[DISCORSO XXI.]
PAOLO III. L'ARETINO SUGGERIMENTI DI RIFORME. TEATINI E GESUITI.

Alessandro Farnese avea studiato sotto Pomponio Leto, poi alla Corte dei Medici erasi formato nell'erudizione elegante e ne' facili costumi; parlava squisitamente italiano e latino, rifuggendo ogni frase che classica non fosse: amante delle belle arti, cominciò in Roma il più bel palazzo del mondo; teneva splendida villa presso Bolsena; affabile e mansueto quanto magnifico, indulgeva alle fragilità umane, e prediligeva un figlio, che poi diffamossi col nome di Pier Luigi duca di Parma. Da Alessandro VI creato cardinale, in quarant'anni aveva assistito a cinque conclavi; quando di sessantasette anni, in prima per ispirazione, poi per iscrutinio, i trentasette elettori a schede aperte lo celebrarono papa.

Da Martino V in poi nessun altro romano era salito pontefice, onde pensate che tripudj menò il popolo! Denominatosi Paolo III, non volle che i Farnesi paressero da meno dei Medici, sicchè ordinò a Michelangelo di continuare i cartoni pel Giudizio universale e i palazzi sul Campidoglio; fece in Vaticano la sala Regia e la cappella Paolina, sul Palatino gli orti Farnesiani, e può dirsi rifabbricasse Roma; colla fortezza Paolina tenne in freno i Perugini: spossessò i sempre riottosi Colonna. Persuaso che si riesce sempre, purchè s'abbia la pazienza d'aspettare e l'abilità di cambiare le vie secondo le circostanze, bilanciossi anch'egli tra la Francia, sempre breve dominatrice in Italia, e Carlo V che, prevalendo, avrebbe qui dominato solo: e sperò aver riconciliate le due emule potenze e pacificatele nel congresso di Nizza, dove col re di Francia e coll'imperatore cercò impedire gl'incrementi della Riforma e l'avanzarsi dei Turchi, contro i quali esibiva 200,000 scudi d'oro e 12,000 armati, oltre la facoltà d'alienare beni ecclesiastici per mezzo milione d'oro.

Ma insieme poneva improvido studio a ingrandire il suo Pier Luigi, al quale attribuì varj dominj della Santa Sede, e infine il ducato di Parma e Piacenza, col pretesto di impedire fosse annesso al Milanese, e così aumentasse la potenza di Carlo V. Ad Alessandro, figlio quattordicenne di Pier Luigi, diede la porpora e la collazione di quasi tutti i benefizj del Novarese; a Ottavio, altro figlio di quindici anni, il governo di Roma, poi la mano di Margherita, bastarda di Carlo V, colla speranza d'averne il Milanese. Ma invece Carlo V assecondò i congiurati piacentini che scannarono l'esecrato Pier Luigi, e occupò Piacenza. Quando, atterrito da questo colpo, il papa piangeva e disperavasi, non mancò qualche cardinale di rivelargli i turpi comporti del figlio ucciso e la necessità di rendersi esempio, anzichè scandalo al mondo. Ma è notevole che, mentre con disordinata politica, apriva brutto arringo alle dicerie dei Protestanti, Paolo III comprese lo spirito cattolico, e secondando quelli che lo ridestavano negli intelletti e nei costumi, nominò da settanta cardinali, de' quali ben quattro ottennero poi la tiara; lasciava che in concistoro ognuno dicesse liberamente il suo parere; si pose attorno eccellenti prelati, quali il Caraffa, il Sadoleto, il Contarini, il Polo, il Ghiberti, il Fregoso, il modenese Badia, maestro del Sacro Palazzo; tutti che aveano per cure particolari cominciato la riforma della Chiesa. Formò di essi una commissione per attendere a questa, e ai membri di essa scriveva: Te speramus electum, ut nomen Christi, jam oblitum a gentibus et a nobis clericis, restituas in cordibus et in operibus nostris; ægritudines sanes; oves Christi in unum ovile reducas; amovaesque a nobis iram Dei et ultionem eam quam meremur, jam paratam, jam cervicibus nostris imminentem.

Costoro in fatti vi si accinsero. Il Sadoleto, persuaso che colla mansuetudine si potrebbero ancora ricondurre gli erranti, pur lamentavasi che il papa non s'accorgesse della defezione degli spiriti anche in Italia, e della loro mala disposizione verso l'autorità ecclesiastica[1]: il Caraffa dichiaravagli che l'eresia luterana aveva infetto l'Italia, e sedotto non solo persone di Stato, ma molti del clero[2]. D'accordo que' nove consultori levavano rimproveri contro i papi, che spesso aveano scelto non consiglieri ma servidori, non per apprendere il proprio dovere, ma per farsi autorizzare ad ogni loro desiderio[3]: snudavano gli abusi della curia; e poichè alcuno gli appuntava di eccedente vivacità. «E che?» disse il Contarini: «Dobbiamo darci pena dei vizj di tre o quattro pontefici, o non anzi correggere ciò ch'è guasto, e a noi meritar migliore reputazione? Arduo sarebbe lo scagionare tutte le azioni de' pontefici; è tirannide, è idolatria il sostenere ch'essi non abbiano altra regola se non la volontà loro per istabilire o abolire il diritto positivo».

Esso Contarini aggiungeva anche consigli sul governo temporale, non volendo che il despotismo venisse negli Stati del papa rinfiancato dalla infallibilità di questo. «Qual uomo di mente sana direbbe si possa costituire un buon governo, dove regola sia la volontà d'un solo, propensa per natura al male e soggetta a passioni? Chi fa principe l'uomo anzichè la legge, fa il principe uomo e fiera, atteso che son congiunti negli animi gli appetiti ferini e gli affetti degli uomini. Che può pensarsi di sì contrario alla legge di Cristo che è legge di libertà, quanto il dover Cristiani servilmente obbedire al pontefice, al quale da Cristo fu dato di stabilire leggi ad arbitrio, abrogarle, dispensarle, aver per sola norma la propria volontà? Governo siffatto convien egli, non dico solo a Cristiani, che sono posti nella legge della libertà, e perciò denno astringersi con poche leggi esterne; non dirò ancora a liberi uomini e a qualsiasi governo di uomini liberi; ma a qualunque padrone sopra i servi, ai quali comandi per proprio vantaggio, e di cui si serva come d'organi animati? Tolga Iddio dai Cristiani quest'empia dottrina. Nè il pontefice stabilisca leggi ad arbitrio, nè ad arbitrio le cassi o ne dispensi: ma segua le regole della ragion naturale, dei divini precetti, della carità, che in Dio dirige ogni cosa al ben comune. E i giurisperiti non pensino il diritto positivo sia diritto arbitrario, ma che dipende dal diritto naturale, e non è altro che una determinazione di questo, secondo i tempi, i luoghi, le persone, lo Stato. Non pensate, o santo padre, che da questa dottrina abbiano i Luterani preso ansa a comporre que' loro libri della cattività di Babilonia? E per Iddio, qual maggior cattività e servitù può indursi al popolo cristiano, che questa, professata da certi giureconsulti? Se alcuno predicasse agli infedeli che, secondo la religione dataci da Cristo, il popolo cristiano è governato dal sommo pontefice in modo, che non solo non abbia veruna podestà superiore in terra (il che facilmente potrebbe provarsi) ma non sia tenuto ad altra regola che la propria volontà, non riderebbero essi, e non giudicherebbero un tal governo il peggior di tutti?»[4]

Il cardinale Angelo Maria Quirini, vescovo di Brescia nel secolo passato, si propose di richiamare scientificamente gli eterodossi alla cattolica Chiesa, pubblicando molte opere, fra cui le lettere del cardinale Polo, accompagnate da commenti, poi varie altre scritture in occasione del giubileo di Benedetto XIV[5]. Tolse principalmente a difendere Paolo III[6], provando che volea sinceramente la riforma, laonde restava levata ogni ragione di staccarsi dalla Chiesa appunto col pretesto di riforma. I compilatori degli Atti di Lipsia ed altri gli opposero che la riforma di Paolo III non bastava alla Chiesa; che esso mostrava desiderarla solo in apparenza; che Paolo IV distrusse quanto il III avea fatto, sino a mettere all'indice il Consiglio Novemvirale. Il Quirini rispose, quanto all'ultimo punto, che il Vergerio fu il primo che ciò asserisse, mentre Antonio Blado l'avea stampato nel 1538 a Roma; lo Sturm ristampollo a Strasburgo con maligni commenti, siccome poi fecero esso Vergerio ed altri; e la proibizione cadeva sopra tali edizioni; nè lo Sleidan, o il Sekendorf, o il Sarpi apposero questa taccia a Paolo III, sebbene intenti a denigrarlo.

Lo Schölhorn replicò che, quantunque nell'Indice fossesi espresso che l'edizione proibita era quella dello Sturm, Paolo III medesimo cercò coprire quel Consiglio; che nessun raccoglitore de' Concilj, (eccetto Crobbe del 1551 anteriore a quell'Indice) non l'inserì, supponendolo proibito. Il Quirini ripetè che l'argomento negativo non vale, essendovene tant'altri esempj; che Paolo III cercò in fatto sopprimerlo dopo che vide i Protestanti trarne materia di attacchi: nulla conchiude poi l'averlo molti raccoglitori ommesso, come dalle opere di Lutero è ommessa la traduzione ch'esso ne fece con impudenti aggiunte. Noi sappiamo poi che il Mansi, nei supplementi alla Raccolta dei Concilj, pose benissimo quel Consilium, senza credersi d'offendere la Chiesa. E pare in realtà che quella consulta dovess'essere un atto meramente interno, e invece comparve subito a stampa, con note velenose, che ben doveano farla spiacere.

Nello Schölhorn Amœnitates ecclesiæ, tomo VIII, sta un lungo consulto di riforme, proposte da una commissione eletta da Ferdinando I imperatore, colle risposte fattevi dalla curia romana. Inoltre si conosce un Consilium quorundam episcoporum Bononiæ congregatorum, quod de ratione stabiliendæ romanæ ecclesiæ Julio III P. M. datum est. Porta la data di Bologna 20 ottobre 1553, ed è firmato Vincentius de Durantibus, ep. Thermularum, brixiensis: Egidius Falceta, ep. Caprulanus: Gherardus Busdragus ep. Thessalonicensis. Oltrechè forma di soscrizione non è la consueta de' vescovi, comparve in un'opera intitolata Appendix ad fasciculum rerum expetendarum et fugiendarum, ab Orthwino Gratio editum Coloniæ, a. d. 1555: sive tomus secundus scriptorum veterum, quorum pars magna nunc primum e mss. codicibus in lucem prodit, qui Ecclesiæ romanoæ errores et abusus detegunt et damnant, necessitatemque reformationis urgent; Opera et studio Eduardi Brown Londini, 1690. Anche la provenienza è dunque sospetta, benchè il Brown asserisca avere trovato esso Consilium fra le opere del Vergerio, e nelle Lectiones memorabiles del Wolf. I Protestanti se ne valgono assai, perchè i consigli ivi dati concernono moltissimi riti delle Chiesa ed anche alcuni dogmi: ma se anche la falsità del documento non fosse evidente, basta riflettere che la Chiesa su molti punti non aveva ancora deciso chiaramente, talchè di discuterne restava pieno diritto; e in secondo luogo, esprimeva voti e sentimenti particolari, sicchè non proverebbesi altro se non che alcuni, anche prelati, la pensavano così.