Morì costui qual era vissuto, in un postribolo a Venezia il 1557, e pur troppo dovremmo accostargli un frate domenicano, un vescovo, autore di lubrici racconti e di massime sporche, il Bandello, se non ci affrettassimo a toglierci da questo imbratto per narrare come il regno di Paolo III fu immortalato da istituzioni efficacissime alla riforma cattolica.
Gaetano Tiene, nobile veneto di Vicenza, buono e placido credente, nel pregare piangeva, e desiderava «riformare il mondo, ma senza che il mondo s'accorgesse di lui». A tal uopo, in Santa Dorotea di Roma fondò l'oratorio del Divino Amore, dove giunse a radunare cinquanta compagni che ravvivassero lo spirito devoto; poi di simili ne piantò a Venezia, a Vicenza, a Verona, a Brescia, altrove. Come l'angelo coll'aquila, s'accordò coll'impetuoso Gian Pietro Caraffa vescovo di Chieti, che, visto come l'abbandonarsi al cuor suo non gli avesse che cresciuto inquietudini, cercò la pace in seno a Dio, rinunziando alla mitra. Sul monte Pincio di Roma, oggi ridente della più smagliante vegetazione e d'un popolo sereno e festante, allora sterile deserto, al 3 maggio 1524 essi, con un Colle d'Alessandria e un Consiglieri romano, istituirono i Teatini. Non voleansi più Ordini monastici, e questa novità introduceva preti, con voto di povertà ma senza mendicare, aspettando la limosina dalla mano che veste i gigli de' campi, e senza regole strette, sicchè potessero liberamente attendere ai malati, ai prigionieri e giustiziandi, e insieme restituire al culto la decenza e il lustro antico, e l'osservanza dei riti e delle rubriche; indurre frequenza ai sacramenti; predicare senza superstizioni nè smancerie; convertire eretici; esercitare la salmodia con canto semplice nel coro, che non era più aperto in mezzo alla Chiesa, ma posto dietro all'altare e chiuso da cortine.
Venivano qual solenne protesta contro le negazioni di Lutero questo ringiovanito clericato, questo raddoppiamento di opere pie, e l'obbedienza al papa, e la venerazione al Sacramento, che allora si espose in ostensorj scoperti; ed i suffragi ai morti, pei quali s'introdusse l'Ave della sera. Nell'infando saccheggio di Roma, i Teatini correano per le piazze col Crocifisso, mitigando i ladroni e confortando i soffrenti. Un Tedesco, ch'era stato in Vicenza a servizio dei Tiene, suppose che Gaetano dovesse posseder grandi ricchezze, e menò suoi camerati a saccheggiarne la cella, e non trovandovi nulla, lui spogliarono e oscenamente torturarono, e i maggiori strapazzi usarono a' suoi compagni. Gaetano partì dalla desolata Roma co' suoi cherici e con null'altro che il breviario, e a Venezia furono ricoverati in San Nicola di Tolentino, dove crebbero ben presto. A Milano il cardinale Antonio Trivulzio fabbricò apposta per essi la chiesa di Sant'Antonio. A Napoli entrati nel 1533, collocaronsi a Santa Maria della Stalletta, sussidiati da Antonio Caracciolo conte d'Oppido e da Maria Francesca Longa, fondatrice dell'ospedale degli Incurabili; ma per ristrettezze stavano per andarsene, quando il vicerè Toledo affidò loro la parrocchia di San Paolo (1538). Ivi Gaetano combattè il Valdes, l'Ochino e la restante compagnia; istituì spedali e il Monte di pietà: morto ch'egli fu, e santificato come primo riformatore del clero secolare, se ne estese il culto; molte città lo tolsero a compatrono, e a Napoli gli fu eretta una statua di bronzo sulla piazza di San Lorenzo, e l'immagine tutte le porte della città: ben presto i Teatini ebbero da per tutto e scuole e missioni; e col loro nome (Chietini) si dinotarono, da chi per rispetto, da chi per dispregio, i cristiani più fervorosi.
Il Caraffa divenne poi Paolo IV. Andrea Avellino, nel fare l'avvocato avendo sostenuto una bugia, se ne pentì a segno che lasciò il mondo. Incaricato di mettere riparo a scandali delle monache di Sant'Angelo in Napoli, s'inimicò un giovinastro che lo fece pugnalare. Guarito delle ferite, si vestì teatino, e andò a fondare questa religione a Milano, a Piacenza, a Parma. Vecchissimo, nel cominciare la messa cascò d'apoplessia. Il suo scolaro Lorenzo Scupoli d'Otranto fu autore del Combattimento Spirituale (1608), che passa pel miglior libro ascetico dopo l'Imitazione di Cristo.
Questa novità de' Cherici Regolari ben tosto ebbe imitatori, poichè s'introdussero i Somaschi, i Barnabiti, i Cherici Minori, i Ministri degli infermi, i Padri delle scuole pie, e sopratutto i Gesuiti.
Ignazio da Lojola, nobilmente nato il 1491 a Guipuscoa, servì da paggio ai re cattolici Fernando e Isabella, che aveano assicurato la nazionalità spagnuola distruggendo la dominazione araba: e divenuto uffiziale, si distinse non meno per belle forme che per valore nel respingere dalla patria i Francesi. Ferito all'assedio di Pamplona, e obbligato al letto, prende a leggere alcune vite di santi, e al lume di quelle austere virtù scorge la voragine del male e la forza delle tentazioni, come Lutero; ma mentre questi disperando si sprofonda nell'abisso della predestinazione, Ignazio ricorre alle opere, e s'invoglia ad altre glorie che non quelle del mondo, a vive battaglie contro lo spirito del male. Vota la sua castità a Maria coi riti cavallereschi ond'altri dedicavansi a una donna: e diveltosi dalla famiglia, mendicando s'avvia pedestre a Gerusalemme. A stento indotto a surrogare al sacco un ferrajuolo, e cappello e scarpe, naviga da Barcellona a Gaeta, fra i ributti serbati a un pezzente, a uno straniero e in tempo di peste: sfuggendo, appena vedeva ai vilipendj sottentrare la riverenza. Baciati i piedi di Adriano VI, che non s'immaginava certo dover costui essergli ben più utile che i re, giunge a Venezia, sozzo, macilento, rejetto; poi nel pellegrinaggio di Terrasanta, risolve di non badare più soltanto alla propria santificazione, ma anche all'altrui, e fondare una nuova cavalleria, che combatta non giganti e castellani e mostri, ma eretici, idolatri, maomettani; e tratti sei amici nel suo disegno, fan voto di mettersi all'obbedienza del papa per le missioni. Tornati in Italia, e agitando le ampie tese de' patrj cappelli, in Lombardia predicano penitenza in quell'italiano spagnolesco, in cui i nostri erano troppo avvezzi a udire minacce e improperj. A Roma cercavano convertire male femmine, istituivano ricoveri per le pentite o le pericolanti, il che facilmente si prestava alle risa de' bajoni e alle calunnie degli ipocriti.
È solito de' tempi di partiti attribuire ad uno i vizj più opposti alle sue qualità. Si prese dunque sospetto che costoro fossero eretici mascherati, di quella setta degli Illuminati (Alumbrados) che in Ispagna pretendeano avere l'immediata intuizione de' misteri. L'Università di Parigi se ne adombrò; e il libro degli Esercizj Spirituali côlto fra le perquisite carte d'Ignazio, parve d'esuberante fervore, onde egli fu condannato alle staffilate[13]: anzi erasi divulgato che cotesti cherici fossero stati arsi dall'Inquisizione. Altrettanto si ripetè a Venezia. Ma essi aveano una dote che manca agli eretici, l'obbedienza; e il nunzio pontificio e Gian Pietro Caraffa ne compresero la virtù, della quale davano pruova assistendo agl'incurabili, e predicando la penitenza nei contorni di Vicenza e Verona. Paolo III, trovatili dotti e pii, gli ammise al sacerdozio, preparati con rigorosi esercizj, e ricevette da Ignazio il disegno d'un Ordine nuovo. Il clero superiore era scaduto per abitudini troppo disformi dalla ecclesiastica austerità; il basso si conformava a quegli esempj, nè veniva preparato alle grandi lotte contro l'errore: degli Ordini monastici alcuni destavano scandalo fra ozj opulenti; altri beffe per la povertà degenerata in sudiceria, per la semplicità ridotta a rustichezza, per lo stesso zelo ingenuo, dissonante a tempi di dubbio e di controversia. Ora Ignazio ne proponeva uno, diretto ad assodar la fede e propagarla colle prediche, cogli esercizj spirituali, coll'assistere a prigionieri e malati, e chiamato dei Cherici della Compagnia di Gesù (1540). Ignazio, designato generale, la sua milizia, che prima era ristretta a sessanta persone, diffuse bentosto per tutta la cristianità; ed egli la governava senza che uscisse mai dal collegio di Roma, fuorchè due volte per ordine del papa: una, onde rimettere gli abitanti di Tivoli in pace coi loro vicini di Sant'Angelo; una, per riconciliare il duca Ascanio Sforza con Giovanna d'Aragona sua moglie. I famosi Esercizj stese egli «per mettere in cuore di tutti lo zelo per l'eterna salute propria e degli altri», insegnando un metodo agevole a ciascuno di meditare sopra di sè e sopra la redenzione e gli adorabili misteri della condotta di Dio verso gli uomini. San Carlo dichiarò aver tratto da quelli le norme per avviarsi all'apostolica perfezione, e ne faceva ogni giorno soggetto di meditazioni: Paolo III gli approvò colla bolla speciale Pastoralis officii.
Accortosi di quanto vantaggio potesse tornargli questa milizia, incondizionatamente devota, il papa di privilegi la favorì nel fondare case e collegi, talchè quando Ignazio morì, contavansi più di mille Gesuiti, distribuiti in dodici provincie: Portogallo, Germania alta e bassa, Francia, Aragona, Castiglia, Andalusia, Indie, Etiopia, Brasile, e tre di lingua italiana; cioè la siciliana, l'italiana propriamente detta che comprendeva l'alta Italia, e la romana, immediatamente sottoposta al generale col collegio romano e col germanico, in cui si educavano ventiquattro Tedeschi alle dignità e fatiche ecclesiastiche, e con case per professi e novizj, e v'apparteneva anche Napoli. Claudio di Jay va ad estirpare da Brescia la pullutante eresia; dove Francesco Strada cento e più giovani guadagna a Dio; e a Ghedi, ove si toglieano in burla i predicatori, egli, col lasciare via i fioretti e la retorica, e col venire alle strette, ottiene copiosissimi frutti, come nella restante terraferma veneta. A Ferrara il duca e il popolo del pari gli ammirano e seguono. A Macerata festeggiandosi con isfrenata profanità il carnevale, alcuni Padri esposero il Sacramento, con preci ed istruzioni tali, che il popolo per assistervi abbandonò balli e maschere, e ne cominciò una devozione, che molto propagossi. Nimistà secolari sono spente in Faenza, e fatte gran conversioni, a malgrado dell'Ochino. Il Bobadilla rabbonaccia le furenti nimicizie dell'isola d'Ischia: il Lefevre apostola Parma; il Brouet riforma uno scandaloso monastero a Siena: il padre Silvestro Landini apostola la patria Lunigiana, la Garfagnana, il Lucchese, Spoleto, Modena, Reggio, dove trovava molto esteso il luteranismo, e «ammorbatine persino de' sacerdoti, e professarlo dove più e dove meno alla scoperta» (Bartoli); rabbonaccia molte ire, principalmente a Correggio e in Garfagnana; poi passa a disciplinare la difficile Corsica e la selvaggia Capraja.
Fra gli Italiani ascritti pei primi a quella società ricorderemo Bernardino Realino di Carpi, caro alle Corti per bei modi, ai dotti per sapienza filologica e legale, al pubblico pel disprezzo degli onori e per pazienza, dolcezza e carità. Paolo da Camerino e Antonio Criminale apersero alla fede la Cina e l'Indie dove poi tanto si segnalarono il Nobili e il Ricci; e dove compironsi i fasti più insigni dei Gesuiti e un de' principali pretesti alla loro soppressione nella colonia del Paraguai, tana di antropofagi ch'essi convertirono in un paesaggio da idillio, governato con quanto di più giocondo immaginarono i socialisti moderni.
Benedetto Palmia convertì molti studenti a Padova, fra cui tre fratelli Gagliardi e Antonio Possevino, divenuti luminari della Chiesa. Achille Gagliardi, già più che sessagenario facea sin tre prediche al giorno; tutto zelo e abilità nel dirigere la gioventù nei collegi di Milano, Torino, Venezia, Brescia, e lasciò opere spirituali che vorrebbero mettersi a fianco dell'Imitazione di Cristo.