I primordj della Inquisizione in Firenze già divisammo, e come sin dal 1254, anzichè ai Domenicani, era affidata ai Francescani, che a Santa Maria Novella e a Santa Croce teneano un numero di satelliti e carceri proprie[416]. Fu davanti a quel tribunale che venne processato Cecco d'Ascoli astrologo, del quale divisammo nel Discorso VII.

L'aver mandato al fuoco uno de' filosofi di maggior rinomanza al suo tempo indignò molti contro l'Inquisizione, la quale di rimpatto prese ardimento ad estendere la propria giurisdizione. Massimamente frà Pietro dell'Aquila fu accusato di oltrepassare i suoi poteri, e smunger denaro da cittadini sospetti d'eresia; sicchè la repubblica pose nel suo statuto[417] che gl'Inquisitori non dovessero intromettersi se non di cose del proprio ufficio; condannassero nella persona, ma non negli averi; non tenessero carceri private, ma si servissero delle pubbliche; e nessun capitano o podestà, nè i vescovi di Firenze o Fiesole potessero far arrestare veruno per mandato del Sant'Uffizio, se non previa licenza de' priori; non si concedesse di portar l'armi che a sei famigliari del Sant'Uffizio; e costituiva quattordici difensori della libertà, che vegliassero all'osservanza di tali capitoli.

Ai quali si cercò sempre rivocare il Sant'Uffizio ogni qualvolta le circostanze l'avessero portato a trascendere. Quando Paolo III ebbe istituita la congregazione del Sant'Uffizio, fu preso partito che a Firenze tre commissarj, poi un quarto si unissero all'Inquisitore, per conoscer le cause di religione.

Da Giovanni delle Bande Nere, uno di que' brillanti avventurieri che sventuratamente sempre lusingarono le simpatie degli Italiani senza far mente qual causa sostenessero, nacque Cosimo de' Medici, che con arti buone e con sinistre riuscì a divenir capo dello Stato fiorentino, dove la repubblica già era stata strozzata dalle armi straniere, e ne costituì un principato ereditario. Questa forma di governi era allora l'aspirazione universale, per istanchezza dei reggimenti liberi del medioevo, per amor dei dominj forti e delle concentrazioni, che diceano salverebbero l'Italia dagli stranieri, e che invece l'inabissarono. Esecrato dai vecchi repubblicani ch'e' dovette reprimere, combattere, esigliare, assassinare, Cosimo in lunghissimo regno si mostrò splendido senza abbandonar le abitudini cittadinesche della casa sua, e procurò di far fiorire le arti e il commercio, estendere fabbriche, erigere superbi palazzi, e tutti i progressi che possono camminar di paro colla servitù.

Cosimo sentì come interesse primo d'ogni nuovo principato in Italia sia l'ingraziarsi il pontefice: eppure teneva l'occhio geloso su tutti gli atti della Corte romana, siccome appare dal carteggio de' residenti, e voleva ingerirsi ai conclavi e alle altre decisioni. Per rispetto a quella, non ledeva le immunità ecclesiastiche: e nella feroce guerra di Siena, le sue truppe, comandate dal marchese di Marignano, avendo profanato qualche luogo sacro, egli scriveva a Bartolomeo Cóncini, suo commissario, il 24 ottobre del 1554:

«Con nostro molto dolore abbiamo inteso la ruberia che l'esercito del marchese di Marignano ha fatto in Casole, da cui nè anche la casa di Dio è andata esente. Noi non vogliamo queste iniquità. Quando l'esercito può dare il sacco, le chiese hanno da essere rispettate, e il primo che oserà fare insulto a chiese, monasteri, ospedali ed altri luoghi, noi vogliamo che paghi la pena di tanta sua malvagità colla perdita del capo: e il marchese vogliamo che obbedisca a questi nostri ordini. E voi, se vi piace la nostra grazia, vi sforzerete per impedir tali errori, e ci darete subito avviso. Dalla massa della preda che non è stata divisa vogliamo che si renda a quelle chiese tutto quello che gli è stato tolto. Eseguite e state sano».

Cosimo favorì la convocazione del Concilio di Trento, e fin dal 9 dicembre del 47 scriveva al Pandolfini: «Sua beatitudine dovrà, come prudente, ben considerare quanto importi l'essere unita coll'Imperatore e Reformati, e reunire le cose della religione che son tanto necessarie, e di non lassar perdere questa bella occasione di ridurre alla Chiesa le provincie di Germania, sendone questa sì gran membro, e quella che è sempre stata infetta ed ha infettato le altre, e pur ora con la grazia di Nostro Signore Dio consentì di star alla determinazione del Concilio, che non è certo poco, avendolo S. M. disposta a questo».

Molte altre lettere rincalzano il proposito, e singolar attenzione merita questa, che da Roma[418] il 16 novembre 1558 scriveva al Ferrero:

«Noi volevamo partire per ritornarcene a Siena, ma sua santità, che ci onora e carezza troppo, ci ritiene col dire che, siccome siamo stati in certo modo autori che ella apra il Concilio universale, che fu la causa della chiamata nostra qua, vuol ancora che ci troviamo all'atto et alla messa solenne del Santissimo Sacramento, la quale, a Dio piacendo, celebrerà sua beatitudine la domenica a otto che viene». Di propria mano aggiunge: Non ci fate autor di questa cosa.

In altra lettera[419] esorta a proseguire il Concilio, e mostra la necessità di riformar la Corte romana. Anche dal carteggio di Spagna di monsignor Minerbetti trapela la sollecitudine di Cosimo perchè si radunasse il Concilio, atteso che, o si conclude e allora la buona morale può guadagnarvi: o no, e questa non è peggiorata, restando nello stato presente: brama che ciò notifichi al re cattolico, esortandolo ad opporsi ai Concilj nazionali, come domandavano gli arcivescovi di Siviglia e del Gallo (?).