Certo è che Paolo III, assecondando i suoi consultori, riformò la camera apostolica, la sacra rota, la cancelleria, la penitenzieria; diede vigore all'Inquisizione, massime allo scopo d'escludere i libri cattivi; e, dice Natale Conti, se si fossero recati in una catasta tutti i libri che vennero arsi in diverse parti, sarebbe stato un incendio pari a quello di Troja, non essendosi risparmiata biblioteca nè privata, nè pubblica. Nel 1549 monsignor Della Casa pubblicò il primo Indice di libri proibiti, cui ne seguirono altri, sempre cresciuti: e Pier Paolo Vergerio, vescovo apostata, vi fece postille, dove ne indicava moltissimi altri che aveano le colpe stesse, o assai più gravi a suo giudizio.

Per verità il peggior momento a far riforme è quando sia impossibile il differirle. Ora solo col tempo potevano ripararsi i guasti fatti dal tempo; mentre invece ogni dì crescevano l'urgenza le violenze della distruzione; nei popoli si connaturavano l'abitudine dei riti nuovi e lo sprezzo dei dogmi vecchi; i figliuoli s'educavano nel nuovo credo; i principi adagiavansi nei beni tolti alla Chiesa, gli ecclesiastici nelle blandizie della famiglia. Le stesse riforme, com'è il solito, divenivano appiglio di nuovi attacchi per opera de' Protestanti, che voleano la demolizione non l'emenda, e diceano che il papa confessava i disordini, che dunque era ragionevole la protesta.

Per quanto venga generalmente negato[7], documenti recati dal Quirini nelle sue diatribe alle epistole del cardinal Polo, attestano il sincero desiderio di Paolo III di radunare il Concilio, pel quale erasi destinata la città di Trento. Antonio Soriano, residente veneto a Roma, con singolar misto d'ingenuità e malizia, racconta che «sua santità non manca di usare ogni diligenza e industria acciocchè, in caso non si possa del tutto declinare il Concilio, almeno si faciliti. E il facilitarlo si procura con la via del reverendissimo di Capua, il quale è cognato di Martin Lutero (?), perchè Martino tolse per moglie una sorella di detto cardinale, la quale era abbadessa in un monastero: ed ha mezzo appresso questi capi, come è Filippo Melantone ed altri suoi complici: ed ha autorità da sua santità di placarli, riducendoli alla santa Chiesa con promissione di benefizj e vescovadi, e quando bisogni, di cappelli»[8]. Prima di riuscirvi, Paolo III morì, e dicono negli estremi si ricordasse del versetto, Si mei non fuissent dominati tunc immaculatus essem. La sconcia bellezza del suo sepolcro pruova che i rafacci irosi non aveano ancora emendato gli antichi errori[9].

E lo pruova il favore che ottenne un de' più luridi ingegni, uno che può stare con quanto di più feccioso produce l'età nostra, Pietro Aretino. Nato il 1492 in un ospedale di Arezzo, vede una statua della Maddalena che tende le braccia verso Cristo, ed egli v'addatta un liuto, sicchè ella sembra sonare; fa un sonetto contro le indulgenze: onde è cacciato di patria, e va a Roma, e a forza di lodare e vituperare, penetra nella società de' grandi, cerca a tutti, minaccia tutti, e diviene terribile a prelati, ad artisti, a principi, che per calmarlo gli danno monete, pensioni, collane, fin lodi. Egli dedica la più turpe delle sue tragedie al cardinale di Trento: da Giulio III è baciato, e donato di mille zecchini e del titolo di cavaliere di san Pietro: fa libri, di cui nemmanco il titolo si oserebbe ripetere, eppure insieme scrive sui sette salmi, sulla genesi, sull'umanità di Cristo, e vite di santi, e operette d'ascetismo esagerato, le quali gli meriterebbero tanta riprovazione quanta le oscene.

La marchesa di Pescara cerca indurlo a occuparsi d'argomenti religiosi, ed egli il fa; ma ricascava nel suo brago, e a lei scriveva: «Confesso che mi faccio meno utile al mondo e men grato a Cristo consumando lo studio in ciancie bugiarde e non in opere vere; ma d'ogni male è cagione la voluttà d'altrui e la necessità mia; chè, se i principi fossero tanti chietini[10], quant'io bisognoso, non ritrarrei con la penna se non dei Miserere»[11].

E quando tardano a donargli, minaccia passare fra i Turchi: qui si dà l'aria di perseguitato, e va a Venezia «dove almeno non è in arbitrio di niun favorito nè di niuna favorita di assassinare i poverini, ov'è pace, amore, abbondanza e carità»: vi trova «pane e letizia col sudore degl'inchiostri»; e il doge Gritti gli «salva l'onore e la vita dall'altrui persecuzioni».

Povero martire! Queste persecuzioni erano i donativi di che l'aveano rimpinzato ma non satollo Giovanni dalle Bande Nere e Clemente VII, Francesco I e Carlo V. E come è deplorabilissimo segno della prostrazione de' caratteri odierni il tremar davanti a un giornalista, così di quell'età ci dà tristissimo concetto il vedere costui accarezzato e donato da principi, da prelati, da artisti, da papi. A petto a' quali vantavasi: «Procedo alla libera, conosco i ribaldi, abborrisco gl'ingrati; e non lo vuò dire per modestia, eppure si sa e non si nega, per sì more offese e sì turche non mancò di battezzata credenza alla Chiesa: del che fanno fede i libri che di Cristo ho scritto e dei santi..... Intanto comincio a mettere la penna in tutto il legendario dei santi, e tosto ch'io abbia composto, vi giuro, caso che non mi si provegga da vivere, che al sultano Solimano lo intitolo, facendo in sì nuova maniera la epistola, che ne stupirà ne' futuri secoli il mondo, imperocchè sarà cristiana a tal segno, che potria muoverlo a lasciar la moschea per la chiesa».

Tornando a Roma, «Son fuori da me sempre più (scrive) non per altro che per dubitare che le smisurate accoglienze con cui il papa abbracciandomi baciommi con tenerezza fraterna, col concorso di tutta la Corte a vedermi, non m'incitassero a finir la vita in palazzo, nel quale mi si diedero stanze da re. Il comune giudicio afferma che, tra ogni meritata felicità di sua beatitudine, debbe il pastor sommo mettere il mio esser nato al suo tempo, nel suo paese e suo devoto». Se credessimo a lui, si pensò fino di ornarlo cardinale: certo a Paolo III scriveva: «Io in esser fervido ecclesiastico non cedo alla essenza dell'istessa Chiesa, e fanno di ciò fede, insieme coi salmi e col genesi che di mio si legge, la vita di Gesù Cristo, e la di Maria Vergine, e la di Tommaso d'Aquino e la di Caterina santa; volumi da me composti quando si giudicava per i tradimenti usatimi dalla Corte ch'io piuttosto dovessi scrivere ciò che mi dettava lo sdegno, che quanto mi consigliava la coscienza»[12].

Monsignor Giovanni Guidiccioni al 30 novembre 1539 scriveva a costui, scusandosi di non aver potuto ancora far nulla per esso, e soggiunge: «È capitato qui monsignor Luigi Alamanni, e dopo lui il Cesano, l'uno e l'altro dei quali, sì per l'amor che portano a vostra signoria, come per consolar il desiderio mio, hanno avuti meco lunghi e onorati ragionamenti di lei, conchiudendo in somma che ella ha il cuore pieno d'amorevolezze, la lingua o la penna che dir vogliamo, piena di verità, e l'ingegno pieno di bellissimi concetti.... Non mancherò, avanti ch'io parta, di venire a Venezia solo per visitare e goder due giorni vostra signoria, la quale nel mio pensiero vedo più illustre che la fama, e più magnanimo che un re».

Quell'anno l'Aretino avea pubblicato il Ragionamento del Zoppino fatto frate.... dove contiensi la vita e la genealogia di tutte le cortigiane di Roma: ed è questo libro probabilmente che esso Guidiccioni mandava al Guttierez, segretario del marchese del Vasto, dicendogli: «Le mando un'opera, la quale, nella sua sorte oscena, non ha da cedere a niuna delle antiche, acciocchè possa leggerla all'eccellenza del signor marchese quando averà ozio e voglia di ridere».