Si estese di fatto in Polonia l'eresia, tantochè, quando Sigismondo morì nel 1572 assaissimi vi aderivano: anche in Austria procurò diffonderla il Vergerio, e con lettere e colla presenza.

Nel 1562 volle rivedere i Grigioni, ed esortarli rinnovassero la lega con Francia, utile assai «perchè il papa, nè Cesare, nè Filippo II possano aver questo passo dell'Alpi, nè soldati.... Venendovi, corsi gran pericolo, giacchè il papa in tre luoghi mi aveva disposto agguati, di che fui avvertito dai fratelli; ma pensando non convenisse dar indietro, mi esposi al rischio, vestito da mercante, e così campai per grazia di Dio» (5 aprile 1562). Invitato a una disputa in Coira, ricusò; impetrò dal re di Boemia denaro onde erigervi uno spedale pei profughi italiani, ma non si sa che lo effettuasse: voleva piantarvi una stamperia; ma sempre era contrariato da Fabricius, che ne scrive cose da fuoco; ed era malvisto non tam propter religionem, quam propter arrogantiam fastumque ejus.

Gli appongono che cambiasse professione, stando ora coi Piccardi, ora coi Luterani, ora cogli Zuingliani; e il Da Porta lo colloca decisamente fra quelli che cambiano credenza secondo il colore del paese e di chi gli dà pane; e per difenderlo, Xist, suo biografo o panegirista, fa avvertire quanto influisca l'atmosfera in cui versa ciascuno.

Realmente non formulò verun dogma; eppure ciò saria parso conveniente alla dignità sua di vescovo, della quale valevasi tanto nello stabilire formalità. De' suoi scritti l'indole può compendiarsi con sue parole. «Per venti anni, o papato, vissi a te legatissimo e amantissimo, perchè ero cieco..... Ora tu, celeste padre, mi hai mostrato Gesù Cristo; volesti fossi tuo legato; adoprami, ti prego, comunque vorrai. Tu reggimi, e stermina le reliquie della mia carne e dell'umana prudenza.... Io, qualunque mi sia, sempiterna guerra avrò col papa.... sempre mi sforzai a tutta possa di persuadere a chi nol sapesse che il papato è mera impostura; onde bisogna che l'uomo se ne strighi, se desidera esser salvo, e raggiunger la pura e genuina dottrina che il Figliuol di Dio recò dal seno del Padre».

Ogni tratto palesa dunque rincrescimento di esser vissuto fariseo, incredulo, idolatra; chiama empietà giudaica e idolatrica la sua entrata al vescovado, e deplora i proprj peccati. Ma la taccia d'eretico, datagli da altri Protestanti, non sapeva tollerarla. «Eretico è colui che per vantaggi temporali, e massime per vanagloria e per primeggiare, inventa o segue opinioni false o nuove. Chi con cauta sollecitudine cerca la verità, pronto a correggersi qualora la trovi, non va noverato fra gli eretici».

Stese qualche libro esegetico; la parafrasi de' sette salmi penitenziali; sermoni e catechismi per Vicosoprano e la Valtellina; un Latte spirituale; tradusse varj libri di Melantone, di Flacio, e le Precedentiae del Brenzio. Olimpia Morata, lodandolo come buon traduttore, l'esortava a italianizzare il catechismo di Lutero e «Di quanto vantaggio fia ai nostri Italiani e massime alla gioventù, te ne accorgerai se svolgi quel libro»; e v'insiste, quantunque non ignori la controversia nata intorno al sacramento. Con Jacobo Andrea e Primo Truber procurò la traduzione e stampa della Bibbia in slavo e di altri libri, che a migliaja di copie si disseminarono, tra cui quello del Beneficio di Cristo; e si rallegrava che in pochi anni si fosse l'evangelo tradotto in cinque lingue; siriaca, ungherese, slava per la Carintia e la Carniola, croata e romancia. E scriveva al suo principe il 10 settembre 1562, che avendo stampate tante cose in latino, in italiano, e tradotte dal tedesco, desidera riunirle acciocchè i posteri capiscano che cos'è il papa: e gliene domanda ducento fiorini. Infatto si cominciò la raccolta, ma non comparve che il primo volume di ottocento pagine. E rarissimi or si trovano gli opuscoli suoi, perchè allora moltissimo i Cattolici adoperavano in abbruciarli[119].

Del resto il Vergerio, oltre che instancabile nella corrispondenza, fu uno di quelli che più intesero quanto male potesse farsi colle stampe creando un'opinione falsa e imponendola alle moltitudini, onde si gittò operosissimo a fare opuscoli, giacchè allora non s'erano ancora introdotte le gazzette; libretti popolari e mordaci «non cessava mai di spargere giù nell'Italia, come tarme e tinee, le quali rodano l'Anticristo» e venivano cerchi con avidità; e molte delle menzogne, accettate poi dal vulgo degli scrittori, sono dovute alla costui penna, sia che le inventasse, sia che le diffondesse. Tali la papessa Giovanna, il turpe attentato di Pier Luigi Farnese, le colpe di Paolo III, le taccie d'eresia a persone o semplicemente imprudenti o calorosamente pie; lo sprezzo di molti miracoli, le beffe contro il Concilio tridentino e i prelati ivi raccolti, e contro il clero e i riti della Chiesa, ch'egli conosceva meglio come vescovo. Bersaglia la messa «regina delle idolatrie»; denigra i pellegrinaggi, il culto della Madonna, massime lauretana; le stigmate di san Francesco, e tutta l'idolatria romana; esagera i disordini de' monasteri; e il suo biografo dice: «Più arditamente di lui solo Lutero parlò di Roma, più ironicamente nessuno». Ai papi non diede mai tregua; stampò un ordo eligendi pontificis et ratio (Tubinga 1556) per cuculiare le cerimonie della consacrazione de' vescovi, eppure vi riporta quest'orazione che in esse recitavasi: «Abbondi nel vescovo la costanza della fede, la purezza dell'affezione, la sincerità della pace; sieno, per tuo dono, splendidi i passi suoi nell'evangelizzar la pace e i tuoi beni. Dagli, o Signor, il ministerio della riconciliazione nella parola e ne' fatti; sia il parlar suo come la predica, non in parole persuasive di umana sapienza, ma in mostra dello spirito e della virtù. Dagli, o Signore, le chiavi del regno de' cieli, perchè ne usi, non perchè si glorii della potestà che gli attribuisci, per edificare non per distruggere..... Sia il servo fedele e prudente che tu, o Signore, costituisci sopra la tua famiglia affinchè la cibi a tempo opportuno; sia di zelo non pigro, sia fervente di spirito, odii la superbia, ami l'umiltà e la verità, nè mai la abbandoni per lusinghe o per timore; non ponga la luce per tenebre, e le tenebre per luce; non dica bene il male, e male il bene; tengasi debitore ai savj e agl'ignoranti».

Queste parole erano state proferite sopra di lui quando gli fu impresso un carattere, che invano cercava cancellare: quest'erano le parole applicate a quella gerarchia, per condannar la quale gli basta dire che sono papi, che chi uno ne conosce li conosce tutti; solo alquanto condiscende ad Adriano VI perchè mostrava la necessità della riforma; si diverte alle spalle di Gregorio I, della papessa Giovanna, di Benedetto XII, del quale racconta che amoreggiò una sorella del Petrarca! Più si svelenisce contro i moderni Paolo III, Giulio III, Paolo IV, assassino, inebbriato del sangue de' giusti, de' martiri di Gesù: Pio IV, il peggiore de' cardinali. «Finchè c'è papi (e spero che saran ben pochi) non è a sperar bene della Chiesa. O cielo, o terra, o inferno, che più t'indugi con questo bugiardissimo papato, per trattarlo secondo è dignità, con tutte le tue ragie e i tuoi unti? Udite cos'è il papato, udite: il papato è la congregazione e cospirazione di alcuni, sotto un capo dato dal diavolo. Non v'è dubbio che il diavolo sia stato inventore del papato».

Con eguale stregua tratta i vescovi e i cardinali, «pezzo di carne con una mitra in capo»; dove non può i fatti, calunnia le intenzioni: inveisce contro il famoso Reginaldo Polo, quasi abbia scritto soltanto per isfuggir all'accusa di luterano, o per ambizione di diventar papa, e conchiude: «Guai a te, cardinal Polo: guai a te! la pagherai». Più accannisce contro monsignor Della Casa, il quale, indarno pentendosi del turpissimo capitolo rinfacciatogli ogni tratto, diresse alla Germania dei versi per iscagionarsi. E nella Magliabecchiana (classe XXXIV de' manoscritti) troviamo autografa la risposta di monsignor Della Casa al Vergerio, forse la stessa che fu poi stampata nel 1688.

«Tu ti lamenti (dice) che a Roma si abbia dolore della parlanza e malevolenza tua. No: o non vi sei conosciuto; o sprezzato così, che nessuno ti cura». E qui gli mostra la follia delle tante accuse date a Paolo III; cose ch'egli solo dice, il qual pure non poteva saperle essendo lontano, e sospetto perchè conosciuto nemico. Invano lui negare che la vita di questo sia scritta da esso, poichè egli la propaga, la vende. E qui comincia a legger le colpe del Vergerio contro gli amici, il fratello, la moglie, la patria, la religione, la taccia di bugiardo, d'aver finto lettere e commissioni; negant tibi quicquam credi oportere a quoquam: vanitatis, levitatis, mendacii te convictum defendunt. Profer igitur eas literas: manum, signum proba». E racconta che il cardinale Tournon, passando in Francia per la Svizzera, scese una sera a un'osteria affatto ignobile, e poichè l'ostiere lacero e in canna il salutò come persona nota, gli chiese chi fosse, e seppe ch'era il Vergerio. Il cardinale prese a rimproverarlo, e il Vergerio commosso il pregò a trarlo seco in Francia, pronto a dir quel ch'egli volesse sulla religione della Germania e della Svizzera; ma il cardinale non gli credette.