«Di Siena li 11 aprile 70.
«Di V. A. servitore fedelissimo
Federigo delli Conti Monteaguto[471].
Nel processo di questo Achille Benvoglienti, il Sant'Uffizio fece arrestare cinque streghe, che, convinte d'aver negato la fede, rinunziato al battesimo, ammazzati diciotto bambini, furono condannate al fuoco. Il granduca permette si eseguisca la sentenza. Nell'archivio fiorentino sta il costituto del Benvoglienti sopra materie religiose, e il Montaguto lo accompagna a Cosimo con notizie relative a quel processo[472].
Mino Celsi fu creduto un pezzo fosse un nome di guerra, sotto cui s'ascondessero Lelio o Fausto Soccino o il Castalio. Ma realmente egli fu di Siena, donde fuggì nel 1569, e visse tre anni fra i Grigioni, de' quali ci dà una pittura tutt'altro che lusinghiera. Passò poi a Basilea, e cercò sempre metter concordia fra i dissidenti; e fu uno dei tre, che, soli fra i teologi protestanti, disapprovarono il supplizio di Serveto: egli medesimo non impugna il diritto di punire per opinioni eterodosse ma vorrebbe applicata un'ammenda o l'esiglio, non la morte[473].
Nel settembre del 60 il mentovato Pero Gelido, da Venezia scriveva al granduca:[474]
«È capitato in questa città otto dì fa un Nicolò Spanocchi, cittadino senese, il quale subito è venuto a trovarmi, e dopo un poco di proemio molto bene acconciato, essendo uomo di lingua e di buon intelletto, mostrò esser sempre stato devoto della regia casa de' Medici....... e che per calunnie de' suoi nemici, più che egli l'abbia meritato è perseguitato per causa di religione, come dice esser nota all'a. v. E mi disse come, essendo egli del magistrato della balìa di Siena e uno dei quattro eletti a riceverla nella sua entrata che la deve fare in quella città, se ne veniva in Toscana, ma avendo incontrato per via uno, che gli portò la nuova della retenzione di un Lelio Soccino e di duoi nipoti di esso Lelio, sbigottitosi di questa cosa, prese la risoluzione di tornar addietro, e di mettersi in luogo dove potesse esser un poco più sicuro..... E se bene egli biasima molto il modo ch'è stato tenuto da Lelio, secondo che esso ha inteso, avrebbe desiderato che più tosto li fosse dato scala franca, e fattolo partir del suo Stato, per non aver dato alla città di Siena questo dispiacere in questa sua entrata. E anco aggiunge che, per non far fruttificar tai semi, sarebbe forse meglio proceder in questa maniera. Io certamente ho sentito molto dispiacere che l'a. v. abbia avuto necessità di metter la falce in questa biada, e certo annoveravo per una delle grazie che ella ha ricevuto dal Signore Dio il non essere finora stata astretta a fare simili persecuzioni, avendo visto per esperienza quello che ella ha causato negli altri paesi. Ora tornando al fatto dello Spanocchi, egli dice non fuggì il giudizio ma i giudici, e non voler in questa età di settantadue anni aver a stentare o morir di necessità in una prigione; che desidera e prega l'A. V. che si degni pigliarlo in protezione sua....».
Sisto da Siena ebreo, di buon'ora venuto alla nostra Chiesa, si vestì minorita, venerò come maestro il Caterino, e narra egli stesso come da lui imparasse la dottrina delle due predestinazioni, una per inevitabil decreto di Dio, l'altra condizionata, e «come opportuna a smuover certe dure menti, che alcuni eretici de' nostri giorni avean empite di disperazione coll'assoluta teorica del predestino», dai venti ai trent'anni l'andò predicando nelle primarie città d'Italia, con applauso degli uditori e frutto degli animi conturbati. Saputo poi quanto tal dottrina era contraddetta, la cessò, ma per essi errori fu tradotto al Sant'Uffizio. Frà Michele Ghislieri, compatendo alla gioventù e alla scienza di esso, si propose di convertirlo, e malgrado il puntiglio ch'esso metteva a non recedere dalla propria opinione, e' seppe raddrizzarlo: ne impetrò la grazia da Giulio III, e lo aggregò ai Domenicani, adoprandolo utilmente a predicare ed a convertire Ebrei, dei quali un gran branco erasi accolto in Cremona, donde divulgava libri di quella credenza[475]. Sisto sceverò le opere utili, quali il Talmud ed altre, e quelle che non poteano giovare a nulla mandò al fuoco: al fuoco pure gittò tutti i proprj scritti, non restandone che la Bibliotheca Sancta, ove trattò de' libri sacri, de' loro interpreti, degli errori che ne derivarono. Morì a Genova di 49 anni il 1569.
L'Inquisizione nel 1569 eresse in Siena una compagnia di Crocesignati applicati principalmente a servigio del Sant'Uffizio, ma grandissima difficoltà incontrò in paese, e se il governatore Conte di Montaguto non vi si era opposto da principio, molti cittadini sorsero a mostrar il pericolo che verrebbe al principe in paese di fresca conquista, dal tollerare che una società d'uomini vi si formasse indipendente dall'autorità secolare; e per cui mezzo l'Inquisizione più non avrebbe duopo d'appoggiarsi alla forza pubblica. Il granduca mandò subito che fosse sciolta, e ne scrisse a Roma, che promise farla svanire a poco a poco, affinchè dal torla improvvisamente non restasse disonorata l'Inquisizione.
Maestro Antonio della Paglia, nato verso il 1500, da Matteo e da Chiara Gianarilla, a Veroli, città vescovile all'estremità della campagna di Roma, secondo il costume latinizzò il suo nome in Aonio Paleario, studiò a Perugia, poi a Siena (1530), «città bellissima e ben situata, ma guasta da spirito di partito e da incessanti fazioni, onde i signori vivono in campagna, e così le nove Muse ne sono bandite: ma le persone son d'ingegno acuto e vigoroso; i giovani hanno un'accademia, dove espongono spesso componimenti nella lingua materna» del che esso li disapprova come distragga dal latino e greco[476]. Coi sussidj di Cincio Frigipani romano fu a Padova, ove da Benedetto Lampridio udì leggere le orazioni di Demostene. Tornato a Siena, difese insignemente Antonio Bellanti, accusato di malversazioni e congiura; ma gli avversarj ritorsero l'accusa contro lui stesso, che n'ebbe nuova occasione di mostrar la sua eloquenza. Da quel senato fu preso pubblico precettore di lettere greche e latine, poi di filosofia. Colà attinse le idee dell'Ochino, poi le diffuse a Colle in Val d'Elsa, dove avea tenimenti, e a San Geminiano. Fece un poema in tre canti sull'immortalità dell'anima, in cui il sacro va misto col profano, e invocato Aristotele a guida nella pericolosa ricerca. Lo dedicò a Ferdinando re de' Romani, e i critici lo paragonavano al Vida e al Sannazaro; il Vossio lo qualifica di divino e immortale. Ne mandò un'edizione scorretta al cardinale Sadoleto, suo patrono, pregandolo inducesse lo stampatore Grifio a farne una migliore. Quegli in fatto il raccomandò caldissimamente: aver quel libro un sapore lucreziano; nulla esservi che non fosse detto latinamente, e non mostrasse giudizio e diligenza: multaque præterea ubique nitentia ingenii et vetustatis luminibus, et, quod ego pluris quam reliqua omnia facio, christiana mens, integra castaque religio, erga Deum ipsum honos, pietas, studium, in eo libro vel maxime non solum docere mentes errantium, sed etiam animos incendere ad amorem puræ religionis possunt.