Vilis et exilis domus hæc quamvis, habitatrix
Clara tamen, claram reddidit ac celebrem.

Delle opere sue una parte perì nell'incendio di Schweinfurt, tra cui osservazioni sopra Omero, e dialoghi greci e latini. Le altre che, oltre quarantotto lettere, sono tre discorsi sui paradossi di Cicerone, dialoghi, orazioni latine e poesie greche, vennero raccolte da Celio Curione, e stampate a Basilea[87], dedicandole a Elisabetta regina d'Inghilterra nel 1558: subito esaurite, ristamparonsi nel 1562, poi di nuovo nel 1570 e nel 1580 con aggiunte.

[DISCORSO XXVII.]
PIETRO PAOLO VERGERIO VESCOVO DI CAPODISTRIA.

L'elettore palatino Federico il Saggio, appassionatissimo per le reliquie, ne faceva incetta in ogni parte del mondo, e le riponeva in capse e teche di legno, di vetro, d'ebano, ornate di pietre, d'argento, d'oro. Uno degli incaricati di tale ricerca fu il monaco Burcardo barone di Schenk, il quale poi dalle prediche di Lutero lasciossi indurre a mutar fede. Per quella raccolta stando a Venezia, il 19 settembre 1520, informava come varie opere di Lutero si fossero introdotte in quella città, e il patriarca e il papa n'avessero proibita la vendita; poi al 5 aprile seguente aggiunge che, per ordine del papa, il patriarca scomunicò per tutte le chiese Lutero e chi ne tenesse i libri.

Conobbe egli colà Pietro Paolo Vergerio o piuttosto Verzerio, giacchè la sua famiglia portava nello stemma un cavolo (verza). La qual nobile famiglia di Capodistria, un secolo prima, avea prodotto un famoso erudito, vissuto alla Corte dei Carrara di Padova, de' quali celebrò le glorie. Pietro Paolo ebbe fratelli Giacomo, Aurelio e Giovanni Battista, che tutti salirono in rinomanza. Egli studiava a Padova, quando lo Schenk l'indusse a recarsi nel Würtenberg a compire gli studj e portare reliquie a quell'elettore, e lo raccomandò allo Spalatino, cappellano di questo, «persuaso che sarebbe di grand'onore ed utile all'Università, perchè di nobilissimo ingegno e memoria, e reputasi il migliore in diritto e belle lettere fra i giovani dello studio di Padova». Col fratello Giacomo si mosse egli in effetto, ma l'elettore, dacchè Lutero predicava, erasi visto diminuire l'entrata che provenivagli dalle indulgenze, onde si moderò nello spendere, e massime in reliquie; e non potè anticipare denari al Vergerio pel viaggio. Questi pertanto rimase a Padova; ma ciò l'avea fatto conoscere in Germania, e doveva influire sul suo avvenire. Dottorato, fu in uffizj giuridici a Verona, a Padova, a Venezia, poi andò a Roma, dove facea da segretario di Clemente VII suo fratello Aurelio, che morì cavalier di Malta nel 1532.

Pietro Paolo si pose a servigio del cardinale Contarini, ed entrò nelle grazie del papa, che lo destinò a succedere al Rangoni vescovo di Reggio come legato a re Ferdinando di Germania. Scopo della legazione era d'ottenere che, essendo le dottrine luterane condannate già da Leone X, s'avesse ad applicare ogni mezzo per isvellerle; dar incoraggiamenti a Faber, Eck, Cochleo, Nausea, e agli altri amici della religione cattolica.

Il Vergerio in Germania ebbe buone accoglienze dall'imperatore, e ne fu investito di qualche benefizio. Del tempo ch'egli stava colà molte lettere conserva l'archivio Vaticano[88]. In una del 22 settembre 1533 a Jacobo Salviati mostra come, per attendere al meglio della Chiesa, importerebbe che la santa sede facesse almen tregua col Turco. E se mai il proporla si trovasse men decoroso, esibisce entrare egli stesso in Turchia, col pretesto di tornare per suoi affari in patria, donde, conoscendo la lingua e non avendo dignità, potrebbe facilmente passare a Costantinopoli, e colà trattare sottomano. E tanto più che aveva benevolo il balio Alvise Gritti, del cui padre doge avea steso l'elogio.

In altre a monsignor Carnesecchi mostra quanto il re di Germania stesse in apprensione pel congresso del papa col re di Francia a Marsiglia e per quelle nozze. Ripete più volte le proteste «dell'ardentia sua di servir con sincerissima fede, perchè ho lasciato la precedente mia vita et industria per farlo fin alla morte, se bene non havessi premio e favore mai, che lo haverò da Jesù Cristo, spero» (18 marzo 1534).

Più notevole è una sua lettera del 27 agosto 1534 al senato di Venezia, ove dipinge il danno fatto dalla setta luterana non solo alla religione, ma al quieto vivere della Germania, eccitando a sedizione e tumulto, e a prendere l'armi contro i signori. Questi effetti si produssero con libri scritti in latino, ma poi Martin Lutero si accorse quanto frutto potrebbe fare «nelle maledette sue vie, scrivendo più presto con la lingua comune della Germania». Non contenti, «hanno pensato diffondere questo tossico di heresia e di sedition nella Italia». Perciò da un frate veneziano che abita in Augusta fecero comporre in vulgare nostro un libretto di forse cento carte in ottavo, col titolo Correzion del stato cristiano, anno 1533, senza nome d'autore, nè luogo: «libro pieno in sè di tutte le ribalderie, heresie, distruzion della nostra fede che finora hanno saputo immaginar Luterani e tutta quell'altra feccia d'uomini barbari che sono nemici e d'Italia e di Cristo». È facile capire che è destinato all'Italia, e che vi recherà gran guasti fra i nostri, essendo tale che «non potria esser peggiore e più pericoloso». Pertanto avendo quel felicissimo dominio avuta sempre la gloria cogli uomini e il merito con Dio di difender col proprio sangue l'onore e la salute della santa fede, li supplica a guardarsi dai mali principj che quel libro potrebbe diffondere; e impedire che tra le mercanzie ne sieno portate delle balle.

Poi ai 30 dello stesso mese scrive al Carnesecchi avvertendolo che a Trieste «pullulava molto bene il luteranismo, preso per il commertio della Germania»; egli provvederà come può: e lo stesso re di Germania, se è costretto dissimulare nelle terre dell'impero di Boemia, è poi rigorosissimo nel suo patrimonio arciducale d'Austria, «e fa volentier severa demostration contra quei maledetti, e contra Tergestini la farà severissima». Soggiunge sapere come, «uscita da Trieste, questa peste è attaccata molto bene a un castello nominato Piran, dove pubblicamente alcuni ribaldi andavano contaminando gli animi delle semplici persone. Monsignor, io conosco la natura del paese, perchè ivi è la mia patria. Se tra quelle singolarità di intelletti penetra la setta luteristica; se quel canton dell'Italia si ammorba, vostra signoria vedrà presto (sed Deus omen avertat) tutte le circumvicine provincie e region infette e corrotte». E però l'esorta a informarne il pontefice perchè osti ai principj, e voglia infiammare i signori veneti a far provisione severissima: egli stesso ne scriverà alla signoria. «Io so bene che alcuni di quei scellerati di Pirano sono stati chiamati a Venezia per questa causa, ma so eziandio che più severità vi si dovria usare che non si usa. Monsignor, dico che nessuna cosa più importa ai nostri tempi che questa: e se coloro se ne vanno impuniti, actam est de tota Istria, actum cum summo totius Italiæ periculo».