Da questo discorso e da lettere a lui dirette appare come ancora i Protestanti credessero non istaccarsi dall'unità cattolica, nè i Cattolici pretendessero escluderli. Vero è che esso discorso parve ai Cattolici troppo condiscendente e ambiguo, nè il papa mostrò gradirlo; anzi presumono che in conseguenza lasciasse di dare al Vergerio la porpora che gli destinava. Il Vergerio mostrava, è vero, pietà e zelo; ma per quanto condiscendiamo ai tempi, ci fa meraviglia la sua amicizia coll'infame Pietro Aretino, fino a scrivergli, «Non v'è persona che v'abbia amato più di me», e deffinirlo un de' più grandi ingegni del secolo, e far gran capitale sull'amore e sulla protezione di esso. Le circostanze della sua vita e di questo viaggio in Germania le ricaviamo da lettere a questo ribaldo, al quale scriveva il 2 giugno 1539: «Ancora sono in quel mio humor, che vorrei che faceste un sonetto a Lutero in quel stile da Pasquino; che questo nome lo faria desiderabile».
E che già d'allora nascessero dubbj sulla fede del Vergerio me ne dà fumo una lettera di lui da Worms del 26 dicembre 1540, al cardinale di Brindisi, dove gli racconta le sue pratiche con Bucer, Melancton, Sturmio, e si duole si dubitasse della sua fede. «Se non volete credere che lo spirito di Dio e la coscienza mi muova a far ciò che ad un par mio si conviene, credetelo per le cose temporali, cioè per li pegni che ho in Italia, patria, fratello, vescovato.... Veramente mi fate torto a dubitare. Presupponete in me altra imperfezione che io non la difenderò, perchè io so di averne come gli altri e più: ma non questa di non aver l'anima netta ed ardente alla difensione della Chiesa; in quel poco che io posso io la difenderò e combatterò, e non ne parlo più perchè spero che Dio mi darà grazia di viver, di scriver e di operare, di maniera che chiarirò il mondo»[92].
Al 25 gennajo 1541 il vescovo d'Aquila da Spira scriveva al cardinale Farnese in una lettera mezzo latina mezzo italiana, come soleasi:
«È qui il vescovo di Vincestre, vir acris ingenii con gran pompa, et multum dubitatur ne venerit ad turbandum omnia, vel saltem impediendum. Est et ille episcopus Vergerius, in domo oratoris regis christianissimi, qui familiariter vixit cum Melancthone et sociis, et sub umbra pietatis multa miscet»[93].
Sicuramente v'era chi insussurava il papa avere il Vergerio nella Germania contratto sentimenti luterani, parlar con poca riverenza della santa sede, e minacciarla. Certo egli proclamava che i precedenti avessero mal combattuto Lutero: «Contra di lui scrissero già questa gente scioccamente, Silvestro, Catarino, Latomo, Nausea: dite dunque un poco che non so che altro ha da uscire a toccare l'intime viscere di colui dalla penna di un vescovetto discepolo del cardinale di Trento», alludendo, a sè, e forse ai tre libri vulgari, che sappiamo mandò al re di Francia.
E ben presto Pietro Paolo sentissi o stanco o scoraggiato della poca riuscita; e di Francia scrisse a Ottonello Vida, deplorando i progressi del luteranismo e la scarsa cura che s'avea della vigna del Signore; pensando alle parole del Vangelo Che giova all'uomo se guadagni l'intero mondo e perda l'anima? risolvea di voltare le spalle alle sperate fortune, e «Sarà meglio ch'io venga a coltivare quelle poche viti ch'io ho su quel confine tedesco (voleva dir l'Istria) e veder di circondarle con una buona siepe, e tenerle difese per poterne cogliere qualche frutto da offerire a Dio; che altri si risolvino a voler mettere in lavoro tutta la vigna insieme».
Il Vida lo confortava a questo partito[94], e in effetto il Vergerio si ritirò alla patria e al vescovado suo, e cominciò un opera Adversus apostatas Germaniæ. Ma, o nel leggere i libri da confutare ne restasse egli stesso cattivato, o il suo mal contento lo portasse a una critica iraconda, fatto è che cominciò ad introdurre novità; non solo allontanare monasteri di frati da quelli di monache, ma dalle chiese tor via certe immagini, principalmente di san Cristoforo e san Giorgio, e le tavolette di grazie ricevute, negando il patrocinio speciale dei santi su certe malattie; fece condur sopra un asino colla mitera in capo tre che asserivano un'apparizione della Madonna, ed altri spedienti che seppero d'empietà. Forse il parteggiare egli per una delle fazioni che allora divideano la sua città fece maggiormente diffondere le voci sinistre sulla fede di esso: ma non v'è dubbio che tenea relazione cogli eresiarchi di Germania e con Margherita regina di Navarra, calda promulgatrice delle novità: della quale al poeta Luigi Alamanni scriveva: «Nè la signora marchesa di Pescara, nè la signoria vostra, che sapete tanto bene tutti due in vive voci, e tanto bene nei scritti vostri dir ciò che volete, nè il cardinale nostro illustre Polo, nè tutta Roma, predicandomi l'altezza e la bellezza dell'animo e dell'ingegno e il fervor dello spirito acceso in Cristo, e la carità ardente della serenissima regina di Navarra me ne avete saputo dire tanto, quanto io nel vero ho trovato jeri, che sua maestà degnò di fare che io udissi un pezzo quelle sue rare voci: il qual giorno mi ha portato una letizia inenarrabile; e senza dubbio la maggiore che io abbi avuto già molto tempo».
E altra volta: «Benedetto Dio, padre del Signor Nostro Gesù Cristo, il qual, secondo la sua misericordia grande, ha suscitato in questa nostra età piena di errori e di tenebre, quando più se ne avea bisogno, uno spirito, un lume, una verità così chiara, che possono mostrare altrui, dove tra molte spine e molti impedimenti di questo secolo sia il cammino espedito e sicuro di pervenire alla immortal beatitudine, che egli ha preparato a chi lo ama: e che dagli ultimi termini d'Italia dove mi fece nascere, mi ha fatto venir, ora che ho il giudizio manco infermo, nel centro della Francia a trovare e conoscer questo fuoco che mi disghiacci e scaldi nel suo servizio: questo lume che mi tenghi fermo sul buon sentiero: questa forza di spirito e di carità che mi tiri con l'intelletto là su alla cognizione di quella eredità e gloria incorruttibile, incontaminata, immarcessibile»[95].
Esso Alamanni aveagli portato una lettera di quella regina, della quale accusandole ricevuta, esclamava: «Quanto è vera quella dottrina, che Dio gli suoi eletti giustifichi per grazia! Della qual dottrina ancor serbo memoria, e la serberò finchè io viva, di aver udito alcuna fiata parlare vostra maestà tanto bene, quanto io abbia ancora udita alcuna altra persona di molte che in diverse provincie ne ho udite».
Eguali sentimenti manifestava in due lettere a Vittoria Colonna. «Io non ho maggior bene nè maggior consolazione che questa regina, nata con quelle sue amorevolissime parole e con que' suoi modi meravigliosi a scaldar nel servigio di Dio i più freddi cuori del mondo. A me avviene questo, che io sto otto o dieci giorni che non comparisco alla Corte, e vivo in qualche bella solitudine, attendendo a coltivar l'animo mio e spargervi dentro la parola divina; e poi vado dove è l'ardor della carità di sua maestà, e sento ch'egli scalda quel seno e lo fortifica e lo fa crescere e produrre il frutto, che è la cognizione di Dio e di quel ch'io sono, e un desiderio fervente di mettermi a servir lui solo».