La sua scelta inaspettatissima adunque spiaceva a non pochi, sì perchè creatura dei Caraffa, sì pel noto suo rigore; ma egli disse: «Faremo di modo che ai Romani rincresca più la nostra morte che la nostra elezione»[403]. Nella festa inaugurale solea gettarsi denaro alla popolaglia; invece di questa indiscreta prodigalità egli fece distribuir quella somma a veramente poveri e vergognosi; i mille zecchini che sciupavansi in trattamenti agli ambasciadori, spedì ai conventi più bisognosi; e dettogli che molti gliene facevano colpa, esclamò: «Non me la farà Iddio». Regalò i cardinali, secondo il consueto, ma li pregò di consiglio e cooperazione nel restaurare la Chiesa, riconoscendo che il disastro di questa era venuto dai cattivi esempj del clero.
È memorabile la sua costituzione 25 marzo 1567, che proibisce nelle forme più esplicite e precise di cedere o alienare qualsiasi città o luogo del dominio papale, dare in feudum, gubernium, vicariatum, ducatum, aut quemvis alium titulum perpetuum vel ad tertiam generationem seu ad vitam aut alias. Tale costituzione volle fosse firmata da tutti i cardinali, e giurata da ogni successore, come in fatto si continua. In forza di essa molti possessi vennero ricuperati, si tolsero altri ch'erano motivo di scandalo agli eretici in paese dove anche abati e vescovi alienavano e infeudavano. Pio non avea famiglia sua da arricchire, non ambizioni proprie da fomentare, non gelosie con principi stranieri. Solo per calde istanze conferì la sacra porpora a un suo pronipote, frate di gran virtù; un altro ch'era caduto nei pirati, riscattò a tenue prezzo, e fattolo comparir a Roma in arnese da schiavo, gli regalò un cavallo e cento scudi. Prodigò invece ai poveri, massime in un'epidemia allora gettatasi. E poichè credeva il papato fosse un gran pericolo alla salute dell'anima, e professava «Chi vuol governare altrui, cominci dal governare se stesso», restrinse le spese, mantenendosi da monaco; nè provava bene che nello stretto adempimento de' proprj doveri, e nella fervorosa meditazione e adorazione, da cui si levava in lagrime.
L'ambasciadore veneto Paolo Tiepolo, in agosto 1566, assistette a una cena di esso, e scrive: «Mangiò quattro susini cotti con zuccaro: quattro bocconi di fiore di boracina, acconci in salata da lui medesimo; una minestra d'erbe; due soli bocconi d'una fortaja fatta con erbe e cotta in acqua solamente, senza olio e senza onto sottile; cinque gamberetti cotti in vino; e dopo pasto tre bocconi di pero o persico cotto, con che finì la cena; nè altra vivanda fu portata in tavola. Bevve due volte, ma tanto quanto comunemente un altro beve in una sola».
Siffatto genere di perfezione suol recare gran confidenza nella propria volontà, e pertinacia a domare l'altrui. «Nelle cose di religione, scriveva esso ambasciadore, egli pensa di saperne più degli altri, e di non aver bisogno di consiglio; e dove prende una deliberazione per bene, si ferma; nè ragion di Stato, nè qualsivoglia cosa è per rimoverlo; lascerebbe piuttosto rovinar il mondo che mutarsi d'opinione; anzi un cardinale diceva che, dov'egli si affissava a queste opinioni, per sostenerle sarebbe stato uomo da assalir solo un esercito intiero che fosse contro di lui, sperando che, avendo buona intenzione, Dio lo dovesse ajutare[404].
La giustizia voleva, e fin all'eccesso, e clamorosamente esemplare, e l'Inquisizione esercitò severa, come succede quando un'opinione s'incarna in un capo. Non ingannò mai, mai non mentì; mal gradiva i consiglieri, perchè li credeva o ingannatori o interessati. Inaccessibile a passioni umane, qualora v'entrasse il concetto del dovere, più non guardava a chi si fosse; onde i cardinali erano obbligati rammentargli ch'e' non aveva a fare con angeli. Pretendeva sostenere nel pieno vigore la bolla In Cœna Domini, negando ai principi il diritto d'imporre nuove gravezze ai sudditi; e poichè i tempi e i regnanti più non vi si rassegnavano, serie contraddizioni affrontò. Imponeva rigori di disciplina, quasi fossero i primordj del cristianesimo; divieto ai medici di visitar tre volte un infermo se non siasi confessato; chi profana la domenica, deve stare un giorno in piedi avanti alle porte della chiesa, colle mani legate al dosso; se ricade, sia fustigato per la città; alla terza volta abbia la lingua forata e la galera. Espulse le meretrici, e perchè gli si diceva ch'erano un mal necessario a Roma, «Ebbene restate voi con queste sciagurate: io mi sceglierò altra città». Ma poi visto venirne di peggio, le ridusse in un solo quartiere; represse il lusso degli abiti; vietò di rimanere nelle osterie, salvo i forestieri; e ai curati di scostarsi dalle parrocchie; ripristinò la regola dei conventi, restrinse la clausura delle monache; andò scarso in dispense e indulgenze; secondato da vescovi zelanti migliorò grandemente la Chiesa d'Italia, e pubblicò messale e breviario nuovo; e al Vaticano fastoso, belligero, letterato volea surrogarne uno cristiano, giacchè, quando gli abusi fossero corretti, restava tolto il pretesto alla ribellione protestante.
Fra i diversi seminarj di Lombardia scompartì i cherici svizzeri, e «converrà non sole accogliere figli di cattolici, ma ben anche taluni di quelli, i cui parenti traviarono dalla fede cattolica, non dovendosi disperare che, se diligentemente vengano educati, giovi l'opera loro a convertire i genitori ed altri»[405].
Contro eretici che si scopersero in Mantova, fece far rigorosa inquisizione, coll'opera del cardinale Commendone e di san Carlo, e si videro molte abjure, non senza que' supplizj che la libera America oggi ancora infligge ai Negri, ma che, per l'alto concetto che abbiamo della santità della Chiesa, non cessiamo di deplorare.
I rigori talvolta erano provocati dagli eretici stessi colle loro profanazioni. Regnante Elisabetta, un Inglese a Roma lanciò tre sassi contro la Madonna de' Monti; un altro nella Madonna del Popolo tolse il messale al chierico, mentre lo mutava dal corno dell'epistola a quel del vangelo, e scagliollo contro il calice, indi afferrato il celebrante lo buttò a terra, esclamando: «Quando finiranno coteste idolatrie?» Un altro, nella basilica stessa di San Pietro, mentre il sacerdote stava per elevar l'ostia, gliela strappò di mano, e sparse per terra il calice: onde assalito dagli astanti, fu battuto e consegnato all'Inquisizione; e confesso d'esser venuto in Italia con altri per commettere simili atti, fu condannato al fuoco, e lo subì «con tanta fermezza, che ha dato da ragionare assai[406]».
I carteggi de' residenti veneti annunziano continui processi contro simoniaci, adulteri ed altri peccatori; e da Roma scriveano il 25 settembre 1568: «In una terra della Marca, chiamata Amandola, i fuorusciti, coi quali si dice che si sono accompagnati molti sfratati, entrati dentro, hanno usate gran crudeltà abbruciando le chiese, e buttando a terra, e rompendo le immagini, con gran dispregio di tutte le cose sacre; onde si dice che sua santità ha animo di far qualche grande provisione per quella terra, e per un'altra ancora vicina chiamata San Genese, poichè intende che in esse vi sono molti eretici. Ma non è città della Chiesa che abbia nome di averne più di Faenza: onde sua santità ha avuto a dire, che chiaritasi un poco meglio, la vuole al tutto distruggere con levar via tutti gli abitatori, provedendo poi per lei di una nuova colonia; e in questi giorni sono stati condotti qua molti di quella città per conto dell'officio dell'Inquisizione».
Questi sfratati sono i fuggiaschi dai conventi: ma nel carteggio stesso è pur narrato degli Amadeisti, francescani molto depravati che il papa soppresse, surrogandovi i Minori dell'Osservanza; e in molti luoghi, massime nel Bresciano, a Iseo, Erbusco, Quinzano si opposero armati, cacciando dai loro conventi gli Osservanti.