Difende da lui il cardinale Polo. Nega assolutamente il fatto di Pier Luigi Farnese, e cerca scusarsi dei versi. Si qui sunt paulo minus casti libelli, per jocum aliquibus in adolescentia scripti, eos tu cui tibi comodum fuerit adscribito: quæ dubia erunt in pessimam partem rapito, multa de tuo addito; quos de versiculis illis, qui de furni laudibus inscripti jam olim sunt, fecisse te video: quamquam illos, annis ab hinc quinque et viginti editos, alterius ejusdem nomine inscriptos legisse me memini, tu Jo. Casæ attribuis, quem tunc et affirmare soles ornate politique scribere et versibus posse et soluta oratione.... E del Vergerio ricorre la vita, da nemico, imputandolo di denari frodati, di delitti d'ogni sorta. Non credansi: ma neppur si credano quelli ch'egli appone a noi; si esamini; singolarmente non gli si presti fede ove dice che gli Italiani sprezzano e ingiuriano i Tedeschi, de' quali amplia le lodi; ma nega quel ch'essi dicono degli Italiani, confondendoli con coloro che van fuori a sparger errori, pregiudizj, empietà. E appunta il Vergerio, che gli Italiani aveano respinto da sè come il mare vomita un cadavere, spacciò che non poteva tollerare, egli così santo, i vizi e le scelleraggini degli Italiani, e per questo abbandonò le prospere sue fortune, e venne in Germania onde aver libertà di credenza. Il che avviene di molti Romani, che stimando sè e il proprio ingegno molto sopra del vero, lagnansi di non esser chiamati a Roma e ai sommi onori: e quando non si vedono onorati quanto vorrebbero, mettonsi a declamar contro il papa e i primati, e vengono a vantarsi in Germania dove sono sconosciuti, magnificando i comodi e gli onori che lasciarono per la religione. Ma almeno facessero qualche eccezione pei buoni, che pur si trovano in Italia.

Il Casa, vecchio e caduto dalla speranza di «mutare il cappello verde in rosso», si ritirò a Narvesa componendovi sonetti pieni di disinganno e diceva di sè: «Peccai da giovane, m'accusano da vecchio».

All'ira del Vergerio divengono sovente bersaglio i moderati, i neutrali, i tepidi, che mentre disapprovano le idolatrie papistiche, pur non osano abbracciare il vangelo; vogliono riforme, ma solo ove ad essi pare. «La Italia (diceva) è più avanti che qualcheduno non pensa. Ella ha per dentro e anche di fuori de' bravi spiriti, li quali, colla lingua e con la penna, non fanno altro che mostrar Gesù Cristo morto in croce per gli suoi eletti, e questa è la luce, la quale può meglio mostrare quali sono gli abusi e quali le superstizioni e quale la porta di uscirne fuori, che non possono quelle XII carte dove sono dipinte le querele dei Tedeschi»[120]. Pure giudicava che per l'Italia non fosse ancor venuto il momento della Riforma: dolevasi che i tanti dotti nostri non sapessero staccarsi dagli autori mondani e gentileschi, per istudiar solo lo spirito di Dio; minaccia che la collera del Signore e la disgrazia peseranno sui suoi compatrioti finchè stiano servili al papato; e crede potrebbe qui pure immegliarsi e correggersi la Chiesa qualora si cambiassero i costumi. «Non un anno passerebbe che voi, o miei compatrioti, sareste divenuti ottimi; migliorati di corpo, e di spirito; fondati nel bene, deposte le nimicizie, i rancori, le malizie, la lussuria, il giuoco, la bestemmia, l'usura e tutti i vizj. Qual è la cagione per cui l'Italia è piena di scissure, partiti, bordelli, bische, garzoni scandalosi, ladri, assassini? Perchè vi risiede la falsa religione e l'idolatria che tutti i vizj seco strascina; mentre il vero insegnamento cristiano reprime tali vizj e li svelle, o almeno gl'indebolisce e diminuisce? Non si alleghino i supplizj e le galere che l'Anticristo vi oppone, non il sovvertimento che ne verrebbe; la grazia di Dio basta a tutto. Quanti siamo cacciati di patria per la verità! ebbene, che ci manca? La Dio grazia viviamo come fossimo in patria». Linguaggio ripetuto tante volte, e fin ad oggi, malgrado la contraria esperienza.

Sopratutto egli osteggiò il Concilio di Trento. L'opuscolo Cur et quomodo christianorum concilium debeat esse liberum et de conjuratione papistarum, che credesi opera di Lutero, stampata il 1537, fu riprodotta il 1557 con prelazione del Vergerio; che confessa essere stato lui che, come legato pontifizio, avea predicato quel Concilio, e di quell'opuscolo bruciate quante copie potè, avrebbe bruciato anche l'autore se avesse potuto. Nel Concilium non modo tridentinum sed omne papisticum perpetuo fugiendum esse omnibus piis (1553) già avea raccolte tutte le ben note objezioni; nega sia libero, attesochè egli ne fu scacciato, e cacciato pure Giacomo Nachiante vescovo di Chioggia, e Girolamo Villeno domenicano, perchè aveano avversato quel passo del Decreto che dicea doversi le tradizioni accettare colla stessa venerazione come il vangelo; fa temere si manchi alla promessa franchigia, e ne coglie occasione di mostrar tutti gli abusi introdottisi nella Chiesa. E quanto spacciavasi pei trivj contro il Concilio, egli raccolse in molti opuscoli, ai quali poi attinse largamente frà Paolo Sarpi. Contro a quel sinodo ed ai papi incita l'imperatore e i principi, solleticandone le gelosie e le passioni; si erigano superiori ai pontefici; prescrivano ciò che giova a correggere i costumi e gli errori, e facciansi obbedire.

In alcuni scritti usò d'un'ironia così ben sostenuta, d'aver illuso molti. Tali sono le «Due lettere d'un cortigiano, nelle quali si dimostra che la fede e l'opinione di Roma è molto più bella e più comoda che non quella dei Luterani. — Terza lettera d'un cortigiano, il quale afferma che a suo parere la messa del papa è più bella che la comunione che si fa in alcun loco della Germania. — Quarta... nella quale gli dice che si comincia ad accorgere che la dottrina, ch'ei chiama luterana, sia la buona e la vera, e che quella del papa sia la corrotta e la falsa». Van sul tono istesso le Tre azioni del secretario pontificio, che suppone pubblicate intorno al Concilio, tutte spirito, ma senza atticismo di lingua nè di pensieri; canzonando vescovi e sinodo, e voltando in riso la paura di guerra, sia col Turco, sia co' Protestanti, quasi fossero invenzioni papistiche.

Al duca Alberto di Prussia, che lo chiamava amice singulariter dilecte, da Tubinga il 18 gennajo 1565 scrive: «Poichè il papa intimò il Concilio, i nostri principi non v'andranno, nè manderanno, ed è ben fatto. Ma io stabilii d'andarvi, e chiesi un salvocondotto. Che se lo spirito di Dio mi comandi altrimenti, e mi tolga quest'occasione di manifestar per me la gloria di Dio, stabilii darmi tutto a Cristo e alla quiete, e detto addio agli affari, prepararmi alla morte, che spero m'aprirà la vita eterna. Vostra altezza si meraviglierà udendo in quali luoghi io desideri dispormi a dar l'anima a Dio. Le chiese dei Valdesi piacciono al mio spirito; onde vi andrò, m'innesterò in quelle appresso la Posnania, o nel vostro ducato. Vedo quelle Chiese pacifiche e non sconvolte dalle dissensioni come le altre; onde ve le raccomando». Altre volte gli mandava una lettera in cui dissuadeva i Veneziani d'aderire al Concilio; lettera la migliore (dic'egli) che avesse scritta. Una più ampia del marzo seguente mettiamo in nota[121].

Eppure i nostri non aveano disperato di ricuperarlo, e il nunzio Delfino cercò indurlo a venire al Concilio, e con lui s'affiatò nel Würtenberg, ma il Vergerio proruppe in escandescenze contro il Casa e gli altri suoi persecutori. Anche al cardinal Gonzaga espresse una volta il desiderio di tornar a casa, di cooperare alla pacificazione della Chiesa, ma senza cenno di ritrattarsi: onde il cardinale nè tampoco gli rispose. Infatti egli scrive che il papa quaerit cum Germania aliquam concordiam, quam ob causam præcipue agitur ut Tridentum accedam. Sed ridicula est papæ cogitatio nam concordia in hac causa sanciri nulla potest, quod est certissimum: sed nihilominus audiendi sunt adversarii[122].

Ippolito Chizzuola di Brescia fece una Risposta alle bestemmie contenute in tre scritti di Paolo Vergerio contro l'indizione del Concilio (Venezia 1562). Costui avea predicato in senso ereticale a Venezia, onde gl'inquisitori lo obbligarono a ritrattarsi; tanto asserisce il Vergerio, che diresse «ai fratelli d'Italia» uno ripicchio fierissimo contro di esso: altri contro il Muzio giustinopolitano, suo compatrioto e condiscepolo; altri contro altri; perocchè e la sua apostasia e le polemiche gli procacciarono una folla di avversarj.

Per quanto lo vanti il suo biografo, sappiamo che, fino in quel bollore di passioni, pareva eccessivo declamatore, e di modi sconvenevoli alla sua dignità. Cercavano porgli qualche freno i suoi partigiani, ma chi bada ai consigli della moderazione nel vivo delle risse? Fiero, implacabile a chi lo toccasse; non si fa scrupolo di mentire; fomenta gl'istinti più abjetti; asserisce che il cardinale Alessandro Farnese promettea sparger tanto sangue tedesco, che il suo cavallo vi potesse andar a guazzo; che il papa avea dato commissione al Lippomani di persuadere l'imperatore a uccidere l'elettore di Sassonia e il landgravio d'Assia cadutigli prigionieri, e reca fin la lettera originale. Or viene a narrare che, una donna a Glarona avendo insudiciato di feci l'altare, i cantoni papisti muovon guerra agli Evangelici, e certamente l'Anticristo v'accorrerà colle sue armi. Tutta Germania prorompe a guerra? Sono i Papisti che la incitano; son gli Evangelici che trovansi costretti a difendersi; e il papa somiglia a quei che mettono il fuoco per saccheggiare; onde gavazzare nel lusso, suscita guerra dapertutto, evoca i Barbari a invader la Germania, e la sua satanicità chiamerà perfino i Moscoviti a depredar tutto il Settentrione e l'Inghilterra[123]. Eppure e' non vuol che si intitolino libelli infamatorj i suoi, perchè l'infamia di Roma era già nota a tutto il mondo!

Spirito strettamente pratico, e sproveduto di generalizzazione, trattava la religione come un affare giuridico, citando la Bibbia come un codice, sottilizzando senza veruna elevazione.