Già nominammo sua figlia Olimpia, alla quale aveva dato squisita educazione, sicchè di dodici anni sapea greco e latino, e in quelle lingue, a sedici anni, scriveva dialoghi alla foggia di Tullio e di Platone; seppe retorica e filosofia: verseggiava con gusto ed eleganza, come mostrano la sua Laus L. Mutii Scevolæ, l'apologia di Cicerone contro il Calcagnini, la traduzione delle due prime novelle del Boccaccio e varj dialoghi, poesie ed epistole: il Sardi le dedicò De triplici philosophia, meravigliando la sua facilità nel greco e le sue cognizioni filosofiche.

Dalla Renata posta in Corte a fianco alla figlia Anna, con questa leggea la Scrittura in greco; ma avezza al gusto classico, della semplicità biblica prendea disgusto. Forse per le opinioni eterodosse, che aveva attinte dal padre e dal Sinapi, fu rinviata dalla Corte, ed ebbe ad assistere il padre gravemente ammalato, che poi morì nel 1548. Pose affetto ad Andrea Grunther, giovane protestante tedesco, amico dei Sinapi, e dottorato in medicina a quell'Università, e sposollo: ma avendo egli per affari dovuto correre in Germania, Olimpia restò sola e desolata, finchè potè raggiungerlo (1550), e con altri suoi paesani si stabilì ad Eidelberga, dove insegnò greco.

Colà deplorava i patimenti de' suoi correligionarj rimasti a Ferrara, e al Vergerio scriveva: «Di Ferrara abbiam notizia da pie persone; di alcuni ci consola la fermezza, d'altri ci addolora la defezione. Mia madre restò ferma contro la tempesta. Procurerà uscir con mia sorella da quella Babilonia, e raggiunger me in questo paese».

Tenea corrispondenza colla principessa Lavinia della Rovere della Casa d'Urbino, e le scriveva: «Vi mando per via sicura alcuni scritti di Martin Lutero, la cui lettura a me fece bene, e spero voi pure vi potrete attinger consolazione. Attendete più sempre a questi studj santi; domandate al Signore i lumi del suo spirito, e non vi lascerà senza risposta. Credete che Dio sia menzognero? Credete abbia fatto tante promesse a' suoi discepoli per non ricordarsene più all'ora del bisogno?» e le accompagna una dissertazione sulla vera felicità.

A Celio Curione, di cui parleremo, e ch'essa avea conosciuto in Augusta, dichiara non aver intenzione di tornare in Italia. «Voi non ignorate quanto pericoloso sia il professare il cristianesimo dov'è sì grande il potere dell'Anticristo. La rabbia de' Coricei si estese in tutta Italia; v'è nota la fine del Fannio, pio uomo e molto costante, che dopo due anni di prigionia, senza che la minaccia di morte, o l'amor della moglie e dei figliuoli lo staccassero dalla fede, fu strangolato e il suo cadavere arso, e quasi non bastasse, le sue ossa gettate nel Po».

Regnando Paolo IV, a Chilian Sinapi da Eidelberga scriveva il febbrajo 1555: «Lettere che ho d'Italia m'attestano che s'infierisce a Ferrara contro il cristianesimo, non risparmiando nè sommi, nè infimi; quali imprigionati, quali banditi, altri salvaronsi colla fuga».

Alla sua allieva Anna supplicava per lettera a favore dei credenti, ed esortandola a studiare le scritture e imitar Cristo.

Molto ella ebbe a soffrire e pei comuni dolori dell'esiglio, e più per l'assedio di Schweinfurt nel 1553, che durò quattordici mesi, quando fu costretta rimanere lunga pezza ascosa nella cantina, poi in piazza fu spogliata in camicia. Fuggita ad Hamelburg con una veste prestatale da una vecchia, errò per la Franconia finchè il conte d'Erbach accolse lei e il marito, il quale poi fu nominato professore di medicina all'Università di Eidelberga. Di quivi l'8 agosto 1555 ad una Madonna Cherubina scriveva i suoi patimenti con mesta rassegnazione; ed esortando alla fede in Dio e nel Vangelo. «Il mio consorte fu pigliato due volte dai nemici, che vi prometto, se mai ebbi dolore, allora l'ho avuto: e se mai ho pregato ardentemente, allora pregai. Io nel mio cuore angustiato gridava con gemiti inenarrabili, Ajutami, ajutami, Signore, per Cristo: e mai non ho cessato finch'egli m'ajutò e lo liberò. Vorrei che aveste visto come io era scapigliata, coperta di stracci, chè ci tolsero la veste di dosso, e fuggendo perdetti le scarpe, nè avevo calze in piede: sicchè mi bisognava fuggire sopra le pietre e i sassi, che io non so come arrivassi. Spesso io dicevo: Adesso cascherò qui morta, che non posso più. E poi dicevo a Dio: Signore, se tu mi vuoi viva, comanda alli tuoi angeli che mi tirino, che certo io non posso. Pregate ancora per noi (soggiungeva) come io fo per tutti i cristiani che sono in Italia, che il Signore ci faccia contenti acciocchè possiamo confessarlo in mezzo della generazione diversa..... Qui il padrone è sempre il primo ad andare alla predica; di poi ogni mattina chiama tutta la famiglia, e in sua presenza si legge un Vangelo ed un'Epistola di san Paolo, ed esso a ginocchi con tutta la Corte pregano il Signore. Bisogna poi che ognun de' suoi sudditi, casa per casa, gli renda conto della sua fede, eziandio le massaje, affine di poter vedere come progrediscono nella religione; perchè dice esser certo, se non operasse così, avrebbe a render ragione di tutte le anime de' suoi sudditi. Deh! fossero così fatti tutti i signori e principi! Il Signore vi dia fede, e vi avanzi nella sua cognizione, giacchè di continuo dobbiam pregare di crescere nella fede».

A soli ventinove anni ella morì, e ad Eidelberga fu scritto sul suo sepolcro: «A Dio immortale e alla virtù e memoria di Olimpia figlia di Fulvio Morato, uom dottissimo, carissima moglie del medico Andrea Grunthero, il cui ingegno e la singoiar cognizione delle due lingue, e la probità de' costumi, e il sommo studio della pietà, sopra il comun modo furono stimate. Il qual giudizio umano della vita sua la beata morte, subìta santamente e pacatamente, confermò col testimonio divino. Morì in suolo straniero l'anno 1555 della salute; dell'età sua XXIX. Qui fu sepolta col marito e col fratello Emilio».

Celio Calcagnini, che grandemente lodava le traduzioni e orazioni della Morata, ne pianse in versi la morte[86]. Sulla casa ch'era stata sua, l'accademia di Eidelberga fece scrivere: