L'eletto fu Alessandro VI[263]; e il nome basterà per quelli che accettano bell'e fatte le opinioni. Trovava egli ancora il paese sovvertito dagli Orsini e dai Colonna, coprenti l'ambizione personale sotto i titoli di Guelfi e Ghibellini; ed egli vi mosse guerra risoluta, come ai Varani e Fogliani che possedeano le Marche: ai Della Rovere, signori di Sinigaglia, ai Montefeltri di Urbino e di Gubio, ai Vitelli di Civita di Castello, ai Baglioni di Perugia, agli Sforza di Pesaro, ai Malatesta di Rimini, ai Riario di Imola, ai Manfredi di Faenza, ai Bentivoglio di Bologna; tutti in gara di violenze e di tradimento, e che promossero o favorirono la funesta calata de' Francesi con Carlo VIII, a cui Alessandro si opponea. Che se come uomo rimase tipo d'una più romanzesca che storica scelleraggine, egli salito pontefice a sessantun anno; se, mentre da capitano andava a combattere i Savelli, gli Orsini, i Colonna, lasciava il governo a sua figlia Lucrezia Borgia, fin coll'arbitrio d'aprire le sue lettere: se Cesare Borgia, eroe del delitto, infamato dalle lodi attribuitegli dal Machiavello, chiarì quanto potesse osare un figlio di papa, e in conseguenza quanto fosse opportuno il celibato de' preti: Alessandro come pontefice emanò savie costituzioni; colla sì ingiustamente beffata delimitazione delle terre scoperte prevenne i conflitti della Spagna col Portogallo nel nuovo mondo; i contemporanei s'accordano a lodarlo d'avere tarpate le minute tirannidi, e molti confessano, come fu detto di Tiberio, che in lui andavano pari i vizj e le virtù. Dove non veglino i tirannici ordinamenti che la cristianità sconosce, neppure l'inettitudine o la malvagità d'un capo abolisce la bontà delle istituzioni e la consistenza degli intenti[264].
Rinunziando a discolpe, che potrebbero scambiarsi per giustificazioni[265], torciamo dal genio delle tenebre verso un angelo di luce.
Qual Italia abbiamo? Le idee pagane sono in piena rifioritura: si rovistano gli avanzi di libri, di statue, di fabbriche; sulle antiche si modellano le opere nuove, a scapito dell'originalità e della naturalezza; l'autorità d'un filosofo o d'un poeta reggesi in bilancia con quella della Scrittura e d'un santo padre, fino a insegnare, Cristo dice così, Aristotele e Platone dice colà; la sottigliezza scolastica offusca la ragione col pretesto di illuminarla; la sublimità platonica invanisce in delirj teosofici; si magnificano solo le virtù pagane, e i nomi di greci e romani surrogansi a quelli ricevuti nel battesimo.
In quella civiltà cresciuto e fattosene adoratore, Lorenzo De' Medici cantò inni sacri per compiacere sua madre, e osceni carnascialeschi per compiacere alle brigate; e moriva circondato da tutto il fasto d'una Corte popolana, fra capi d'arte antichi, o moderni che gli emulavano; fra libri cercati di lontanissimo; fra olezzi di fiori, tratti dall'India; fra delicature tributategli da tutto il mondo. Ma i suoi sguardi su che si fissavano in quel memore punto? Sopra un crocifisso di legno rusticamente intagliato, stretto fra le mani d'un frate. Era frà Girolamo Savonarola. Nato di buona gente a Ferrara, già da fanciullo amava la solitudine; nelle campagne fin colle lacrime esalava la piena dell'affetto, e al Signore diceva: Notam fac mihi viam in qua ambulem, quia ad te levavi animam meam. Educato all'aristotelica, a Firenze verge ai Platonici e al misticismo, ma da' traviamenti lo rattiene l'ammirazione sua verso san Tommaso, per omaggio al quale entrò nell'Ordine dei Domenicani, adottandone il vero spirito nell'astinenza, nell'obbedire, nell'adempiere a' più umili uffizj. Abbandonato fin ciò che prediligeva, alcuni libri e immagini, portava abitualmente un piccolo cranio d'avorio, che gli rammentasse il nulla delle onorificenze umane, e passava di città in città predicando, esortando, commentando, consigliando, confessando. Venuto nell'alta Italia, queste eccelse montagne coronate di ghiacci, quasi bastite erette da Dio a difesa di paese prediletto, e i colli degradanti in limpidi laghi o in pianure sconfinate l'incantavano; sicchè fermandosi dalla pedestre peregrinazione, sedeva sotto qualche albero guardando, e cercava nella memoria alcun versetto di salmo che esprimesse gli affetti onde sentivasi inondato. Nei dubbj del pensiero, nelle fiacchezze della volontà pregava, pregava. Fatto nel 1488 priore del convento di san Marco in Firenze, poc'anzi riformato dal santo arcivescovo Antonino, si mostrò severo coi traviati quanto mite coi ravveduti; e parendogli che da Dio gli fosse ispirato il modo con cui dovesse favellare, tonava contro l'universale pervertimento. Predicava egli sotto un gran rosajo damasceno, e malgrado la debile voce e l'accento lombardo, l'uditorio gli crebbe tanto, che dovette trasferirsi in Duomo.
Oratori avidi d'applausi, con iscolastiche argomentazioni, scienza profana, frasi armoniose, blandivano a que' popoli, fortunati di soavi aure, piene di vita, d'una civiltà sviluppata ne' materiali godimenti, sotto principi senza pari nel fasto e nel buon gusto, onorati e cerchi da re lontani, cantati dai poeti, inneggiati dal popolo.
Chi oserebbe rompere quel concerto di encomj e di gioja? Il Savonarola, che non conosce civiltà senza della virtù, e che, unendo la persuasa e fino entusiastica devozione di frate alla franchezza di tribuno, comincia a gridare, Sventura, sventura: e a declamare contro i viluppi d'una politica subdola, le profanità degli artisti, l'abominazione introdottasi nel santuario. Ed esclamava: «Tristo chi si vende al mondo! guai ai padri che allevano alla peggio i loro figliuoli! guai ai governanti che opprimono i popoli e ne fomentano le dissensioni, e gl'istinti malevoli e l'odio alla verità! guai ai cittadini e mercanti che non considerano se non il guadagno, come le donne agognano alle futilità, i villani al furto, i soldati alle bestemmie! guai ai prelati che, invece di menare il loro gregge a pastura intemerata e fresca, l'avviano seco alle fonti avvelenate! guai ai preti che scialacquano i beni della Chiesa, destinati ai poveri! guai ai sapienti che ignorano le verità della fede o si stomacano della semplicità del catechismo! guai agli artisti che, per amore dell'arte, perdono la fede, sagrificano il costume! guai ai maestri che spiegando autori pericolosi, avvezzano alla lubricità, prima che nelle Università si divaghino in una logica petulante, nella arroganza dell'argomentazione, surrogata al buon senso e al vangelo!»
Non sapeva egli perdonarla a que' predicatori, che fanno gemere e piangere e stupire, ma non correggono nè emendano, ed eccitano emozione femminea, anzichè salutare fervore; invece del vangelo annunziano baje, spacciano pruriginose novità, volendo emulare la poesia di Virgilio o la scienza di Platone, la soavità d'Isocrate o l'impeto di Demostene; avviluppano Cristo nelle passioni umane; tolgono le distinzioni fra il cristianesimo e il paganesimo: delle futilità de' filosofi e della sacra scrittura fanno un miscuglio, e questo vendono su pei pergami, mentre le cose di Dio e della fede lasciano da banda.
«Questa pecora smarrita (diceva) Cristo l'ha perduta: il buon prete la ritruova, e deve renderla a Cristo; ma il malvagio la blandisce e la scusa, e le dice: So che non si può sempre vivere castamente e astenersi dal peccato; e così l'allontana più sempre da Cristo, e le fa perdere la testa e la tiene per sè. Io non nomino alcuno, ma la verità bisogna dirla. Se sapeste quel ch'io so! cose schifose, cose orribili; e ne fremereste, ed io non so frenare le lacrime pensando che i cattivi pastori si fanno mezzani per condurre l'agnella in bocca del lupo. Non serve che preti e frati vadano ogni giorno a piazzeggiare, e fare visita alle comari, ma che studiino la Bibbia. Dopo notti passate nel vizio, che vuoi tu fare della messa?»
«Le scienze (diceva ancora) bisogna adoprarle per dimostrare la fede, ma prendere la fede in semplicità, non dissiparsi in dissertazioni e ciancie, ma studiare la Bibbia e i Padri». Ed egli infatto alla Bibbia si appoggia continuamente; in nome e colle espressioni di quella, minaccia o loda, esalta fulmina; e crede che, nel senso mistico, si applichi non solo ai fatti generali della storia, ma anche ai particolari di ciascun tempo, qualora la Grazia ajuti a combinare i testi.
E più che al dogma, nella predicazione bada egli alla pratica; e tanto fino politico, quanto poco lo fu Lutero, vede gli imminenti pericoli, sa le notizie, vuole stabilire la repubblica evangelica, l'eguaglianza di ricchi e poveri. A differenza del Machiavello, sa che forza ed armi non bastano dove così profonda è la depravazione: il male sta nell'anima; questa bisogna rigenerare, e il miracolo sarà fatto. E professando la virtù essere necessario fondamento d'ogni libertà, e arte della tirannia pervertire i costumi, doleasi che per questa via le antiche repubbliche italiane «sobrie e pudiche», s'andassero precipitando nella tirannide; e proclamava che buon governo e moralità vanno inseparabili.