«Sire, madama la duchessa mia consorte venne meco in Italia già sono passati XXV anni, osservantissima della religione e fede cattolica; di modo che il vivere, parlar, procedere e insomma tutte le azioni di lei davano al mondo tal odore e indizio di vera bontà, che ognuno ne restava consolatissimo, e ben si poteva cognoscere ch'ella fosse veramente e nata di sangue regale, e educata in corte e compagnia cristianissima. Non passò molto tempo che, lassandosi ella persuadere da certi Luterani ribaldi, de' quali, come sa la Maestà Vostra meglio di me, si vedria oggi il mondo pieno se li principi cristianissimi non vi provedessero ben severamente; ella cominciò a mutar opinione, e a poco a poco si mise tanto inanti in questa nova e perversa religione, che da un pezzo in qua non si cura più de' sacramenti, della messa, confessione e comunione, tanto comendate da Dio e dalla Chiesa santa, e tanto necessarie al viver cristiano. In testimonio di che, essendo occorso a' giorni passati che Ippolito de' Putti, suo carissimo servitore, sia stato lungamente infermo in condizione di morire, come in fine ha fatto, io ricordai a predetta madama mia consorte ben tre o quattro volte che lo facesse confessare e comunicare ad ogni modo, senza dar scandalo a questa citate che ella volesse ch'egli morisse eretico, di che essa ne avria tutta la colpa per la mala opinione che si avea acquistata presso tutto il mondo nel particolar della religione cattolica. Ma non vi fu mai rimedio ch'ella volesse farlo, anzi ad un certo modo si moccava (burlavasi) di tal mio amorevole ricordo, dicendo che il predetto Ippolito stava bene con Dio, e non avea bisogno di altra confessione. Laonde vedendo io questa sua ostinazione tanto importante contro l'onor di Dio, e di perpetua infamia alla casa mia, la pregai, persuasi e scongiurai mille e mille volte, che, per l'amor di Dio nostro Signore, per riputazione della posterità sua e mia, ella volesse deponere simili fantasie eretiche, ne lassarsi più agirar il capo dai suoi predicatori sfrattati, forfanti e ribaldi; alle parole de' quali non dovea credere, per esser già stati parte di essi in mano della inquisizione e abjuratisi pubblicamente nel duomo di questa città; ma seguitar la religione già probata dalla felice memoria delli serenissimi regi patre e matre di lei, e quella che la serenissima regina matre della Maestà Vostra e sorella di lei ha sempre, fin che visse, osservata; oltre tutti li altri gran principi christiani: accompagnando con queste tutte le altre ragioni che mi sono parse in proposito per esortarla e indurla a mutar l'animo di queste perverse sue opinioni; le quali sono già molti anni che, con infinito dispiacere e molto obbrobrio della casa mia e mala satisfazione di tutti li miei sudditi e servitori, ho dissimulato e sofferto al meglio che ho potuto; con speranza pur ch'ella da se stessa dovesse ricognoscersi, senza che avesse a far cosa che pubblicasse quel che io arei desiderato fosse occulto ad ognuno, sì per l'onor del sangue di Francia, come per il proprio della casa mia. Però, cognoscendo io la cosa andar ogni giorno di male in peggio, e che non si udiva pur il dì del Natale la messa in casa di predetta mia consorte, ne mi parendo conveniente lassar che due mie figliole già grandi, una nelli XVIII, l'altra nelli XVI anni, si elevassero in questa falsa religione, la qual, se si fosse impressa nello animo loro e accettata per buona, avesse a farle vivere per sempre eretiche e luterane, con lo esempio e persuasione della matre; il che, oltre l'offesa di Dio, potesse anche causarli difficultà nel maritarle in principi cristiani, e tanto più che il romor della eresia della madre è già sparso per tutta Italia con mio gran vituperio, mi risolsi di dir io stesso a madama predetta, con tutte le buone parole possibili, ch'io volevo assolutamente che mie figliole udissero ordinariamente la messa, si confessassero e si comunicassero a questa santa Pasca, e in somma vivessero per lo avvenire del modo ch'io facevo, e come ella stessa soleva far quando venne di Francia; pregandola istantissimamente a non opporsi a tal mio giusto e santo volere. Ella in conclusione mai volle aquetarsi, anzi mi disse a bocca chiara, che la messa è idolatria, con altre parole tanto indegne, ch'io non ardisco e mi vergogno ridirle; bastandole in oltre l'animo alla presenza mia di esortar mie figliole a non mi esser obedienti in questo, ma continuar nella vita incominciata, cercando persuaderle che la religione mia e di molti altri principi non era la vera; con tanto fervore e arroganza, che chi la avesse udita parlare, mi avria indicato assai più paziente di Job in soffrir solo per reverenza della Maestà Vostra tante parole, indegne da esser comportate da qualsivoglia marito.
«Nè questo le bastò, che, avendo io mandato nel giorno seguente un mio capellano per far dir la messa alle predette mie figliole, fu rimandato indietro senza lassarli celebrar la detta messa, non ostante avessi detto la sera inanzi a lei istessa, che volevo esser obbedito in questo ad ogni modo, e che quando se le opponesse, la farei partire. Per il che, vedendomi esser forzato di rimediar per una via o per un'altra ad un tanto inconveniente, e desiderando in ciò usar rimedj piuttosto piacevoli che rigorosi, pregai monsignor il vescovo di Lodeva, il qual io tengo qui ed osservo come imbasciator di Vostra Maestà, voler andar a cercar di persuaderla che deponesse tali sue fantasie, perchè ad ogni modo le giovarebbero poco, essendo io risoluto che predette mie figliole vivano come faccio io. Insomma, per quanto Sua Signoria mi ha poi riferito con mio infinito dispiacere, non ostante che ben due volte abbia fatto il suddetto officio con ogni caldezza, non ha mai potuto rimoverla dalla sua ostinata opinione: cosa che mi ha apportato quello estremo cordoglio che la Maestà Vostra per sua bontà può pensare. Laonde, non sapendo io più che far in questa fastidiosa e men onorevole pratica, e menomamente non avendo ella voluto ascoltar tre de' suoi più vecchi signori francesi, li quali oltre predetto monsignor di Lodeva, e il Brasavola mio medico, adoperato anch'esso da me per la medesima causa, avevo mandato a parlarli, per tener ogni via possibile di deviarla quietamente da tal diabolica intenzione; pigliai partito, instando la settimana santa come faceva, farlo sapere il venerdì delle olive, per mezzo di donna Giulia mia cognata, giovane molto cattolica e da bene, sorella del signor duca di Urbino, che, se ella non lassava udir la messa ordinariamente, confessar e comunicar le predette mie figliole, gliele leverei d'appresso e le metterei per ora con una mia sorella onoratissima, ove, con la compagnia di predetta donna Giulia, esse viveriano cattolicamente questi giorni santi, e stariano quivi finchè io facessi altra provisione al caso loro. E così, vedendosi predetta madama mia consorte a termine di perdere le figliole se avesse voluto persistete in opporsi a sì onesta e santa opera, mostrò aquetarsi ch'elle udissero la messa, si confessassero e comunicassero; ma ciò è poi successo con tante lacrime, difficoltà e parole, che più non si potria dire, facendo ella, tra le altre cose, difficoltà sopra la persona del confessore qual io le ho deputato; sacerdote di bonissima vita e dottrina, eletto da me a posta di nazione francese, sperando che per tal causa dovesse esserle men odioso, anzi che potesse meglio di ogni altro far anche qualche frutto con essa lei, e remostrarle il vero cammino. Ma in somma il tutto mi è riuscito in contrario perchè, poi che egli non ha voluto confessar predette mie figliole del modo ch'essa voleva, non solo non lo volle ascoltare, ma sembra tenerlo per un diavolo, e, per quel che intendo, ella non cessa di travagliar spesso e flagellar quelle povere figliole con le solite persuasioni, mostrando restar sdegnata e mal satisfata di esse, per non aver voluto crederle e persistere nella mala religione, ch'essa per il passato le ha fatto sempre predicare.
«Per il che, cognoscendo io ciò che sin qui è successo di buono, esser causato più da timore ch'ella ha avuto di perder le figliole, che per mutazione di volontà e opinione di lei, cognosco parimente esser impossibile che predette mie figliole stiano e si mantengano cattoliche presso la matre, qual fa professione di eretica, e che al fine mi sarà forza levarle da lei, e metterle in compagnia cristiana in caso ella non si riconosca e ritorni alla vera e debita religione; ho voluto, Sire, per debito mio, dar conto di tutto alla Maestà Vostra come a mio signore e padrone; qual voglio sia consapevole di questa mia calamità, acciò ch'ella si degni aver pietate della alterazione e disturbo che ora si trovano qui in casa di un suo fidelissimo e obedientissimo servitor, travagliato da chi più tosto dovrebbe darli consolazione.
«E perchè imagino che monsignor di Lodeva o non scriverà, o, scrivendo, non li farà saper per ventura lo intero delli presenti particolari, per non dir cosa che potesse dispiacere a predetta madama mia consorte; io la supplico con tutto il core a voler mandar qualche bon teologo cattolico ben istrutto in simili materie, per veder di rimediare a tanto inconveniente, e far ogni esatta instanza di ritirar predetta duchessa da sì enorme eresia: e quando pur, per non dar da dir al mondo più di quello che esso ha detto per tal causa, la Maestà Vostra indichi esser meglio e più espediente far intender il suo voler in questo affare più tosto col mezzo di sue lettere, che col mandar il predetto teologo, la prego con ogni sommissione, che si degni farlo sì caldamente, che predetta duchessa cognosca, che sì come ritornando ella intieramente alla vera religione, oltre che io sarò contentissimo lassarle le figliole come le ha avute sempre per il passato, ella farà opera degna di lei e molto grata a Vostra predetta Maestà per più rispetti; così anche sappia, che perseverando nella sua perversa opinione, serà in tutto e per tutto abbandonata da lei, come persona indegna di esser tenuta e nominata del cristianissimo sangue di Francia.
«Nè si meravigli la Maestà Vostra se le ricordo ben riverentemente di usar parole sì brusche nella predetta sua lettera, perchè avendo io, insieme con tutti quei che le hanno parlato, trovato in predetta madama duchessa durezza e ostinazione inestimabile, non son anche sicuro che, se Iddio non vi mette la sua santa mano, ella con tutto questo sia per lassarsi persuadere e ritirarsi, volontariamente dalle predette eresie. Laonde, quando Vostra Maestà si risolva per il predetto rispetto scriverle, la supplico dar parimente commissione al predetto monsignor di Lodeva di parlarle, in conformità di quel ch'esso scriverà, tanto gagliardamente quanto conviene alla importanza del negozio, nel qual si tratta dell'onor di Dio, del serenissimo sangue di Francia, e della mia casa insieme; e però mi preme quanto ella può ben pensar: assicurando la Maestà Vostra, che tutto ciò che alla benignità di lei piacerà fare in questa buona e santa opera, io lo riceverò per singolarissima grazia, e ne avrò a lei perpetuo e immortal obligo. Con che facendo fine, prego Dio, sire, dopo di essermi di nuovo raccomandato ben umilmente in sua bona grazia, che li conceda il compimento di tutti li suoi desiderj.
«Di Ferrara, XXVII di marzo 1554.
Devotiss. e obedientiss. servo e vassallo
IL DUCA DI FERRARA».
Allora veramente Marot poteva cantar della Renata: «Ella non vede persona di cui non abbia a dolersi: le montagne stanno fra essa e gli amici suoi: essa mescola di lacrime il suo vino». Stanca di rimanere disgiunta dai figliuoli, fece una specie di ritrattazione (1556) in mano del gesuita Pellettario, e si confessò e comunicò dicendo credere nella Chiesa cattolica, ma senza voler aggiungervi romana. Il marito se n'appagò senza star sul sottile, e le rese le figliuole e il palazzo di San Francesco, e morendo nel 1560, lasciolla usufruttuaria d'esso palazzo e di metà della tenuta di Belriguardo, finchè vivrà da buona cattolica. Il figlio Alfonso che stava lontano, accorso e fatta la solenne entrata 19 maggio 1560, andò a prestar l'omaggio al papa, di cui era vassallo. E il papa con lui si dolse della duchessa che ostinavasi nelle sue eresie; onde il figlio le intimò di lasciarle o d'andarsene.
In fatti con trecento persone ella partì, e pose Corte nel castello di Montargis, facendo solenne professione di calvinismo, ricoverandovi i perseguitati, e mantenendo carteggio con Calvino. Questi la querelò alcuna volta del non vederla ben risoluta ad abbandonare i santi e certe pratiche: ma le scriveva: «Voi foste come una madre nutrice de' poveri fedeli discacciati che non sapeano ove ritirarsi. So bene che una principessa, la quale non guardasse che il mondo, avrebbe onta, e quasi prenderebbe a ingiuria che il suo castello si chiamasse un Ospedal di Dio (Hôtel-Dieu), ma io non saprei farvi onor maggiore che chiamarlo così, per lodare e riconoscere l'umanità che voi avete usata verso i figliuoli di Dio che si rifuggirono a voi»[84].