All'autore poi scriveva non aver letto opera a' suoi tempi che gli piacesse più del poema di lui, e: «Come il volto pacato e costante nell'uomo è indizio di mente ben affetta e di probo animo, così cotesta tua egregia pietà verso Dio, che s'appalesa ne' tuoi scritti, ci obbliga a fare insigne stima di te, d'ogni senso dell'animo tuo, e della eccellente dottrina[477]».
A Roma Aonio ebbe grand'amici il Mauro d'Arcano e il Berni, e i suoi versi erano letti con delizia nell'Accademia de' Vignajuoli e in privati banchetti, siccome quel che, nel 1531, diede il Musettola traduttor di Lucrezio, dove non si bevve altro vino che il raccolto a Napoli dalla vigna del Pontano.
Tornato a Siena, il Paleario sperò esservi fatto professore, ma fu contrariato. Ebbe acerbe contese con uno ch'egli intitola Maco Blaterone, contro del quale pur si avventò Pietro Aretino. Aonio risedeva a Ceciniano e a Colle, ove di trentaquattro anni sposò Maria Guidotti con seicento fiorini di dote: e n'ebbe due figli e due figliuole. Amava disputare sull'anima, e n'ebbe parole con alcuni filosofi, venuti apposta a trovarlo a Colle; ma di ciò l'imputarono gli zelanti, cercando avversargli il popolo e il duca, con quelle arti d'invidia che non rifuggono da infamia veruna. Le loro macchinazioni, i furenti discorsi, le calunniose imputazioni, l'indignazione, l'amor proprio, la mortificazione resero il Paleario invelenito contro i nemici, e le sue corrispondenze[478], massime con Lelio Bellanti e Pterigi Gallo, svelano cogl'intrighi degli altri anche l'irrequietudine sua.
Tutto ciò può aver esacerbato gli animi e predisposto alle persecuzioni che gli costarono sì caro. Sentivasi chiamato a qualcosa meglio che insegnar latino e greco[479]: ricorreva per protezione o difesa al suo arcivescovo Bandini e al Sadoleto; e viepiù gravato dai mali pubblici, giacchè i Turchi sbarcarono minacciando Orbetello e Siena, lagnasi d'aver dovuto lasciar la patria e ogni cosa diletta.
Il Sadoleto s'accorse del trascender d'opinioni del Paleario, e l'ammonì, ma egli non vi fece mente, e seguitò manifestandole. Singolarmente levò rumore coll'attaccare un tale ecclesiastico, il quale, assiduo a prostrarsi davanti a reliquie, non pagava poi i suoi debiti. «Colta dice che, se mi lascia in vita, più non resterà vestigio di religione in Siena. E perchè? perchè, domandato qual fosse la prima cosa in cui gli uomini dovessero cercar la loro salvezza, io risposi, Cristo; domandato qual fosse la seconda, risposi, Cristo; quale la terza, ed io ancora, Cristo».
Di qui trapela l'idea che è svolta nel Trattato del beneficio della morte di Cristo, del quale parlammo nel discorso XIX. Colà vedemmo quanto interesse eccitasse quel libro, che dapprima fu tenuto opera di pietà, e ristampato con altre devote, siccome nell'edizione posta all'Indice da Sisto V, col titolo: «Trattato utilissimo del Benefizio di Cristo, con li misteri del rosario, con l'indulgenza in fine di papa Adriano VI alle corone dei grani benedetti». Noi l'abbiamo analizzato, e dicemmo che l'autore ne rimase ignoto, perciò fu attribuito a diversi; al Valdes, dal quale in fatto son copiate moltissime parti: al cardinal Contarini, al Flaminio, ad altri. Il cardinal Morone confessa averlo ammirato e diffuso e nel processo di lui, un Domenicano dice averlo veduto manuscritto a Verona, mandatovi a un canonico Pellegrini, che lo diede al vescovo, il quale, giudicandolo cosa buona, lo passò a lui: ma egli vi scoperse il marcio, e si dolse di vederlo, poco dopo, stampato e diffuso.
Pietro Paolo Vergerio, nel commentar l'Indice de' libri proibiti fatto da monsignor Della Casa, dice che molti pensano non esservi stato all'età nostra, almen in italiano, alcuno scritto così soave, così pio, così semplice, e così adatto a istruir anche i più rozzi e deboli, massime sull'articolo della giustificazione. E soggiunge: «Ma ci è ancora da dire di questo Benefizio di Cristo. È un certo frate, che non lo vuole a patto alcuno: e con speranza di aver un benefizio dal papa, ha fatto una invettiva contro quel (benefizio) di Cristo crocifisso. È stato poi un altro buon ingegno e spirito che lo ha tolto a difendere, ed ha composto un dolce libro, e l'ha dato nelle mani di un cardinale, il quale ha fama di aver lume di conoscere gli errori della Chiesa e gustar la dolcezza dell'Evangelo; certo egli ha di molte virtù eccellenti. Ma mi risolvo che (se questo cardinale non lascia adesso venir fuori la difensione che egli ha in mano di quel buon libro, e se non si scopre a dire ch'egli sia buono) la fama sia falsa, e che non sia in lui quello spirito che molti hanno creduto. Egli suol dire che bisogna esser prudente, ed aspettar l'occasione e il tempo opportuno. È ben detto, ma non sarà occasione e tempo opportuno adesso, che in tanti modi tanta gente cerca di estinguer e sepellire il benefizio e la gloria di Cristo? Quando si vorrà egli dichiarare e farsi conoscere per suo soldato, se nol fa adesso che il suo Cristo è tanto combattuto, travagliato, afflitto? Orsù, starem a vedere cosa farà questo cardinale. Dio gli doni ardire, e sarebbe ben tempo ch'egli si avesse a dichiarare con tutta la sua scola.
«Aggiungo di questo libretto che sono due persone, le quali vi hanno posto mano; una l'ha cominciato, l'altra finito ed espolito, e tutte due sono in Italia, e molto conosciute e carezzate dai primi membri e ministri di Roma, e il libro loro è condannato per eretico. Staremo anche a vedere se essi potranno sofferire, e divorar questa ingiuria che è fatta sulla faccia del Padre loro celeste, o se pur la vorranno dissimular e godersi le comodità e delizie delle chieriche loro».
Da retore e sofista, il Vergerio vuol confondere il titolo del libro col benefizio di Cristo, quasi sia questo dai censori condannato. Poi stringe: «Or di questo libro, ascoltate; o è buono, o è tristo. Se è buono, perchè averlo condannato? Se è tristo, perchè ne hanno prima lasciati vender quaranta mila, che tanti io so che, da sei anni in qua, ne sono stampati e venduti in Venezia sola? perchè hanno lasciato andar attorno tanta quantità di tossico di anime, secondo loro?
«Questa è gran cosa; dove costoro, essendone tanto pregati e sgridati dovrebbero ogni anno diventare più umili, più riconoscere gli errori, le superstizioni, le tenebre nelle quali hanno voluto tener soffocata la povera gente, e mitigarla, e farsela benevola, e compiacerla dove va la gloria di Dio, vedendo che ella desidera tanto di stare con la dottrina dell'evangelo, si hanno deliberato di voler insuperbire ogni giorno più, e di voler tenere bassi e tirannizzar i poveri popoli, e ascondere ogni cosetta che potesse dar loro luce alcuna della salute. Chi non sa che i popoli si faranno beffe delle indulgenze, de' giubilei, e di tutti l'altre invenzioni e pensate d'uomini, con le quali un tempo di lungo si è dato ad intender che si potesse avere la remissione de' peccati, quando avranno avuto la grazia di poter con viva fede conoscere il gran benefizio che ha fatto loro il celeste Padre, dando il figliuolo diletto a spander il sangue e morir sulla croce».