Umilissimo servitor Vergerio vescovo».
Avevagli sempre affettato di appellarsi ad altri giudici: e il 15 marzo 1546 da Venezia scriveva ai legati del Concilio[112].
«Desideroso di obbedire e di poter fare la passeggiata mia, son venuto in qua dove starò aspettando le signorie vostre reverendissime che mi son patrone operino per bontà loro che mi sia mandato il breve con la commission della causa al reverendissimo Legato e patriarca o veneto o aquilejese... Raccomando il negozio, e me alla bontà e carità di quello. Frattanto che il breve venga, io mi ritirerò anche fuor di Venezia, in alcun recesso a studiar e a pregar Dio che mi abbia in protezione, e mi liberi da queste persecuzioni».
Ma quando definitivamente gli fu intimato si presentasse al patriarca di Venezia; egli invece ritirossi a Riva di Trento, donde scriveva al Madruzzo il 25 febbrajo 1547:
«Illustrissimo e reverendissimo signore,
«Voglio ben dire che io da me con le forze mie non spererei di poter aver tanta potenza di star confinato a Riva, dove cominciano a soffiare dei mali venti meridionali, ma è la bontà di Dio mio, che in questa afflizion mi sostenta, e son sicuro che non mi mancherà anche nello avvenire, e mi reggerà e difenderà. Sono già ventotto giorni che io son qua, e comincio a man giunte supplicar che me ne caviate, e mandiate dove vi piace.
«Questa è una. La seconda è questa. Signor, di grazia scrivete ancora una fiata a Roma con quella vostra santa mano, e dite una cosa tale: Il Vergerio quanto a lui andrà al giudizio di Venezia e dove vorrete, ma credetemi, signore, che la riputazione del Concilio non è che a questo tempo si faccia un tal giudizio. Lasciatelo venir a Trento, e fate a me questo piacere, che vedrete che molto meglio ne riuscirà, che mandarlo adesso a farlo giudicar in una Venezia, che è come teatro del mondo. In questa forma, monsignor reverendissimo mio di Trento, scriva al signor cardinale Farnese, e stia a vedere ciò che riuscirà. Signor, dico che già la mormorazione è grande che io non sia con gli altri, e come io sia veduto in Venezia la crescerà in infinito, e mi duole nel core di non poter essere a servir Dio a canto la signoria vostra illustrissima in Concilio. Faccia lui, che nelle sue mani mi rimetto. Ho gran desiderio di parlar con quella, e se pur si verrà che io abbia d'andare a quella Venezia, domando licenza a vostra signoria reverendissima di aver a passar per Trento. Il podestà vostro di Riva mi fa tante amorevolezze, che è una cosa infinita, mi ha fino tolto ad alloggiar seco come un fratello; ma con tutto ch'io abbi questa dolce e lieta compagnia, pur mi vorrei spedir di qua, e ne supplico la illustrissima signoria vostra o ad una via, o all'altra. E li bacio le mani raccomandandomi in sua buona grazia. Cristo con lei».
Il Vergerio tentò presentarsi al Concilio in qualità di vescovo; e dopo quanto sponemmo non farà meraviglia se ne fu respinto[113]; il che, nelle diatribe posteriori egli attribuiva all'aver i Padri temuto che egli, informatissimo come era degli affari di Roma e di Germania, non divenisse accannito oppositore. Di procedere contro la sua persona non si osò, affinchè non paresse men libero il Concilio; ed egli si ricoverò presso il suo protettore Ercole cardinale Gonzaga di Mantova. Il quale, alle istanze del Casa per consegnarglielo mai non diede ascolto; anzi, tra per convinzione, tra per paura non fesse spinto all'eccesso, tenealo raccomandato al cardinal Farnese, e al Madruzzo cardinale di Trento, affinchè gli ottenessero favorevole ascolto dal Concilio di Trento: «Altramente facendosi, io dubito di qualche inconveniente, perchè vedendosi il buon vescovo levar tutte le vie della sua giustificazione, o si precipiterà come hanno fatto degli altri nostri; o tenendosi pur in piedi, anderà qua e là stridendo come disperato; e così volendogli proibire il parlare, lo faremo furiare e con fatti e con parole».
Molti teneano la stessa opinione: il celebre vescovo Vida già avea preparato una lettera al papa per ottenergli il salvocondotto: ma altri l'oppugnarono violentemente, massime il cardinale legato Cervino, apponendogli d'aver diffuse calunnie contro Pier Luigi Farnese, dichiarate false le leggende di san Giorgio e san Cristoforo[114]; vôlti in celia i Fioretti di san Francesco e i miracoli della Vergine del Liber rosarum. Il Casa seguitava a tenerlo d'occhio, e al 12 gennajo 1549 scriveva al cardinale Farnese: