Egli però, non dimenticando d'essere stato vescovo, arrogavasi una certa superiorità sui religionarj, e valevasene per metter accordo fra i dissensi che vi pullulavano, siccome altrove dovremo ampiamente divisare: e a Roberto Gualter a Zurigo, da Vicosoprano il 21 gennajo 1551 scriveva: «Ho conciliato Camillo col ministro della Chiesa di Chiavenna, e l'ho costretto accettar una confessione a mio modo. Mi è bisognato andar in Valtellina e patire molti incomodi da certi Anabattisti. Infine ne ho riconciliati alcuni, ed alcuni ho fatto partir dal paese. Un'altra grave contesa ho avuto con papisti, che ci facevano molte novità e molti insulti e anche questi ho vinto con l'ajuto del Signore». E al Bullinger l'11 ottobre 1552: «Se prontamente non accorrevasi, cadeva pericolo che la Valtellina non divenisse una tana d'uomini corrotti», cioè dissidenti.
Ma egli stesso seminava zizzania, appunto perchè, rotto il freno d'una autorità, nessuna voleasene. Mal potè dirsela con Lutero. Questi il sacerdozio considerava come una soperchieria, buona solo a far degl'istrioni, de' ciarlatani, de' preti di Satana, e voleva fossero rejetti coloro che avevano ricevuto l'Ordine della gran bestia, mentre ogni fedele è sacerdote per annunziar la parola, assolvere le colpe, amministrare i sacramenti. Per contrario il Vergerio, come vescovo, si occupava assai della sistemazione che sarebbe a dare in Italia alle comunità religiose; semplificando il culto al più possibile, conservando l'episcopato, risparmiando le spese, monasteri e canoniche convertendo in iscuole o vendendo. Aveva anche procurato di essere deputato a visitar le chiese per tutto il paese de' Grigioni, e organarle: col Mainardi e col Negri, che poi conosceremo, litigò sopra la confessione e la presenza reale; e mentre gli altri chinavansi a Zuinglio, credendo che i sacramenti, istituiti da Dio, si abbiano meramente per segni esterni, non per le cose stesse, egli compose un catechismo per la Valtellina, nel senso di Calvino.
Il Gallicio, imputato di aver accolto meno favorevolmente il Vergerio, se ne scagiona col Bullinger, esponendogli come costui sovvertisse le Chiese della Rezia e della Valtellina colle sue pretensioni e con dogmi non conformi ai sanciti; e non soffrendo la superiorità del concistoro di Coira, volesse concistori proprj pe' suoi Italiani; accusasse il terzo e il quarto or di anabattista, or di papista; cercasse i nodi nel giunco, e credesse che il cielo cadrebbe s'egli, come Atlante, nol sorreggesse colle sue spalle. Democraticamente essere costituita la Chiesa retica; sicchè non v'è bisogno di visitatore, quale il Vergerio pretendeva essere. «Se gliene avessimo data la podestà, saremmo stati uomini egregi. Noi ricevemmo sempre con onoranza il Vergerio, benchè il suo fasto non possa garbare. Di me non so come si dolga, se non d'avergli detto in faccia che altro appariva, altro era; fuori, sembrava tenace della pura dottrina di Cristo e amator della pace, ma all'esame nol si trovava tale. La frase non è cortese, ma sostengo che è vera». Qui gli racconta come il Vergerio tenesse per amico Camillo Renato anabattista, e trattasse da papista uno che predicò doversi le parole dell'istituzione divina non solo annunziare in pulpito, ma proferirsi pure alla mensa del pane e del vino. «Anch'io lo lodo, ma troppo spesso l'ho trovato uomo; e non credo ci vorrà mai bene se noi prendiamo per signor nostro».
Più risolutamente l'attaccò Celio Secondo Curione, che già gli era stato amico; e l'accusava di mascherar le sue credenze, e mostrarsi altro agli Svizzeri, altro ai Grigioni. «Quanto tu mi scrivi (diceva in lettera da Basilea 1 agosto 1550) del progresso del vangelo in Italia, non mi riesce nuovo; ma non è vero che gli opuscoli del Vergerio vi contribuiscano gran fatto. Di ben migliori ne possiede l'Italia, dai quali attinse lo spirito di salute. Que' del Vergerio non li dirò cattivi, ma leggeri; e se d'alcuni non si parlasse, si farebbe tutt'altro che danno alla cosa cristiana. Mi dici ch'egli chiese d'abitare a Losanna, se pericolasse nella Rezia. Non so che pericoli egli immagini, giacchè Agostino Mainardo, uom sapientissimo, in tutt'Italia celebrato, che nell'Italia stessa tante volte lottò predicando e disputando acerrimamente co' nemici, e spesso dal pontefice fu cerco con insidie, con arti, colla forza, già da dieci anni insegna a Chiavenna, fondò quella Chiesa, nè mai da alcuno sofferse violenze, nè ebbe male se non da falsi fratelli; dai papisti non mai. Il Vergerio non ha ancor deposta affatto la mitra, cioè adopra arti cortigianesche, e sa magnificar le cose sue.... Perchè va a zonzo? Perchè non assiste alla sua Chiesa? Preghiamo il Signore che gli dia spirito e mente di pastor evangelico».
Il qual Mainardo, al Bullinger scriveva da Chiavenna, il 3 settembre 1553: «Abbiamo inteso che il Vergerio stampa un catechismo a Zurigo, e lo dedica alla Chiesa della Valtellina, senza che i ministri di quella n'abbiano contezza. Tal catechismo ebbe dal Brenzio. Tu per le viscere di Cristo, e per quanto ami la pace delle Chiese nostre, non voler consentire che, col nome di queste, egli stampi nulla che non concordi con esse. S'egli non vuol esser dei nostri, perchè pubblica un catechismo col nome delle nostre chiese?» (Qui ne mostra alcuni errori intorno all'eucaristia), poi segue: «Ripreso da noi, perchè con quel catechismo e altri tali libri divulgati, turbasse le chiese che stanno in pace, e credono rettamente intorno alla Cena, e spargesse dottrine contrarie a quelle dei predicanti nel nostro paese, rispose esser interprete, non assertore. Gli replicammo che si faceva assertore nel catechismo, che voleva fosse ricevuto dalle Chiese.... Stampi quanto vuole, purchè non faccia menzione delle nostre Chiese, nè mostri che noi consentiamo con esso. Abbiamo i nostri catechismi conformi al vostro; non ne vogliamo d'iscritti con altro nome...».
Sia questo un altro saggio dei dissensi, a cui rompevano coloro ch'eransi staccati dalla cattolica unità. Pertanto il Mainardi esultò quando il Vergerio partì dalla Valtellina, e «Se ne vada nel nome di Dio, e non ci sia più a lungo di carico».
Il Vergerio si condusse predicatore e consigliere al principe Cristoforo di Würtenberg (1553), dal quale fu tutta la vita protetto e sostenuto. Nel 1554 lo troviamo a Strasburgo, donde si dipartì per paura della peste; sempre irrequieto, sempre credendo o vantando essere minacciato da' sicarj del papa.
In Polonia cercò promuover la Riforma, sostenuto dai Radziwil, e difondere i libri protestanti. Al re Sigismondo Augusto, che parlava perfetto l'italiano, raccontava come, stando nunzio in Germania, avesse levata al battesimo quella che allora era moglie di lui; sicchè credeasi in dovere di venirla a diriger nella fede[117].
Papa Paolo IV subito scrisse per impedirne i guasti in Polonia, e il Vergerio commentava e derideva quei brevi, augurando che il papa slanciasse anche alla Polonia sanctam et summis votis expetendam excomunicationem, affinchè fruttasse come quella contro Lutero.
Partitone alla fine del 1557, vi tornò, nè cogli scritti desistette mai dall'esortare il re alla riforma, e d'oppugnare il Lippomane e Stanislao Osio[118], vescovo, poi cardinale e caldissimo avversario dell'eresia, e ne qualifica i libri come la peggior ignoranza e cattiveria ch'abbia veduto, e ne dice tutte le sconciezze e vituperj, che per verità gli son ricambiati.