Fin qui il Poggiano. La severità non diminuiva nel santo papa la mite semplicità. Con un compagno avea piantata per trastullo una vigna, dicendo: «Del vino di questa nessun di noi berrà». Or ecco comparirgli l'invecchiato compagno con un barlotto, e offrirglielo rammemorandogli quel detto, e «Allora vostra santità non era ancora infallibile». Quand'era inquisitore viaggiando da Milano a Soncino, come soleva, sempre a piede s'imbattè in un servitorello, che, compassionandone la stanchezza, gli fece deporre sul suo somiere la fratesca bisaccia, e gliela recò fin alla destinazione. Pio se ne sovvenne, e mandatolo a cercare, gli conferì un uffizio in palazzo.
Ed è notevole come questo intollerante, questo amico di Filippo II abbondasse tanto di carità. Gli oggetti dell'amor suo erano minacciati da coloro ch'erano oggetti della sua indignazione; perseguitava questi per amor di quelli, siccome il pastore che respinge il lupo: potrà dirsi altrettanto delle persecuzioni de' Protestanti?
Ad uno che si lagnava chè il caldo di Roma non lascia lavorare, «Chi poco mangia e poco beve (disse) non sente l'arsura dell'estate».
Sentendosi morire, Pio visitò le sette chiese, baciò la scala santa per congedarsi da quei sacri luoghi. Nei dolori esclamava: «Signore; cresci i patimenti, purchè cresca la pazienza». La sincerità della sua devozione fece che, malgrado l'austerità, il popolo l'amasse vivo, morto lo venerasse: Bacone meravigliavasi che la Chiesa non noverasse fra i santi questo grand'uomo; e di fatti egli fu l'ultimo papa canonizzato[411].
[DISCORSO XXXV.]
DEGLI ERETICI IN TOSCANA. IL CARNESECCHI.
Chi osservi ancora Firenze prima che sia compiuta la trasformazione sua, non tanto politica come morale e artistica, vi trova dapertutto l'opera della religione, e viepiù nell'ispirazione de' suoi poeti e de' suoi artisti, quando l'arte non era ancora ridivenuta pagana e principesca. La Toscana deve ai monaci il primo bonificare delle Chiane; e se il Pian di Ripoli uscì feracissimo dagli acquitrini; se presso ai pantani di Varlungo (Vadum longum) ondeggiarono di biade le campagne ubertose di San Salvi e di Rovezzano, fu merito de' monaci. Il palustre deserto fra Prato e Firenze, dacchè vi si stabilì la badia di San Giusto divenne il bel territorio di Osmannoro, mentre i Benedettini di Settimo coi rigagnoli e le colmate risanavano la riva opposta dell'Arno. Tutto l'Arno ebbe sostegni, pescaje, scoli dai monaci, ai quali Firenze lungo tempo affidò la costruzione e manutenzione de' ponti, delle mura, delle fortezze. Quanti villaggi crearonsi attorno a un convento o ad una chiesa! quante boscaglie, tane di fiere e di masnadieri, venner ridotte a rigogliose foreste! quante grillaje si convertirono in masserie, e migliaja di ulivi al piano e milioni d'abeti e di faggi al monte si naturarono! Basti ricordare come la regola camaldolese imponga di piantar ogn'anno una determinata quantità di abeti, e proveda attenta alla cura, al taglio, al ripiantamento delle foreste, il cui rigoglio fa ammirare ancora, ahi per poco! i devoti recessi di Camaldoli, di Monte Senario, della Vernia.
In Firenze poi, dai tempi di sant'Ambrogio e di Carlomagno giù fin ai Lorenesi, mille edifizj o sacri o caritatevoli s'annestano alle memorie delle famiglie[412]; nell'infausto assedio del 1529 tra i più grandi sagrifizj fatti alla patria contossi il dover distruggere qualche cappella, qualche dipintura, e gli anni successivi s'adoperò a riparare quei danni. Anche di fuori piaceansi i Fiorentini di eriger monumenti di devozione, come sono a Roma San Giovanni de' Fiorentini, a Lione Santa Maria e l'Ospedale di Tommaso Guadagni, a Napoli la Certosa, a Lucca le loggie di San Friano, a Milano la cappella di san Pietro Martire, eretta da Pigello de' Portinari in San Eustorgio; in Venezia Sant'Antonio da Goto degli Abati, a Gerusalemme un ospedale da Cosimo padre della patria. Laonde il Richa disse che «della storia nostra il più pregevol soggetto non può negarsi sia il clero fiorentino»[413].
Le laudi contrapponeano la pietà e la carità all'osceno sensualismo dei canti carnascialeschi[414]. Mentovammo il Concilio ecumenico XVII, che fu il terzo tenuto in Firenze, dove nella, sessione XXV, Orientali e Occidentali professarono che «il romano pontefice è successore di Pietro principe degli apostoli, vero vicario di Gesù Cristo, capo di tutta la Chiesa, padre e dottore di tutti i Cristiani; a lui esser data da Nostro Signor Gesù Cristo, nella persona di Pietro, piena podestà di reggere e governare la Chiesa universale, secondo è pur contenuto negli atti dei concilj ecumenici e nei santi canoni».
E sono dei monumenti più degni d'essere studiati dagli Italiani le storie delle Chiese fiorentine e quelle de' suoi Santi[415]. Ricordavasi che il giorno di santa Reparata (3 ottobre 407) i Goti furono sbaragliati a Fiesole: che il giorno di san Barnaba (11 giugno 1289) si sconfissero gli Aretini a Campaldino: al beato Andrea Corsini attribuivasi l'aver posto in fuga il Picinnino nella giornata d'Anghiari il 1440; a santo Stefano papa, il duca Cosimo chiamavasi debitore della vittoria di Marciano. Fresca poi era la memoria del Savonarola e di Maddalena de' Pazzi; fresca quella di sant'Antonino, coi quindici beati, di cui è ricordo nella sua cella, fra' quali il beato Angelico, stupendo pittore, il miniatore frà Benedetto da Mugello, il beato Giovanni da Domenico, che poi fu cardinale e legato a latere. Il Lainez, generale de' Gesuiti, venne a fondarveli in San Giovannino nel 1551, con istruzione particolare di sant'Ignazio, e all'uopo ebbe gran doni e beni da Cosimo I, da monsignor Ughi; signori delle case Amannati, Guadagni, Pazzi, Sassolini, Rinuccini andarono a raccoglier limosine con cui fabbricossi la chiesa. È ancora ricordata da una lapide la dimora di san Luigi Gonzaga: poi nel 1565 fu tenuto in Santa Croce il capitolo generale de' Francescani, con cinquecento teologi e altrettanti allievi.
È fuor di tempo il rifrascar queste memorie all'odierna capitale d'Italia?