Feci questi jambi, come già l'ho scritto, nel principio di novembre per un estremo freddo che sentii, e posso dir vidi in queste parti, e fecili con intenzione di farne molto più, ma poi per molti rispetti fui costretto ad abbandonar l'impresa, ma perciocchè, lasciandoli così imperfetti, avrebbero potuto forse cagionar qualche sospetto nell'amico tuo, ti scrissi che tutto era detto iperbolicamente, e così ti dico ora.
Ti scrissi ultimamente com'io desiderava d'aver un Boccaccio, cioè le cento sue novelle, di quelle che si stamparono in Firenze dai Giunti l'anno 1527, e che tu facessi ogni opera d'averne uno almeno in qualunque modo si sia. Te lo ritorno a dire, e ti riprego a non mancare, se tu dovessi metter sottosopra tutto il mondo, non che Siena.
Di mortal cosa per cui già in oblìo
Posi me stesso e sol pianto e dolore
Alfin trar ne potea, d'interno amore
Arsi pur contra il fermo voler mio.
Ed or che del eterno padre e Dio
Fonte d'ogni mio ben bramo nel core
Vive fiamme sentir di dolce ardore,
Lungi è l'effetto da sì bel desio.
Ma s'io potessi, come chiaro scorsi
L'angelica beltà del primo objetto,
Scorger dell'altro la pietà infinita,
O me beato, che gli estremi morsi,
Non temerei di morte a cui m'affetto,
Amando lui, che' suoi ritorna in vita.
«Saluto l'Attonito per mille volle, col quale mi corruccierò molto meno quando non facesse altro tutto il tempo della sua vita ch'attender alla filosofia naturale, che non farò teco s'io odo che ti perda in quelle Baldate e Bartolate, che mi fanno vergognare quando io penso d'averci speso del tempo. Saluto similmente tutti gli amici: a Dio Materiale». Il 20 d'aprile 1563.
Al virtuoso Materiale Intronato mio come fratello sempre maggiormente onorando, Siena.
Molto magnifico signor mio osservandissimo,
«V. s. non si dovrà maravigliare se non ho più tosto dato risposta ad una sua gratissima lettera, scrittami da lei più di quattro mesi sono, cioè il dì 24 di giugno, poichè io non l'ho ricevuta più tosto che quattro dì fa. Io, signor mio, vivamente secondo il più delle volte scrivendo al nostro Bargaglio ho fatta menzione di v. s., così sempre ho fatto conto scrivendo a lui di scrivere a lei ancora, riputando parimente le lettere scritte a me dal sig. Bargaglio essere scritte non da lui solo, ma da v. s. insieme: tanto mi pare, che sia salda e indissolubile l'amicizia nostra, nella quale con somma mia soddisfazione e vera utilità vi è sempre piaciuto di ricevermi per terzo, quantunque allora che più io coglieva il frutto di così fatta benignità vostra, mi sia stato quasi forza d'allontanarmi per un tempo, e per non brieve spazio di paese, dall'uno e dall'altro di voi. La quale lontananza, se a v. s. ancora portasse danno com'ella scrive, in me certo si raddoppierebbe il dolore ch'io debbo sentirne. Ma che danno ha ella potuto portarle, massimamente in quel particolare, che ella mi dice della risposta da lei fatta al Mazzone? Che bisogno può ella avere d'un par mio nelle quistioni e materie poetiche, nelle quali essa è così avanti introdotta, anzi così esercitata e intendente, e dalle quali io a poco a poco, e per le mie infermità, e per gli studj più gravi a' quali mi sono interamente dato, mi vo non solamente ritraendo, ma allontanando quasi del tutto? Aggiungasi a questo, che v. s. si ha avuta ottima causa alle mani, e se pur a superare alcune difficoltà, che in essa si parano davanti, e a spegnere affatto questo mostro ella avesse avuto bisogno d'ajuto, quale altro miglior Teseo potevasi per lei desiderare, che il signor Bargaglio, non meno pari a lei per valore, che per iscambievole benivolenza? V. s. ha potuto vedere quant'oltre s'abbiano a stendere quelle poche reliquie, ch'ancora mi rimangono degli studj poetici, cioè a far vulgari in rima, se Dio mi darà vita, le canzoni di David, la quale impresa da molti mesi in qua, contro quello ch'io pensava, non m'è stato possibile di seguire per attendere alla cura della mia sordezza, la quale non è per tutto ciò punto scemata, anzi, per quello ch'io posso comprendere, alquanto cresciuta. E ora che io son libero dalla predetta cura, m'è necessario d'attendere a replicare ad un nostro italiano, persona assai letterata, e la quale fa principale professione di studj di teologia, sopra una questione nata tra noi, nella quale abbiamo già l'uno e l'altro scritto alcuni fogli, ed è questa: cioè, se Adamo fosse creato da Dio in guisa che di sua natura fosse immortale o no. Egli tiene di sì, e io credo la parte negativa esser più vera. E quantunque la predetta questione o disputa paja di non molto momento nella religione nostra, nondimeno, massimamente per le conseguenze ch'egli tira dalla sua opinione, o più tosto dagli argomenti co' quali si sforza di provarla, e egli e altri, essendo quegli argomenti veri, è sforzato a tirare, ella è di grandissimo. A me pareva e ad alcuno altro ancora ch'io avessi risposto a sufficienza a dieci argomenti ch'egli mi diede scritti a favor suo, e era verisimile quasi ch'egli dovesse quietarsi, ma egli ha replicato, e assai a lungo. Laonde mi son posto di nuovo a rispondere a ciò ch'egli ha saputo scrivermi contra, con ferma speranza che questa mia fatica non debba esser vana, per la quale, se io non erro gravemente, si dichiareranno molti luoghi difficili e oscurissimi della scrittura sacra, e da pochi bene intesi. Ma il male è ch'io mi trovo senza libri, non avendo meco altro che la Bibbia. Spero con tutto ciò di condurre a fine il meglio che potrò tutta l'opera, riserbandomi, finita ch'io l'abbia nella guisa che per ora m'è conceduto, ad aggiugnervi alcune cose che troverò ne' libri che mi mancano, per dar perfezione ad una tal fatica. Dell'opinione mia è stato del certo, ch'io so, tra gli antichi Atanasio, e tra' moderni Agostino Steucho d'Agobbio, canonico regolare e persona letteratissima, il cardinale Gaetano, e molti altri. Conosco che, per essere la questione alta e difficile e, per molti rispetti, non pura teologica, e per conseguente non interamente proporzionata agli studj non che alle forze mie, dovrei lasciar questo peso a migliori spalle delle mie. Ma io mi confido in Dio, ch'avendo, siccome io tengo per fermo, la verità dal mio lato, e non iscrivendo ad altro fine che per manifestarla a chi ella fosse oscura, a gloria d'esso Dio e profitto degli studiosi delle sacre lettere, non saranno, come ho detto, le mie fatiche punto vane. Finita ch'io abbia quest'opera, la quale, per molte risposte che mi convien dare a molti paralogismi e sofisterie dell'avversario, sarà un giusto libro, mi convien dar fine ad un'altra opera maggiore e di vie più gran momento, della quale ho scritto altre volte al sig. Bargaglio, sopra una grandissima disputa ch'io ebbi con un predicante, che venendo di Geneva, me ne mosse parole in Basilea, sopra la giustificazione nostra. Quindi venne ch'io scrissi al Bargaglio di volermi pigliare la traslatazione de' Salmi per passatempo, non perchè io non sappia molto bene, che e a me e ad ogni altro conviene sudare molte volte volendo condurre una tale impresa a mezzana perfezione, nè perchè io voglia esservi punto negligente, ma perchè, facendo paragone da queste altre fatiche, nelle quali, o in simili, io sarò continuamente involto, a quella, queste mi pajono veramente fatiche, e quella quasi una ricreazione d'esse, alla quale ricreazione ritornerò subito ch'io possa, non avendo infino a qui vulgarizzati più che undici Salmi e mezzo. Ma per ritornarvi mi fa di bisogno d'alcuni libri, li quali non so come io possa far qui ad avergli.
«Sonomi infinitamente rallegrato che il Signore Dio, in luogo della femina nata dopo la partita mia, che prima vi tolse, vi desse poi un maschio. Così piaccia a Sua Maestà di darvene allegrezza vera, e non solamente di quello, ma di tutti gli altri, li quali mi giova di credere, che e v. s. e madonna Aurelia, la quale io risaluto caramente, alleviate del continuo nel timor di Dio, senza il quale è somma pazzia lo sperar mai vero bene alcuno. Non è alcuno di noi che omai per esperienza se non per ragione e per divini e umani ammaestramenti non conosca questa vita nostra e questo mondo tutto non esser altro che fumo e ombra. Alziamo adunque una volta la mente da dovero a quella vita e a que' secoli promessi da Gesù Cristo, che non può mentire a tutti coloro che rinunzieranno a se stessi, non che ad ogni altra cosa per seguir lui, la qual vita e li quali secoli sappiamo per rivelazione divina essere eterni et incorruttibili. E per poter far ciò come si conviene preghiamone continuamente e ardentemente Dio, il quale ha promesso d'esaudirci in tutte le domande che gli faremo, che sieno conformi a quello che sappiamo essere la santissima volontà sua. A lui e alla ricchissima e potentissima grazia e benignità sua raccomando di cuore e v. s. madonna Aurelia e tutta la famiglia vostra.
«In Bada il dì 30 d'ottobre 1577.