Morì in quel tempo suo fratello Giambattista vescovo di Pola, e un innominato spedì al cardinale Farnese una lettera, con postille che notiamo in corsivo a' piedi.
— Questa lettera è stata fatta per monsignor Pietro Paolo Vergerio vescovo di Capodistria, sebben pare da altri. Dalla quale si cara la dottrina ut in margine.
«Al conte Bisaro Vicentino.
«Signor conte. Se io potessi servir in altro alla vostra signoria, ella sa ben che io la servirei. Ma, non essendo io, con la grande mia impotenza, buono di altro che di scriver le nuove che occorrono tra noi, di questo la voglio servir volontieri, come ho cominciato a fare. Dopo che ella partì da me, è morto jeri di notte, e sepolto oggi in Capodistria, monsignor vescovo di Pola, fratello, come sa vostra signoria, del vescovo nostro. Il povero signor ha presa una infermità gravissima nell'aere di quella sua Pola, e si fece portar qui già da tre giorni, e si è fatto attorno di lui tutto ciò che si è mai potuto per tenerlo in questa vita qua giù, e infine è piaciuto al Signor di chiamarlo la su alla eterna. Tutta la città lo ha pianto[99]; perchè, avendo ella alcuni che sono morali e del mundo, questi, credendo che 'l vescovo di Pola fosse ancora morale e del mundo, lo amavano e lo avevano caro, come gentil signor che egli era. E avendo la città nostra alcuni che sono pii[100] e spirituali, questi anche l'amavano, perchè erano pervenuti in cognizione che sua signoria era fatta pia[101] e spirituale e intendeva benissimo la verità e l'avea con gran diligenzia nella sua diocesi insegnata[102] e fatta insegnare. E poi sua signoria ha benissimo confirmata questa opinione[103] con gran consolazione degli eletti, al tempo di questo passaggio che egli ha fatto, perchè egli è morto pien di fede viva[104] e viva speranza in solo Jesù Cristo. E voglio affermare che la più cristiana morte[105] e più senza alcuna superstizione e ipocrisia[106] non è stata fatta su questo nostro scoglio a memoria d'uomo. Così piaccia al Signor di svegliar cui dorme, e accenderli alla imitazione. Egli ha avuto sempre al letto fratelli cristiani[107] che saviamente a tempo facevano l'officio, e li ricordavano solamente quel che importava, resecando le superfluità[108], e le inezie e le empietà. E esso parecchie fiate fece confessioni bellissime: fra le altre, questa: egli, poco innanzi l'ora del morire chiamò il vescovo suo fratello e monsignor Francesco Grisoni suo genero e madonna Cecilia de' Vittori sua sorella e disse loro: «Poco tempo è che appunto tra noi, che siamo qui, conducessimo le nozze di mia figlioccia; e sia ringraziato Dio, che me ne contento assai. Ora, tra quei medesimi che siamo qui per volontà di Dio, abbiamo a concludere un par di nozze spirituali, e queste sono dell'anima mia con Cristo crocifisso, e prego quel caro sposo che se la pigli adesso, adesso». E aggiunse: «Questi saranno fatti; bisogna morir e dare quest'anima. Finora non ho fatto altro che parole per il mio signor». Così disse. Su la qual confessione, dove il Figliuol di Dio morto in croce si prende per sposo, difensor, salvator dell'anima nostra, io per me sicuramente credo che possiamo fondar la certezza della salute; e che in certe cose esterne[109] e simulate, che usano gli ipocriti, la non si possa fermare per niente. Basta. Egli era fedele e già molto infocato nell'amor di Gesù Cristo. Le sue esequie sono state tali, che hanno potuto piacere a quei che sono pii. Nelle cose indifferenti si è fatto quasi secondo usanza. Quelle altre, se in tutto non sono state lasciate, sono però state mitigate e resecate in grandissima parte. Volete altro? Chè, dove ogni piccolo cittadino suole aver nel suo funerale tutti i preti, tutte le fraterie e quasi tutte le confraternite, questo prelato e gentiluomo de' più onorati della città non ha avuto altri che solo i preti della chiesa cattedrale, dove è stato sepolto. Dirò come ho detto di sopra: Piaccia al Signor di operar col suo potente spirito onde gli altri si sveglino ad imitare»[110].
Sappiamo in fatto che Pietro Paolo cercò far credere che suo fratello fosse stato avvelenato perchè apostato, e così il fratello Aurelio[111], e d'esser insidiato egli stesso, e al Muzio scriveva: «Per grazia di Dio son de' perseguitati: non erubesco, anzi me ne glorio, non in me ma in Cristo che mi fa degno di patir per lui; questo è dono, come è dono la fede».
Il Vergerio si schermiva, senza professarsi nè disdirsi; e nell'archivio estense, erede delle carte farnesi, esistono, come le anzi dette, così altre lettere di lui, e prima questa al cardinale Farnese a Roma, da Mantova 30 agosto 1545:
«Illustrissimo e reverendissimo signor. Piacque alla bontà di vostra signoria illustrissima e reverendissima, quando la era in Mantova, di dirmi che la mi prometteva (e usò questa parola efficace) di far che il giudizio della causa mia sarebbe commesso al reverendissimo Legato di Bologna. Or, non essendosi ciò fatto ancora per le occupazion maggiori che l'hanno tenuta impedita, la supplico per la sua gran cortesia e per la intercession di reverendissimi signori cardinali Mantoa e Ferrara, che sia contenta di farlo far o a quel reverendissimo Legato di Bologna, o al reverendissimo cardinale Grimano, che, essendo patriarca di Aquileja, che è metropoli d'Istria, viene ad esser mio giudice ordinario, e ora si ha da trovar in partibus. Questo beneficio rileverò da vostra signoria reverendissima per tanto grande, quanto fu quello che mi fece nostro signore dandomi la chiesa; e essendo conservato da lei nello stato e nella dignità mia, sforzerommi alla giornata con gli studj e con le fatiche mie di mostrarmi grato servitore. Io son ben uomo di poca stima, pur supplico vostra signoria reverendissima che, tale quale io mi son, mi voglia conservar, e non lasciar distrugger da impj. Le bacio umilmente le mani, e in sua buona grazia mi raccomando». Di là recammo pure questo viglietto:
«Illustrissimo reverendissimo monsignor reverendissimo,
«Il presente lator è mio nipote, il quale io mando a Roma a posta per le cose mie, non vi potendo venir in persona, impedito da malattia e da povertà. Supplico vostra signoria illustrissima e reverendissima che lui e me abbia raccomandati, e che ci faccia dar espedizione. Così Dio a lei doni tutto ciò ch'ella desidera. Bacio la mano.
«Di Venezia alli VI di gennaro nel MDXLVII.