Il Vergerio era tornato a Vienna d'ordine del nuovo papa onde lealmente e incondizionatamente insistere perchè fosse radunato il Concilio[89]; e al tempo stesso offerire a chi volesse la corona d'Inghilterra, demeritata da Enrico VIII col farsi eretico. Ivi ebbe con Lutero un colloquio, che frà Paolo Sarpi descrive con evidente retorica, facendo dal legato esporre mille offerte e promesse del papa, e da Lutero ricusarle con frasi da antico Romano. Ma il Seckendorf, infaticabile cercatore di quanto glorifica il luteranismo, riferisce quell'abboccamento senza veruna delle circostanze fantasticate da frà Paolo, nè la pomposa diceria che questo mette in bocca a Lutero; racconta solo che questo, la mattina, raccomandò al barbiere: «Radimi bene, perchè devo parlar col nunzio papale, e voglio parergli più giovane, e così crescergli la paura ch'io abbia a campare a lungo». Pure al Vergerio egli sembrò deforme di faccia, d'abito, di gesti; che parlasse latino sì male, da non creder di lui i libri col suo nome pubblicati; lo giudica l'arroganza stessa, la malignità, l'impudenza, e conchiude: «Gran fastidio, mi faceva l'udirlo, nè volli altro rispondere se non due parolette per non sembrare un tronco».
Or va e credi al frate veneziano! Anche il Pallavicino nega affatto le indecorose esibizioni; quel colloquio non esser più vero che i fatti dell'Iliade; e gli contrappone il ragguaglio che il Vergerio ne scrisse al segretario del papa, come d'un incontro accidentale, ove non si parlò di nulla di serio. Noi siamo fortunati di poter produrre la relazione originale che il Vergerio ne diresse al Recalcati da Dresda il 12 novembre 1535[90], e sebbene lunga, non ci parve bene accorciare:
Nelle ultime mie, che furono date in Hall a dì 4 del presente, scrissi che io era per andar allo Elettor Brandeburghese; vi sono stato, e ora la S. V. intenderà il successo di quella parte di viaggio nella quale ci sarà alcuna cosa da avvertire, intrandovi frà Martino Luthero, e quello che ho potuto operare con quel Principe.
Da Hall fino a Berlin, che è la residenza di quello Elettore, ci sono quindici leghe di cammino, il quale si ha a fare per la maggior parte su li dominj del duca di Sassonia Elettor, dove è tutto pieno di popoli eretici, e di peste (e mi mancava solo questa sorte di pericolo ad averli avuti tutti in questo viaggio); ma perchè era molto necessario alla impresa che nondimeno io vi passassi, presi per consiglio di andarmene appunto per Wittemberga, che è la sentina delle eresie, e m'avvedeva, che se io andava per li villaggi, mi dovea esser pericolo maggiore della peste e d'altro. Scrissi adunque al locotenente del prefato duca Elettor, chè S. E., come ho già scritto, non era in queste parti: che, se li piaceva, avrei voluto passar per la sua terra. Monsignore, udite in che reputazione questi principalissimi eretici hanno il nome di papa Paolo. Quel locotenente ricevute le mie lettere mandò alcuni de' suoi ad accompagnarmi, e comandamento alli osti dove io dovea alloggiare, che non prendessero miei danari, che esso li volea pagare in nome del signore. Poi quando fui per entrare in Wittemberga, egli medesimo uscì ad incontrarme con una bella compagnia, e smontò da cavallo con due altri gentilomini, e in somma con tutti quelli atti di riverenza che facciano ad un nunzio apostolico nei buoni tempi, e credo certo maggiori; mi ricevettero e condussero ad alloggiar nel castello e nelle stanze medesime del principe, dove vi stetti la notte: e la mattina seguente, accompagnato dallo stesso locotenente per quattro leghe continue, me n'andai a fare i fatti miei. In questo modo sono stato trattato dalli maggiori inimici che abbia mai avuto la sede apostolica; il che per molte cause dee esser di grandissima speranza e consolazione a nostro signore, e dico più che, essendo stati li ragionamenti di coloro spesse fiate di Sua Santità e delle sue azioni, tutti molto la commendavano, dicendo di aver speranza che questo è quello che vorrà fare il tanto desiderato concilio; il quale è stato fuggito, così diceano ogni tre parole, dalli altri pontefici, e levar le pericolosissime dissensioni che sono nella fede di Gesù Cristo. Questa è grande laude e felicità di sua beatitudine che eziamdio tra costoro abbia tanto gran fama e tanto grande espettazione d'opere sante. Ma monsignore, io ho da scrivere qualche altra notabil cosa che mi occorse in quella conversazione eretica.
Avendo io a partirmi da Wittemberga, mi era messo a tavola e faceva colazione, e ecco entrare il locotenente (che tra l'altre cortesie usava questa ch'egli medesimo mi serviva) con Martino Lutero e con Pomerano, dicendo che, in assenza della Corte del suo principe e d'altri dotti uomini che suoleno esser in quella Università, allora transferita in Turingia per conto della peste, egli non avea altri da farmi tener compagnia, la cui lingua io avessi potuto ben intendere, e che io volessi ascoltar quelli due, che essi aveano per savii uomini, tanto che io mangiava.
Io non potei mostrarmi che consenziente, essendo dove io era, e ascoltai frà Martino e quell'altro, tanto che durò la colazione e che li miei signori andassero a montar a cavallo. Comincio dalla etade, e di grazia prendete volentieri pazienza d'intender quello che scriverò di costui.
Egli è di cinquant'anni poco più, ma robusto e forte, che non pare di quaranta, di ciera assai grossa, ma la quale si forza di tener morbida e delicata quanto può. Pronunziazione mediocremente spedita e non molto aspra per tedesco, in lingua latina parla tanto male, che mi pare di esser chiaro, che alcuni libri che vanno attorno sotto il suo nome, e par che abbino qualche odor di latinità e di eloquenza, non sono suoi, e lo confessava egli medesimo che non suol scriver in latino, ma che fa professione di saper ben dire nel suo volgar; così dicea di se medesimo. Li occhi guerzi, li quali, monsignor, quanto più io mirava, tanto più mi pareva di vederli appunto simili a quelli che qualche volta io ho veduto di qualche uno indicato ispiritato, così affogati, inconstanti, e con certo come furor e rabbia che vi si vede per dentro. E veramente che quanto più penso a quel che ho veduto e sentito in quel monstro, e alla gran forza delle sue maladette operazioni, e conjungendo quello che io so dalla sua natività, e di tutta la passata vita, da persone che li erano intimi amici sino a quel tempo che si fece frate, tanto più mi lascio vincere a credere, che egli abbia qualche demonio adesso.
Usò questa sola civiltà, che, parlando in mia presenza, stava con la berretta in mano, e disse eziandio qualche parola in laude di nostro signore, di aver inteso che era savio e buono fin quando egli fu a Roma, nel qual tempo (aggiunse la bestia sorridendo) celebrai parecchie messe. E a dirne presto il mio judicio, tratto dalla faccia, dall'abito, dai gesti, e dalle parole, o sia ispiritato o non, egli è l'arroganza istessa, la malignità e l'imprudenzia, che è una vergogna infinita di questi scempi principi e altri che hanno governo di queste terre, che non vedono chi è costui il quale hanno tolto per maestro e per profeta. Vostra signoria giudichi anche essa dall'abito; quel cervello incomposito era vestito di festa, perchè era la domenica, con un giuppon che aveva il busto di ciambellotto trito, e le maniche che stavano in mostra ambiziosa di raso, veste di sargia fodrata di volpe, ma assai corta, parecchi anelli, e al collo un grosso pendente d'oro; la berretta poi in forma di prete. Diceva aver procreate con la sua venerabil monaca due figlie femine e tre maschi, de' quali uno è di dodici anni, e vanagloriava impudentemente di volerlo lasciar dopo di sè grande uomo nella dottrina evangelica. Vive, per quel che ho inteso e poteva io allora troppo ben comprendere, con nessuna gravità e nessuna esemplarità di buoni costumi, e non avendo altro al mondo che il stipendio del principe per la sua lettura e per le prediche, e essendo di animo incivile e villano, che suo padre fu vilissimo mercenario nelle miniere di Coslaria, e la madre servitrice ad alcuni bagni, che non si può dir cosa più infame, in una vita sordida e abjetta.
La prima cosa che disse, quando venne avanti dove io mangiava, vedendomi taciturno e volendo eccitar qualche ragionamento, fu se in Italia io aveva inteso alcuna cosa della sua fama di esser tedesco inbriaco; e notate un poco il senso di queste parole arroganti e impudenti, le quali per certo dimostrano che egli abbia fatto e faccia tutto ciò che fa per qualche suo sdegno e per mera invidia e come per vendetta; anzi affermo alla signoria vostra che tutto il suo parlar non spira altro che questo, e che in quell'animal irrazional non ci è altro che furor e insano appetito di poter confonder tutta la fede di Gesù Cristo e tutto il mondo se potesse.
Se avrò a venir alla presenza di nostro signore con la relazion delle operazioni mie, dirò di molte sue parole piene di qualche significazion importante, che sono quelle che precipuamente me lo hanno fatto parer tanto impudente; o non avendo a venir, le scriverò di Vienna; ma questa non è ora da differire. Disse che il re d'Inghilterra gli avea mandato novamente un suo dottore, e lo chiamava segretario di quella maestà, nè mi espresse altro, nè potei io interrogar più oltre, e avrei creduto che forse l'avesse detto per jattanza ad alcun suo effetto, ma lo intesi poi da altri ch'era vero. Io mi forzai di buttar alcune parole per farli dire il suo giudicio sopra l'operazion di quel re, ma egli in questa cosa sola stette sopra di sè in rispetto, nè si lasciava intendere, io pur urgea, e dissi: E come laudi ciò che egli ha fatto novamente contro quelli due santi uomini? Non so, rispose egli. Ma ritornando a quel che ho detto di quel dottor anglico, è molto da advertire che quel re, avendo risaputo l'animo di nostro signore e essendo tanto ricco di denari com'è, avrà mandato colui, e ne manderà delli altri ad instigar li principi e Stati di questa setta, li quali, avendo di cotesta sede odio tanto intestino, come hanno, e accedendo ora a concitargli compiutamente il stimolo di tanto oro, quanto in un tal caso è da creder che il re vorrà e potrà profunder, e essendo essi di natura assai corruttibili e cupidi di cose nove, e forse poco amici molti di loro all'imperator medesimo, potriano fare in un tratto qualche grande e pericoloso moto. Replico quella mia debole opinione, la qual già scrissi, che molto più opportunamente si potria metter in ordine nel futuro concilio una espedizion contro di lui, nel qual tempo saria da sperar, che usandosi buoni pratiche, una buona parte di costoro si potesse tirar ad esser con la sede apostolica, dove volendosi fare adesso, la maggior parte le saria contro ansiamente. E notate un poco che a me pare di comprendere, che questi intelletti fatti alla rovescia interpretino in questo modo ciò che fa ora sua santità. Questo papa, che ha in animo di voler estirpar l'eresie con viva forza e con arme, non vuol principiar dalla Germania, per qualche suo rispetto; ma cerca di concitar li principi cristiani a far la guerra contro il re d'Anglia, prendendo occasion dalla morte del cardinal Roffense. E per non aver in ciò disturbo dall'Alemagna, che ha cominciato prima a tener molte delle opinioni che tiene ora quel re, la va nutrendo in speranza e pratica di concilio, contro la quale faria poi ciò che potesse, quando per avventura avesse avuto felicità di debellar, ovvero riunirsi Inghilterra. E dicono che quel tristo di frà Martino m'ha detto delle parole che hanno tutto questo sentimento: per la qual cosa è da dubitare molto, che questi miei Tedeschi, fin che penseranno una tal cosa con li loro sospettosissimi ingegni, e che la festa di Anglia potria esser la loro vigilia, non faccino ora tutto quello che ponno, ch'è molto più ch'altri non crede, parte pubblicamente, parte con pratiche occulte per defension di colui. E se dalli conati loro non avrà poi a riuscir altro, almeno potranno interturbare che non si faccia adesso concilio, tale che abbia quieta esecuzion sopra di loro: la qual saria grande infelicità del pontificato di cotesto santissimo pastore. Del qual Concilio, che per certo abbia ad esser fruttuoso e con grandissimo onore di Dio e di papa Paolo III in sempiterno, io ne ho più speranza che mai io abbia avuto, e per l'inclinazione che io vedo in questi principi, e avendo conosciuto d'appresso chi è questo Martino Lutero, quanto senza nervo e senza giudicio quanto una bestia: e voglio vaticinar che con la sola indizione, la qual presto faccia nostro signore, e sarà quella che farà creder compiutamente li principi e li popoli che si fa daddovero, l'audacia di colui e la insania rimanerà fratta e debilitata, e di tutti li suoi seguaci insensati: così come all'incontro ella se corroborerà e crescerà in infinito se il Concilio per qual causa si voglia s'andasse differendo, per questa ragion sola che disseminariano che il papa non ha ardire di farlo: e questo è stato il loro Achille, da alcuni anni in qua, a commovere il volgo sapendo di non poter difender le cose sue.