ch'era tutela e arbitramento, affidato dalle coscienze, e fondato in un regno che non è di quaggiù. Di rimpatto gl'imperatori pretendevano dominare sopra i re, fare da tutori ai papi più che non fosse compatibile coll'indipendenza de' primi e colla dignità del padre comune dei fedeli. Di qui la diuturna contesa fra il pastorale e la spada, solo temporariamente sospesa mediante transazioni che all'uno e all'altra impedivano di trascendere, ma toglievano di spiegare intera la loro efficacia. Dopo le deplorate scissure di Basilea e di Costanza, ove ambedue i partiti ebbero bisogno del braccio dei re, questi, che aspiravano a concentrare in sè la pubblica potestà, colsero quel destro, e reluttando alle antiche prerogative di Roma dissero: «Noi conosciamo e sappiamo far il bene, meglio della Chiesa; noi non dobbiamo dipendere da nessuno; nessuno vi dev'essere nei nostri Stati, che da noi non dipenda».

Nella comune propensione di quel secolo a consolidare i principati sulle rovine delle repubbliche e dei Comuni, anche i papi procacciarono più solertemente negl'interessi temporali, o condotti dalla carne e dal sangue s'affissero a dare opulenza e stato alle proprie famiglie, da un lato accarezzando i potentati per averli conniventi alle loro aspirazioni, dall'altro spremendo i deboli. Al concilio di Basilea un oratore, quel desso che valse a fare eleggere l'antipapa Felice, diceva: «Tempo già fu che io pensava sarebbe utile separare affatto la podestà temporale dalla spirituale: ora mi convinco che la virtù senza la forza è ridicola, che il papa romano senza il patrimonio della Chiesa non rappresenta che un servo dei re e dei principi».

Ed uno de' politici meglio accorti, Lorenzo de' Medici, scriveva a Innocenzo VIII esortandolo a rendersi forte coll'impinguare i suoi parenti. «Non solo Vostra Santità è dispensata dalla modestia e dalla riserva in faccia a Dio e agli uomini, ma potrebbesi biasimarla di non farlo, e attribuirlo ad altri motivi. Lo zelo e il mio dovere obbligano la mia coscienza a rammentare a Vostra Santità che nessuno è immortale; che un papa ha tanta importanza quanta vuole averne, e poichè non può rendere ereditaria la sua dignità, non può dire suoi se non gli onori e i benefizj che fa ai suoi»[261].

Lorenzo era ispirato da interesse personale, ma avrebbe fatta dichiarazione così esplicita se tale non fosse stata l'opinione comune? Era il tempo che si ergevano tutti i principati sulle ruine delle tarlate repubbliche, e il papa seguiva l'andazzo col rinvigorirsi anch'esso. Inoltre le potenze fissavano cupidi occhi sullo Stato romano; onde fattone quistione non di diritto, ma di forza, i papi poteano adoprarsi ad acquistarlo come gli altri, e contro gli altri proteggerlo.

L'esiglio avignonese avea fatto sentire più che mai la necessità che il papa stesse in terra indipendente, e quindi il bisogno di convalidare e crescere il suo dominio. Martino V ed Eugenio IV si valsero del modo di guerra allora usitato, cioè de' condottieri, per sottomettere le città rivoltose. Nicolò V tentò un tratto confederar tutti gli Stati d'Italia per opporli ai Turchi, che aveano presa Costantinopoli il 29 maggio 1453, e riuscì a conchiudere la pace di Lodi; ma questa assicurava i varj dominanti, non li federava per l'offesa e la difesa. Internamente la congiura del Porcari aveva offerto pretesto ai papi d'integrare il proprio dominio su Roma, annullando l'autorità popolare dei capi di rioni.

Quest'assoggettamento bisognava estenderlo a tutto lo Stato, reprimendo l'anarchico arbitrio de' signorotti che se lo divideano, e a ciò mirarono tutti i papi successivi, annaspando una politica non immune di violenze e di frodi, a cui dà risalto il carattere ond'erano rivestiti. Nella congiura de' Pazzi, prelati cospirarono ad assassinare i Medici in chiesa, e il popolo in vendetta appiccava fino un arcivescovo; pruova di deperita religiosità, ancor più della violenta diatriba, in quell'occasione avventata a Sisto IV, credesi da Gentile de' Becchi vescovo d'Urbino. Sebbene non crediamo che questo pontefice partecipasse a tale assassinio, nè i tant'altri gravami contro la sua memoria, forza è dire che esercitò trista politica; a titolo di mettere in pace l'Italia per armarla contro i Turchi, sparnazzò scomuniche, massime contro i Veneziani; sostenne la cadente libertà fiorentina contro l'usurpazione dei Medici, ed aspirò all'indipendenza italiana, ma mostrandosi ambizioso e corrotto, disgustò anche i repubblicani, e mentre non attutì le irrequietudini intestine, lasciò che i rigori dell'Inquisizione si trapiantassero dalla Spagna nel paese nostro: per fare denari non abborrì da strani mezzi; creò nuovi uffizj da vendere, impose l'esoso dazio sul macinato, decime sui prelati: elevò impudentemente i parenti suoi, concesse perfino ad Alfonso, bastardo di re Fernando d'Aragona, appena di sei anni, l'arcivescovado di Saragozza.

Nè più saviamente si maneggiarono i suoi successori, l'andamento delle fortune d'Italia alterando per collocare, stabilire, dotare i loro figliuoli o nipoti; e guardandosi come capi dello Stato, più che capi della Chiesa. Non riscossi dalle minaccie di Basilea e Costanza addormentavansi nella sicurezza del possesso, e lasciavano nella stessa metropoli del cattolicismo preponderare lo spirito secolaresco. I cardinali aveano facoltà di imporre condizioni nel conclave al futuro pontefice, ma Innocenzo VI avea dichiarato che nessun giuramento anteriore all'elezione può restringere l'autorità pontifizia, atteso che, sede vacante, alla Chiesa non compete altro diritto che di eleggere il successore. Morto Sisto IV, i cardinali stesero una costituzione, ma tutta a loro mero vantaggio; non avessero meno di quattromila zecchini d'entrata; non rimanessero colpiti da censure o scomuniche o giudizj criminali, se non colla sanzione di due terzi del sacro collegio; non oltrepassassero il numero di ventiquattro, un solo de' quali potesse essere della famiglia del papa.

Siamo contenti di non esser obbligati a raccontare il regno di Innocenzo VIII, salito papa col promettere, e connivendo a indegni favoriti che di tutto faceano bottega.

Allorchè questi morì nel 1492, si manifestò più che mai nella cristianità il bisogno di riformare la Chiesa; «Lionello vescovo di Concordia n'espresse davanti ai cardinali il voto nel giorno che entrarono in conclave, in un magnifico discorso rappresentando come la romana, madre e radice della Chiesa universale, cadesse di giorno in giorno in maggiore dispregio; estremo il lusso del clero; i principi cristiani accanniti gli uni agli altri fino a distruggersi. Il dolore della figlia di Sionne è grande come il mare. Rimedio sia l'eleggere un pontefice santo, istruito, valente. Tutta la Chiesa ha gli occhi sopra di voi; ne aspetta un capo che, col buon odore del suo nome, attiri i fedeli alla salute; fedele come san Giacomo, ortodosso come san Paolo, che dalla Babilonia dell'apocalisse spinga la Chiesa verso i testimonj dell'Eterno»[262].