Noi non ne parliamo che incidentalmente per ispiegare o render ragione delle eresie demoniache del secolo XVI, beffa testè o imprecazione degli spiriti forti. Il negare il sopranaturale satanico porta a negare il divino, e i santi padri attribuirono ai demonj molti fenomeni fuor di natura; onde non a torto a questi ricorrono i teologi odierni per ispiegare i fatti dello spiritismo. Del quale si dice che convertì molti, recandoli a credere esista qualcos'altro che la materia: ma più traviò insegnando non solo assurdità, ma errori veri; or la trasmigrazione, or la temporarietà delle pene, or l'indifferenza de' culti, adesso come nel medioevo se ne traggono titoli di fede e titoli d'empietà, pretendendo alcuni dimostrare con ciò che esistono le anime e la vita postuma; altri facendo da quegli spiriti dichiarare che Cristo non è Dio. E tali dottrine si fan professare da David, da san Tommaso, da san Paolo, da san Giovanni evangelista, da Dante, dal La Mennais, dal curato di Ars. E pretendesi sia un modo di rivelazione nuovo, che cambierà le religioni, e ne recherà una nuova, la quale insomma non potrebb'essere che il culto del demonio.
Queste opinioni ne' secoli passati furono combattute colle armi d'un tempo che credeva, e che tutto applicava al supremo affare della salute eterna; adesso colle armi d'un tempo che non crede neppur alle verità positive, e che mai non fissandosi su nulla, abbatte la credenza di jeri coll'abbracciarne oggi un'altra, che domani avrà posta nel dimenticatojo. Il risultato più generale è la negazione del cristianesimo: la carità è annunziata per unico mezzo di salute, donde l'indifferenza delle credenze e delle pratiche: intanto crescono i casi di pazzia, crescono i suicidj; si difonde il disprezzo pel cattolicismo e l'odio per Roma e dopo idolatrato il dio del bello, poi il Dio della libertà, eccoci a venerar il Dio del male, che, vinto sul Calvario, non vedendosi ormai più frenato dal cristianesimo, vien a farsi adorare in vece dello Spirito Santo[401].
[DISCORSO XXXIV.]
SAN PIO V. 1566-72.
Dopo la gran riforma cattolica, portata dal Concilio tridentino, mutasi l'aspetto esterno della Chiesa; maggior severità di costume; studio più severo; disciplina rispettata. Un gentiluomo tedesco, udendo sempre declamare contro la depravazione di Roma, era voluto venire ad accertarsene coi proprj occhi, e ad un principe scriveva nel 1566 come invece avesse trovato gli abitanti dediti alle pratiche pie, rigorosi osservatori della quaresima, frequenti alla comunione e alla visita delle chiese; la settimana santa poi dormire per terra, e veglie, e digiuni, e tutti gli artifizj della penitenza adoperati per raggiungere i beni dell'anima. E segue descrivendo quelle commoventi solennità pontificali del giovedì santo; e le scomuniche lette a gran voce al popolo che le ascolta in venerabondo silenzio, e il bombo dei cannoni che vi tien dietro, gli presentavan immagine del terribile giorno finale. Lunghe file di penitenti disciplinandosi giungeano a San Pietro, ove ad essi mostravansi la lancia di Longino e il volto santo, fra singhiozzi, gridi e preghiere.
Io non accetto appieno queste lodi perchè, come costui vede tutto santo, così altri tutto scellerato, secondo l'affetto individuale. Nel 1563 viaggiò in Italia Filippo Camerario, illustre dotto tedesco, il quale descrisse quel viaggio giorno per giorno, più fermandosi sulla parte materiale. Sparla del regno, allegando quel proverbio «Il napolitano è un delizioso paradiso, ma abitato da diavoli», e si meraviglia come il re di Spagna da paesi tanto feraci tragga o nulla o pochissimo, dovendo spender tutto nel frenare i sudditi e respingere i Turchi. Descrive i fenomeni del tarantismo: e che spesso all'entrare in una città erano obbligati a depor le armi e le pistole, ricuperandole poi all'uscita; del che non sa trovar la ragione, massime che v'ha osterie dove si è in maggior pericolo che sopra alcune strade di Lombardia e di Toscana. A Roma fa il solito piagnisteo sulla diversità dall'antica; ma sopratutto decaduti gli sembrano gli uomini, la più parte ignari fin delle lettere. «Poeti, filosofi, oratori v'ha per certo, ma tali che non vorresti udirli: chiamano poeti certi ciarlatani, che cantano per le strade versi lascivi; filosofi che tutto attribuiscono alla natura, o secondano le voluttà; oratori che mai non lessero Cicerone nè Demostene, ma arringarono una o due cause». Sul partire, l'Inquisizione lo colse, e gittò nel carcere, ove stava da un anno Pompeo De Monti barone napoletano, reo d'uccisioni e d'incendj, ma allora imputato d'eresia. Il Camerario si confessò luterano, onde cercarono trarlo alla nostra chiesa: e se il domenicano frate Angelo lo vessava, il gesuita Canisio gli procurò agevolezze e libri, usavagli ogni cortesia il dottor Donato Stampa milanese: un Cencio carceriere lo salvò da insidie e veleni: un ignoto gli offerse denaro pel ritorno. Egli medesimo ne stese una Relatio vera et solida per dimostrare come Dio, per mezzi insperati, campi i suoi dalle mani de' nemici, e liberi dalle calunnie. Suo inquisitore era stato il Ghislieri, onde si spiega perchè gli si avventa accanito.
Poco dopo capitava a Roma anche il famoso moralista Montaigne, che la chiama «la sola città comune e universale, la metropoli di tutte le nazioni cristiane, ove lo Spagnuolo e il Francese e ciascuno è come in casa sua». Gli si rovistarono attentamente i bauli, specialmente pei libri, trattenendogli quelli sospetti. Vi trovava meno campane che non in qualche villaggio di Francia: non immagini per le vie: le chiese meno bene che nel resto d'Italia e in Francia; le abitazioni mal sicure, laonde chi avesse denari gli affidava a banchieri. Un predicatore fu arrestato perchè declamò sulle generali contro il lusso de' preti. In carnevale faceansi corse ora di fanciulli, ora di vecchi nudi, ora di ebrei, di cavalli, asini, bufali. Il popolo minuto è assai più devoto che in Francia; non così i cortigiani e i ricchi. Vi abbondano gli spiritati e ossessi. Alla processione del volto santo forse dodicimila torcie si accesero; file di Battuti si flagellavano, mentre altri accorreano a confortarli con vino e confetti, e lavar di vino l'insanguinata estremità dello staffile. Anche le classi infime tengono del signorile, fin nel domandare la limosina, e uno diceva: «Fatemi bene per l'anima vostra». Molte le cortigiane, e faceano pagar anche la conversazione. Loreto era affollata di devoti, e piena di voti e miracoli.
Il presidente Misson fece egli pure un viaggio in Italia, e non rifina di scherzare e rimbrottare le superstizioni romane; ma n'ha ben poco diritto egli che empì di miracoli a onore de' Protestanti uccisi il suo Teatro sacro delle Sevenne. Jacobo Soranzo nel 1565 scriveva alla Signoria veneta della povertà de' cardinali, la quale «deriva da due cagioni. La prima perchè mancò il mezzo di dar pingui benefizj, come quando Inghilterra, Germania e altre provincie importanti obbedivano alla santa sede, e che poteansi dare tre o quattro benefizj e vescovadi per cardinale: l'altra, che i cardinali crebbero a settantacinque, cosa non più veduta. Inoltre non v'è alcun principe che lor faccia regali o gl'investa di benefizj, come soleano Carlo V e la Corte di Francia: cambiamento venuto dalla poca forza rimasta ai pontefici. Pertanto i cardinali si staccarono, almen in pubblico, d'ogni sorta di piaceri, non si vedon più nè inmascherati, nè a cavallo o in carrozza correre con dianzi: appena van soli e in carrozze chiuse. Banchetti, giuochi, caccie, livree, ogni altro lusso cessò».
Il papato, nell'aspetto temporale, fu però ancora ambizione di famiglie illustri, e spesso più che il sommo sacerdote vi apparve il principe nazionale, intento a restituire lo splendore alla tiara coi maneggi diplomatici e coll'abile schermirsi in situazioni scabrosissime.
Il nepotismo, se non cessò, trasformossi, usando i papi mettersi a fianco un nipote cardinale e un nipote laico, proveduti di dignità e ricchezze, ma non di dominio, al modo de' ministri in paesi costituzionali. Benedetto, figlio del cardinale Accolti, si credette che a Ginevra attingesse odio contro i papi e idee repubblicane; conforme alle quali ordì a Roma una congiura con giovani principali per trucidare Pio IV, al quale diceano succederebbe quel papa angelico, di cui più volte avea fantasticato il medioevo; pretendevano essere in comunicazione con spiriti celesti, e si preparavano al misfatto colla confessione e l'eucaristia; fallito il colpo e scoperti, sempre ridendo sostennero l'esacerbato supplizio, asserendo esservi consolati dagli angeli.
Quando Pio IV morì, assistito da san Carlo e da san Filippo Neri, gli successe Michele Ghislieri, detto il cardinal Alessandrino, e che prese il nome di Pio V. Già vedemmo come fosse infervorato della Inquisizione, e dalla persecuzione che sofferse perciò a Como incominciò la sua grandezza[402]. Fece varj libri da distribuire principalmente a Cremona, Vicenza, Modena, Faenza, San Genesio, in Calabria. Così severo, eppure è lodato per dolcezza, paragonandolo a san Bernardino: il Davalos, governatore di Milano, lo elesse suo confessore: fatto cardinale, non tenea più di trenta persone a servizio, notano i contemporanei. I papi lo ebbero riverentissimo eppur franco contradditore: allorchè Pio IV voleva dar la porpora a Ferdinando De Medici e a Federico Gonzaga, affatto giovani, esso gliel contrastò, allegando le riforme volute dal Concilio, per le quali non doveano salir a quell'onore se non tali che il meritassero. Eletti malgrado il suo voto, quand'essi mandarono i soliti ringraziamenti, egli dichiarò: «Non gli accetto, perchè io vi ho sfavoriti per obbligo di coscienza».