Ma non che Francesco nè Luigia coltivassero queste velleità, anzi cominciarono le persecuzioni, colla fierezza che abbiam veduto. Margherita invece si fissò nella nuova fede, ed eccitò grave scandalo ne' Cattolici col suo Specchio dell'anima peccatrice, ove tutto attribuisce alla Grazia, non discorrendo nè di confessione, nè d'indulgenze, nè di purgatorio[76].

Alla scuola di costei e de' primi Riformati, che conobbe a Nerac e a Parigi, bevvè gli errori di Calvino Renata (1510-1576), figlia di Luigi XII e d'Anna di Bretagna, alla quale sarebbe toccata la corona di Francia se la legge salica non escludesse le donne. I sublimi natali e il coltissimo ingegno, se non i pregi del corpo, la designavano a sublimi nozze: fu promessa a Carlo V, a Enrico VIII d'Inghilterra, a Gioachino marchese di Brandeburgo, e ragioni politiche vi s'attraversarono sempre: la domandò pure il contestabile di Borbone; infine fu fidanzata ad Ercole II d'Este duca di Ferrara (10 luglio 1527), nella speranza che tale parentela assicurerebbe alla Francia il possesso del Milanese. Egli le regalò gioje per centomila zecchini; ricchissimamente le nozze celebraronsi a Parigi il 28 giugno 1528: e appena cessate le micidiali desolazioni recate all'Italia dal sacco di Roma e dalla carestia, gli sposi vennero a Ferrara, e si stabilirono alla magnifica e deliziosa villa del Belvedere sul Po, ridente di pitture del Dosso, e della quale non rifinano di dire coloro che la videro prima che andasse distrutta.

Quei duchi, gareggianti cogli altri dinasti a far primeggiare il piccolo Stato, voleano abbellita la loro città non meno d'edifizj, quadri, biblioteche, che di valenti ingegni, carezzati da essi, festeggiati dal popolo: compravansi manoscritti antichi, recitavansi antiche commedie, assegnavansi case, doti, cattedre nella fiorente Università a letterati d'ogni paese; Pandolfo Colenuccio comico, l'erudito Guarini, Calcagnini, Mainardi, Brasavola, l'antiquario Costanzo Landi, Lilio Gregorio Giraldi che dedicò la sua Storia de' poeti alla Renata; Alessandro Sessi, autore delle Numinum et heroum origines. Nell'accademia degli Elevati, fondata da Alberto Lollio, ed in altre venivasi a improvisare, sia versi, sia dissertazioni. E come Venezia d'eruditi e Firenze d'artisti, così Ferrara abbellivasi di poeti, sino a far dire al satirico che n'avea tanti[77], quante rane il suo territorio. Il ferrarese Bojardo conte di Scandiano, che traduceva dal greco Erodoto, faceva egloghe latine, e commedie di forza comica, coll'Orlando innamorato avea preparato tutte le invenzioni, che leggiamo svolte con incomparabile e pericolosa leggiadria dal ferrarese Ariosto, professava:

Chi vuol andar attorno, attorno vada,
Vegga Inghilterra, Ungheria, Francia, Spagna:
A me piace abitar la mia contrada.

La costui armonia sonava ancora nelle orecchie, con quella di Bernardo Tasso che preludeva alla superiore di Torquato. Bartolomeo Riccio verseggiava sulla gloria: satire faceva il Manzolli; endecasillabi catulliani il Flaminio: altri versi latini i due Strozzi; Marcello Palingenio Stellato (cioè Pietro Angelo Manzioli della Stellata) lo Zodiacus vitæ, poema dove non risparmia i frati, i preti nè i pontefici, eppure nella prefazione si sottomette ai giudizj della Chiesa. Quando Paolo III passò da Ferrara, rappresentaronsi gli Adelfi di Terenzio, recitandovi i figliuoli della Renata, e facendo Anna da amoroso, Leonora da giovinetta, Alfonso da giovane, Luigi da schiavo, Lucrezia da prologo.

Per verità, le lodi agli ultimi Estensi di Ferrara furono in parte postumamente prodigate per raffaccio al succeduto dominio papale: e a dir vero queste letizie non erano che della Corte, mentre il paese andava spopolandosi, guasto da gravi inondazioni, eppure costretto a nuove imposte, e a severissimi divieti dalla caccia fin col minacciarsi morte ai violatori.

Quella Corte soleva piacersi di quistioni teologiche. Una che si dibatteva internamente era quella dell'immacolata concezione di Maria Vergine, sostenuta dai Francescani, impugnata da alcuni Domenicani; il che non è imputabile all'Ordine nè alle persone, attesochè, la Chiesa non avea ancor definito, onde dicea sant'Antonino, non sit determinatum per Ecclesiam Virginem esse conceptam in peccato originali, vel non: propter quod, absque præjudicio salutis, licet unicuique tenere alteram opinionem quæ sibi placeat[78]. Ercole duca di Ferrara volle sentire discuterne; e l'opinione contraria fu argomentata da Vincenzo Bandelli, che fu poi generale dei Domenicani, mentre san Bernardino da Feltre propugnava l'immacolato concepimento. Nulla si conchiuse, ma il Bandelli pubblicò una relazione della disputa, che fu proibita da Sisto IV come ingiuriosa ai difensori del privilegio.

Ciò accadeva nel 1476: l'anno dopo, Sisto IV lasciò tenerne novamente discussione in sua presenza, e contro Francesco da Brescia, generale dei Francescani, silogizzò ancora il Bandelli, il quale poi stampò nel 1494 un uffizio, da sostituire a quello approvato da Sisto IV dell'immacolata concezione, ove sosteneva che Maria fu concepita nel peccato originale, e fu santificata dopo la sua animazione. Anche nel 1494, in presenza del duca Ercole, fu tenuto a Ferrara un sinodo di tutti i frati della provincia sotto il maestro Gioachino Torriano, con molti dotti, alla cui testa Giovan Pico della Mirandola; sostenendovi tesi principalmente quel che poi fu il cardinale Cajetano, contro cui altre volte disputò frà Bartolomeo Spina.

Questo gusto delle discussioni religiose crebbe quando vi capitò la Renata, desiderosa di emulare la regina Margherita, e di fare di Ferrara quel ch'essa della Navarra, il nido de' pensatori settarj. Dotta di storia, di lingue, di matematica, di teologia, e sapendo discorrere senza annojare; aveva imparato astrologia dal napoletano Luca Guarino: parlava così bene italiano come francese: di corpo infelice, pure maestoso, di spirito sottile e dilicato[79]: prese a secretario Bernardo Tasso; e irata ai pontefici Giulio II e Leon X pe' torti che aveano fatti a suo padre in tante maniere, ne rinnegò la potestà e dimenticò l'obbedienza, giacchè non potea far peggio perchè donna. Quando essa ringravidò la terza volta, il francese poeta Marot in un'elegia la felicitava d'aver concepito in tempi sì fortunati, e le prometteva la ruina del papa e della santa sede, nemica alla casa di lei. La troviamo lodata come santissima anima dal Brucioli nella dedica della Bibbia; per gran religione dal Belussi nella giunta alle Donne illustri del Boccaccio, da Gianfrancesco Virginio bresciano nel dedicarle le sue Lettere, che al Fontanini, giudice arcigno, parvero seminate di frasi eterodosse, e la Parafrasi sulle Epistole di san Paolo.

Ricordiamo volontieri com'ella abbondasse in carità, e massime coi Francesi che dalle guerre tornavano derelitti e sofferenti; e se alcuno le rimostrava come in tali spese eccedesse, «Che volete? (rispondeva); e' son francesi, di mia nazione, e sarebbero sudditi miei s'io avessi avuto barba al mento».