In fatti la Riforma non era riuscita che a toglier le anime al papa per darle a un re o ad un concistoro o ad un pastore. Solo il Soccianismo impiantò l'autonomia della ragione; e ne derivano Cartesio, Spinosa, Bayle, Hume, Kant, Lessing, Hegel, Bauer, Feuerbach: Straus e seguaci, negando il Cristo positivo e surrogandone uno ideale, non fecero che aggiungere al concetto socciniano l'elaborazione scientifica, propria dell'età moderna: la bestemmia arcadica di Renan e la piazzajuola del Bianchi-Giovini e d'altri italiani ne derivano, togliendo la suprema questione, la chiave della storia, della vita, della morte, dell'avvenire, l'intelligenza del mondo misterioso.
I Socciniani, come i seguaci di Lutero, si annunziavano quali restauratori del primitivo cristianesimo, nell'assumer la Santa Scrittura per unica regola di fede e norma delle azioni. Lutero dalla Bibbia eliminando quel che non gli garbava, conservò i dogmi della Trinità, del peccato originale, dell'incarnazione e divinità di Cristo, il battesimo, l'eucaristia. Soccino levò tutto. Il luteranismo avea dato prevalenza all'elemento divino; il soccianismo all'umano; Luterani e Riformati esagerarono il peccato ereditario; i Socciniani nol riconobbero.
Secondo quelli, Iddio solo opera la giustificazione, restando l'uomo interamente passivo: secondo gli altri, l'uomo solo è attivo, e per se stesso si eleva e perfeziona, nè Dio fa altro che rivelargli la sua dottrina. Pei Protestanti il Salvator divino venne in terra onde ricomprarci col suo sagrificio; pe' Socciniani è un uomo, che fu mandato in terra a dar agli uomini una nuova dottrina, ed esibir in se stesso il modello da imitare. I Protestanti, fidando interamente nella Grazia, disprezzano la ragione: i Socciniani proclamano continuamente la ragione e i suoi diritti sopra ogni mistero, la sua competenza a schiarire la folta nebbia che involge le sante scritture. I Protestanti (dice il Gioberti) presero dagli scritti pagani gli accessorj e la facondia: i Soccini ne rinnovarono sostanzialmente gli spiriti e le dottrine. Ripudiando il sovrintelligibile ideale e rivelato, oscurano l'intelligibile per necessità di logica, gli tolgono quella purità e perfezione che ridonda dai dettati evangelici; riducono la sapienza di Cristo all'angusta misura di Socrate e di Platone: all'idea splendida e adeguata della cristianità cattolica surrogano l'idea manca e caliginosa della filosofia gentilesca. Serbano soltanto in sembianza le verità sovrarazionali della rivelazione per mettere un'armonia apparente fra l'aristocrazia socciniana e la moltitudine, e formar una dottrina esoterica a uso solamente del vulgo.
In Siena, dove la famiglia Soccini era da antico illustre per impieghi e per sapere, ne cercammo diligentemente qualche memoria, ma quasi niuna ne rimase. Solo dicono appartenesse a quella casa la villa di Scopeto; pochi anni fa ci frondeggiava un grand'albero, sotto del quale era tradizione tenessero le loro congreghe i religionarj, e perciò fu fatto abbattere dalla pia posseditrice. Da quella biblioteca comunale potemmo ricavare alcune lettere, che, in mancanza di meglio, riferiamo, senza che occorra avvertivi un gergo d'intelligenza.
«Materiale amatissimo[520]. Non son più che cinque giorni ch'io ricevei da una medesima mano tre delle tue lettere del 2, del 15 e del 23 di marzo, alle quali non darò quella piena risposta che tu forse vorresti e io desidererei, perciocchè io ho da scrivere ancora molte lettere, e il tempo che m'è dato non è molto lungo. Ti anderò rispondendo per ordine, cominciando dalla prima, con lasciar dall'un de' lati il dirti che l'aver tue lettere m'abbia tutto racconsolato, e quasi ritornato in vita. Credoti, Materiale, tutto quello che mi racconti del dolore che tu hai avuto di me, cioè di non sapere nè dov'io fossi, nè in che stato mi trovassi, facendo quei pensieri di me e quei discorsi che tu dici, li quali non mi fanno saper cosa alcuna di nuovo, perciocchè a troppi segni ho conosciuto il grand'amore che tu mi porti: ma ti puoi ben pensare et accorgere dall'altre mie lettere, che non meno sono io stato in pensiero e in affanno de' casi tuoi, li quali per le tue lettere non solo non cessano in me, ma s'accrescono molto più dove il pensiero e l'affanno che tu avevi di me per le mie lettere, è cessato si può dir in tutto; e dove, quando fosse avvenuto quello, di che ti faceva dubitare l'amor che tu mi porti, altro non ne poteva riuscire che montasse più che 'l perdere questa vita corporale. Se avvenisse quello di che mi fa sospettare la grandissima affezione ch'io ti porto, ne riuscirebbe a te perdita d'una vita spirituale et eterna, et a me mentre ch'io vivessi perpetuo e infinito dolore. Laonde se mai desiderai d'esserti appresso, e se mai conobbi di quanto danno ti sia stato l'essermi io allontanato da te, ora lo desidero, ora lo conosco. Infelice giorno fu quello di cui oggi si rinnovella il 2º anno, nel quale fui costretto ad abbandonarti: ma perciocchè tornerò ben tosto a ragionar teco in questa lettera di questa parte, seguirò di rispondere ordinatamente. — Quella seconda dov'erano le composizioni, ti dee a questa ora esser pervenuta alle mani, ma con tutto ciò non resterò di rimandartela. Dispiacemi che tu sii fuori di quei concetti che ti porgevano materia di farmi de' dubbj, e dubito che tu non mi riesca tra le mani a poco a poco un puro leggista, che sarebbe bene un colmar il sacco da dovero. Credo quel che mi dici di messer Ascanio da Viterbo, cioè che m'ami assai, ancora ch'io non sappia che cosa lo possa indurre a questo, avendomi egli conosciuto in tempo ch'io non avea parte alcuna in me che fosse degna d'alcuna laude. Quanto alla Befana e il resto che tu mi racconti intorno a quelle cose che già m'erano tanto grate, me ne passerò leggermente. Ti dirò solo che mi par che tu abbi voluto far prova della mia fermezza, la quale con l'ajuto di Dio non scemerà mai, anzi ogni giorno anderà crescendo. Io posso dir, Materiale — Amor se vuoi ch'io torni al giogo antico, Come par che tu mostri, un'altra prova Meravigliosa e nova Per domar me convienti vincer pria. — E quest'è che bisogna ch'egli mi faccia vedere apertamente, rendendomene chiaro testimonio, che, seguendo le sue istigazioni e facendomi suo servo, io dopo morte abbia a ritornar in vita, sì come ha fatto Cristo, ogni volta ch'io osserverò i suoi comandamenti e mi farò tutto suo: ma perciocchè questo è del tutto impossibile, impossibil è ancora ch'io mai più ritorni ad innamorarmi di quella maniera.
«Alla mia impresa ho ritornato il primiero motto, sì come puoi vedere, e me ne servo non per Delia, ma per soggetto divinissimo, il quale non t'è nascosto. Dispiacemi che il Benvogliente sia stato egli cagione, quantunque non sia lontano dalle belle lettere, di ritrarsene; perdonimi sua signoria, in questa parte non sa dov'egli s'abbia il capo, bisogna pur ch'io lo dica: e che vale un legista se egli non è tutto ripieno di belle lettere? o mi dirà, Le belle lettere non son de pane lucrando. Gran mercè a lui: adunque si studia per guadagnare o per divenir grande e famoso? Messer no, questo non è il vero fine degli studj, ma sì bene il giovar primieramente con la sua scienza ad altrui, e poi l'aver nelle lettere come un rifugio in tutti i travagli. Dirà, che cosa può più giovar al mondo che le leggi e la conoscenza d'esse, per le quali tutte le città si mantengono in pace e tutte le provincie? E in ciò s'inganna troppo evidentemente; non è sì vil mestiero al mondo che oggi non sia più giovevole a tutti comunemente, che la scienza delle leggi civili, trattata come s'usa ora; anzi non vi ha scienza che sia ricevuta e approvata, parlo delle scienze umane, che apporti maggior nocumento al mondo che quella delle leggi civili, trattata da dottori, avvocati, auditori e simile generazione, nel modo che si costuma in tanti e tanti luoghi, di che rendono piena testimonianza quelle città, ch'hanno dato bando a sì fatte genti, le quali vivono tanto quietamente, che non si potrebbe dire: non istà almeno un pover'uomo trent'anni a litigar e consumarsi su per li palazzi: non s'ode nè Bartolo, nè Baldo, nè Cino, nè Alessandro, nè tanta canaglia che nacquero al mondo per mettervi una peste perpetua. Ma perciocchè io non ho tempo, mi riserbo ad un'altra volta a mostrarti che non può eleggere l'uomo stato peggiore o condizione, che la vogliam chiamare, che quello del dottor in ragion civile e canonica o civil solamente, o come ti piace, pur che sia dottor di leggi fatte da uomini. Quanto poi a quell'altra parte dell'aver un rifugio nei suoi travagli, lo lascio pensare a te quanto le leggi sieno al proposito. Vuoi altro, che s'io ti fossi appresso, io te lo farei venir in odio di maniera che gitteresti nel fuoco quanti di quegli animalacci tu hai nel tuo studio! Ma perciocchè tu mi potresti dir che faccio male a biasimar com'io fo quella professione ch'è stata com'ereditaria della mia casa, e per la quale ella ha avuto qualche nome, ti dico che quello ch'io ti scrivo non lo direi già su per le piazze, ma l'essermi tu quel che mi sei, e 'l vederti camminar per quella strada, mi sforza a parlar teco in questa guisa. Ti ringrazio dell'avermi fatto a sapere le cose fatte questo carnevale, e delle stanze mandatemi; più grato quasi mi sarebbe stato il sonetto fatto per li due figli del duca, nè so qual possa essere quella cosa che ti vieti il mandarmelo; starò aspettando la canzone del frate, ma aspetterò insieme il sonetto; te 'l dico, non mi far le baje. La morte dello Spannocchio, che m'è stata del tutto nuova, m'ha conturbato estremamente, e ne scrivo al Focoso.
«Questo è quanto alla tua prima lettera: vengo alla 2ª, della quale mi spedirò in pochissime parole. Io certo son di natura tale che non mi conturba altro che 'l danno altrui, e 'l tuo sopra tutti gli altri, e perciò starò sempre allegrissimo, se non quando udirò che coloro ch'io amo, e tu particolarmente, seguino via da rompersi il collo e ruinarsi. Duolmi che la nostra Accademia se ne sia ita in fumo per le cagioni che altre volte ti ho scritto, e poichè par che l'Italia ami tanto la barbarie, che voglia dar bando a tutte le buone lettere, guardisi che Dio non la faccia barbara da dovero. Al Focoso ho scritto, come tu vedi, ma non l'ho già sgridato della maniera che tu vorresti, anzi in quel cambio nella sua lettera ho sgridato te. La speranza che ti dava la mia lettera che si avessimo a godere, sebben è lontana, non manca perciò, nè mancherà così leggiermente; se pur viveremo ancor qualch'anno, e questo basti intorno alla tua 2ª lettera.
«Alla terza dico, che i sonetti di quella novella Saffo mi sono stati molto cari, e son di parere ch'ella sia per riuscir una grande poetessa, poi che così si chiama, e farà vergogna a voi altri giovani che vi sarete dati ai paragrafi, o a non so dir che. Guardati tu di non metter il piè su l'amorosa pania, nè per costei, nè per altra, nè ti far gabbonaggio di me con dire, O quando bene il Frastagliato il risapesse che importerebbe? Perciocchè facendo questo non ti faresti gabbonaggio di me, ma di Dio, il quale non farà com'io, che te ne riprenderò acerbamente e ne avrò dolore inestimabile e poi nulla più, ma ti castigherà di modo che non vorresti mai esser nato: se non altro ti darà per pena morte perpetua, cosa orribile e spaventosa fin alle bestie. E di vero, Materiale, se tu non ti risolvi di mutar vita e di lasciar da parte coteste frascherie, che da qui a poco tempo ti saranno omai troppo disdicevoli, io ti veggio ruinare affatto affatto, perciochè, poichè per un pezzo ti sarai fatto beffe di Dio, egli si farà beffe di te, e ti abbandonerà in maniera tale, che cadrai poscia strabocchevolmente in ogni sorte di vizj, e farai molte di quelle cose ch'ora non faresti per tutto l'oro del mondo. So che questo mio parlare ti parrà strano, e pur la cosa sta così, nè voler paragonar altri con te, perciocchè gli altri non hanno avuto nè tante correzioni nè tanti ricordi, nè tanta luce in questo oscurissimo mondo, quanta n'hai avuta tu; e oltre a ciò i ricordi e le correzioni che ti sono state fatte, ti sono state fatte da persona che tu ami tanto, e a cui ne sei tanto caro, che maraviglia mi pare che tu non ti risenta. Com'è possibile che non ti muovano le mie parole, dette con tanto amore e con tanta verità? vuoi forse ch'io ti scriva una diceria per persuaderti? non bast'egli tra gli amici veri e perfetti, quali cerchiam d'esser noi, il far intender l'un all'altro la sua volontà semplicemente nelle cose lecite e oneste? Ricercami tu di qualunque cosa si sia, pur che sia lecita e onesta, e vedrai s'io dirò mai di no, anzi s'io non avrò più tosto ubbidito che tu abbi comandato. Non sai tu che tu sei mio? credi ch'io n'abbia perduto il dominio per la lontananza di due anni? le tue leggi non t'insegnano già questo, e se sei mio, perchè non mi lasci far di te ciò ch'io voglio? Qual contento puoi tu trovar maggiore che di esser unitissimo col tuo Frastagliato? antiporrai forse tu a tal perfetta unione e congiungimento quanti piaceri, grandezze et onori ti potesse dar tutto il mondo insieme? non eleggeresti tu più tosto d'andar tapinando per lo mondo che di non esser perfetto amico suo? Se m'amerai veramente, Materiale, ora lo conoscerò, e massimamente poi quando ti risolverai quel ch'abbia ad esser di te: perciocchè, se eleggerai un modo di vivere che tu sappi esser contrario alla mia intenzione, dirò che tu non m'ami, anzi che desideri di vedermi in dolore ed in affanno, poi che tu sai bene ch'altra cosa non mi potrebbe più molestare che il vederti lontano troppo dai miei disegni. Perdonami s'io sono troppo aspro riprensore, e fa ch'io sappia che tu abbi pigliati i miei ricordi in buona parte, ma molto più che tu gl'incominci a metter in esecuzione. Un'altra volta appena sarò io lungo la metà di quello ch'ora sono stato, perciochè i miei studj e molte altre cose insieme mi togliono ch'io non sia brieve nello scrivere. Eccoti quei pochi versi mandati con la mia seconda.
Saluterai lo Scacciato da mia parte, io gli ho di già scritto, e scriverò, quand'io sappia ch'egli abbia ricevuto le lettere che già gli ho mandate».
Nunc barbarorum asperrima hæc loca incolens
Ubi horrido gelu riget, tabet, perit
Hominum, ferarum, et arborum simul genus
Dulcissimi haud meminisse natalis soli
Omnia ubi ferme adhuc virent, vivunt, vigent,
Non possum, amice mi omnium charissime,
Ejusque desiderio inenarrabili
Non usque aduri et confici miserrime.