Fosse bizzarria o convinzione, ella formò della Corte ferrarese un focolare di pratiche anticattoliche; vi imbandiva grasso ne' giorni di vigilia; teneva assemblee religiose nel palazzo di San Francesco, e probabilmente vi facea celebrare la messa di sette punti, quale erasi inventata alla Corte di Navarra, cioè: 1º senza comunione pubblica; 2º senza elevazione dell'ostia; 3º senza adorazione delle specie; 4º senza oblazione del pane e del vino; 5º senza commemorazione della Madonna e dei santi; 6º senza frazione del pane all'altare; 7º da prete ammogliato.

Oltre Aonio Paleario, Pietro Vergnanini, Francesco Porto cretese, Lisia Fileno, ella ricoverò Girolamo Bolsec carmelitano francese, che appuntato per prediche troppo libere, gittò la tonaca, menò moglie, e praticò la medicina: dappoi avendo ingannata la duchessa e fattosene calunniatore, ne fu cacciato; a Ginevra professò opinioni per cui ne fu respinto, e scrisse libri violenti contro i caporioni della Riforma. Essendo stato arrestato a Firenze Lodovico Domenichi per avere fatto stampare la Nicomediana di Calvino, la Renata ne scrisse al granduca da Consandolo, il 20 marzo 1552, com'altra volta in favore di Sebastiano Dedi da Castrocaro.

Più memorabile è l'asilo ch'essa diede a Calvino. Perseguitato in Francia dalla Sorbona, nel 1536 ricoverò presso la Renata col nome di Carlo d'Esperville, e giovane eppur sempre grave e serio, di scienza profonda, di molta unzione nel discorso, traeva profitto dal suo apostolato, e un tratto sperò riuscire in Italia a meglio che non avessero potuto Lutero e Zuinglio. Veniva con lui da segretario l'ora detto Marot, che tradusse in versi i salmi, i quali furono cantati nelle rivoluzioni d'allora, come la marsigliese nelle nostre[80]. Altri pure capitavano a Ferrara, per religione spatrianti. Madama di Soubise, governante della Renata, teneva seco la figliuola Anna di Partenay e il figlio Giovanni, che poi col titolo di sire di Soubise fu de' capi degli Ugonotti in Francia. I fratelli Giovanni e Chilian Sinapi tedeschi, riformati e amici di Lutero, il primo de' quali avea convertito e sposata la ferrarese Francesca Bucironi (1538), erano venuti a quell'Università insegnando il greco, ed istillavano massime eterodosse ai tre figli della Renata. La quale per compagna alla sua figliuola, diede Olimpia, figlia di Fulvio Pellegrino Morato, già tinta del colore stesso.

Ercole II era figlio di Alfonso I e della famosa Lucrezia Borgia, e fratello di Ippolito cardinale, vescovo di Ferrara, di Milano e di non so quanti luoghi, che per poco non fu papa dopo Giulio III, e che fabbricò la villa d'Este famosa a Tivoli, e protesse i letterati al modo che sa chi conosce le vicende dell'Ariosto e il motto divulgato. Ercole tenne corte splendida; introdusse a Ferrara l'arte di tessere gli arazzi ad uso di Fiandra, fabbricò il palazzo Coparo e la delizia della Montagnola; cassò la franchigia dei duelli che durava ne' suoi Stati; raccolse un museo mumismatico; ma era a pezza lontano dall'abilità politica e militare, come dalla scienza di suo padre. Sopratutto repugnavagli il carattere imperioso della moglie e gl'irreligiosi comporti; e sulle prime osò tenerle fronte, e voler che fossero mandati via Marot, Soubise e il resto della contumace colonia francese. Marot ritirossi a Venezia, in una casa presso Lido, a poetare, finchè ottenne di tornare in Francia, patto che si mostrasse buon cattolico: e nol facendo, dovette ritirarsi a Ginevra, dove per iscostumatezza ebbe condanna di morte, commutatagli nella bastonatura per intercessione di Calvino. Allora ricoverò in Piemonte, ove morì il 1544.

Calvino partì da Ferrara travestito, e avviatosi alle Alpi, giunse ad Aosta[81], poi a Ginevra, che dovea diventare la sua Roma. I lodatori di esso deplorano abbia dovuto abbandonare l'Italia, dove avrebbe potuto acquistare il gusto delle arti e il sentimento del bello di cui fu sempre sprovvisto. Certo egli non fa alcun cenno di impressioni estetiche avute in questo viaggio: e il suo soggiorno in Italia fu tanto breve, da non avervi lasciato traccie o scolari.

Nel 1545 Paolo III diede ordine ai magistrati di Ferrara d'indagare varie persone sospette di colà: e fu allora che Olimpia Morata sposò Andrea Gunther, medico tedesco, e con esso fuggì in Germania. Sant'Ignazio deputò a Ferrara il gesuita ginevrino Claudio Jay (1547) affinchè, mezzo francese, migliore accesso avesse alla Renata: ma in due anni, a pena potè ottenerne un'udienza. V'andò Francesco Borgia, il famoso santo, amico e compagno di Carlo V, lontano parente della casa estense in grazia della Lucrezia Borgia, e persuase il duca a porre nella sua città un collegio di Gesuiti. A questo diè molta mano Maria Frassoni, che con proprj denari fabbricò la casa, dove entrarono i padri Pascasio Broet e Giovanni Pelletario, e apersero scuole che divennero popolari.

I papi continuarono a tenere l'occhio sospettoso su quei semenzajo d'eresia, e Giulio III si prefisse d'estirparla coll'ajuto d'Enrico II di Francia, nipote della Renata. Questi vi mandò il dottore Oriz suo penitenziere e inquisitore in Francia: e Le Laboreur, nelle aggiunte al Castelnau, ci ha conservate le istruzioni dategli. Dovea mostrare l'immenso disgusto del re nel vederla precipitata nel labirinto di sciagurate opinioni, dalle quali se la sapesse ravveduta, n'avrebbe tanta allegrezza, quanta se la vedesse resuscitata da morte. Ove le rimostranze non bastassero, doveva obbligarla ad assistere con tutta la casa sua a sermoni di controversia; quando non ne profittasse, intimarle essere volontà del re che il duca la facesse riporre in luogo appartato, ove non potesse corrompere altri, staccata sin dalla famiglia, mentre si sottoporrebbero a processo e condanna quelli che fossero sospetti di false dottrine.

Così fu fatto, e il marito per alcun tempo tenne la Renata e ventiquattro de' suoi chiusi nel castello di Consandolo, distante un 30 chilometri da Ferrara: ma quivi e alla vicina Argenta essi diffusero le loro dottrine. Il duca alternava rigori e perdoni senza frutto, or mettendola nel palazzo di San Francesco, or nelle stanze della reggia che son rimpetto alla facciata del duomo, con sole due damigelle. Calvino mandava conforti alla Renata e messaggi per mezzo di Lyon Jamet, secretario di essa, e «Giacchè piacque al signor Iddio nell'infinita sua misericordia, visitarvi colla tema del suo nome, e illuminarvi nella verità del suo santo Vangelo, riconoscete la vocazione vostra; giacchè esso ci trasse dagli abissi delle tenebre ove eramo cattivi, affinchè seguiamo direttamente la luce sua senza declinare»[82]. Fu talvolta che egli la credette caduta, e a Farel scriveva: De ducissa Ferrariensi tristis nuncius et certior quam vellem: minis et probris victam cecidisse. Quid dicam nisi rarum in proceribus esse constantiæ exemplum? Ma s'ingannava: perocchè il duca così riferiva al re di Francia la pertinacia della moglie[83]:

«Sire, bacio le mani alla Maestà Vostra e quanto umilmente posso in bona gratia di lei mi raccomando.

«Sire, se ben cognosco che la qualità dei tempi è tale che dovrei ad un certo modo arrossire in pensar di dar fastidio alle orecchie della Maestà Vostra sopra particolari spiacevoli della casa mia; nondimeno la vera e affezionata servitù ch'io le porto, accompagnata dalla bontà e prudenza di lei, mi ha dato ardir e speranza insieme, che ella si dignerà escusarmi più presto che aversi a male, se ora l'importuno col farli sapere parte delle calamità mie, quali sin qui ho tenute secrete per la reverenza che porto e porterò sempre al serenissimo sangue di Francia; non ostante ch'io cognoscessi che il mio tacere, oltre tutti gli altri inconvenienti, nel fatto della religione fosse di nota particolar alla conscienza e onore della casa mia: laonde, per non usar in questa fastidiosa materia dicerie di belle parole, narrerò il più brevemente che potrò alla Maestà Vostra quanto mi occorre.