Leon X, salito papa, lo volle segretario col Bembo, acciocchè le sue lettere uscissero vergate dai più eleganti scrittori in latino e in italiano. In tal posto il Sadoleto potè viemeglio mettersi a contatto de' grand'uomini; frequentava le accademie, coltivava la poesia; e proveduto di soli trecento scudi, pur n'avanzava per comprare qualche manuscritto, qualche anticaglia: esultando allorchè il papa gli regalasse un cammeo, un bronzo, una curiosità bibliografica, ne lo ringraziava in versi. Quando dal Fredi fu disepolto il famoso gruppo del Laocoonte, il Sadoleto lo celebrò con un poema, e il Bembo gli diceva: «Cento volte lessi il vostro Laocoonte. Mago stupendo, non solo voi fate riviver l'immagine paterna, ma la statua stessa mostrate ai nostri sguardi. Non ho mestieri d'andar a Roma per vederla: l'ho sottocchio».
Papa Adriano nulla capiva di tali gusti, sicchè, allorquando vide le minute del Sadoleto disse: Sunt literæ unius poetæ. Pertanto il Sadoleto se n'andò, come tanti altri fecero allora, conducendosi a Carpentras, di cui Leon X l'avea destinato vescovo. Caricò i suoi tesori sopra un vascello, ma la peste gittatasi a bordo, tutta la ciurma morì, e il carico prezioso andò disperso; tot labores quos impenderamus, græcis præsertim codicibus conquerendis undique et colligendis, mei tanti sumptus, meæ curæ, omnes iterum jam ad nihilum reciderunt. Ben presto da Clemente VII fu richiamato a Roma nel 1524; ma vedendo mal avviarsi le cose per la costui oscillante politica, se ne partì venti giorni prima del sacco memorando.
Nel suo vescovado dimenticò il lusso di Roma; soccorreva, educava quei poveri montanari; distribuiva legna all'inverno, grano nella carestia; frenò gli Ebrei usuraj; si oppose alle prepotenze, e con ciò ottenne stima dai Francesi, ma non accettò le esibizioni di Francesco I che se lo voleva a' fianchi. L'ammiraglio di Brion e il conte di Fürstenberg, guidando i Francesi contro la casa di Savoja, rompevano addosso a Carpentras, che coll'armi respinse que' brutali. Irritati, essi cacciaronsi sopra la città per castigarla, come si dice nel linguaggio de' prepotenti; ma il Sadoleto si presenta a loro, e col suo carattere e col suo nome la salva. Intanto scriveva Dell'educazione de' figliuoli, operetta che ancora può leggersi con frutto, ma dove non possiamo non avvertire la poca parte che attribuisce alla religione positiva, egli prelato e così pio. Occupavasi anche di opere scritturali per recare ajuto alla religione dapertutto pericolante, e scriveva a Lazaro Bonamico: Ego opus habeo nunc in manibus ex eo genere quod est in sacris literis positum. Studeo enim pro mea parte ferre opem christianæ religioni, cum ea fere ubique periclitetur, quemadmodum imprimis quidem et debeo et opto.
In fatto, ricordandosi della sua condizione, il Sadoleto attendeva alle cose sacre, studiava san Paolo ed agitava le quistioni d'allora. Quando pubblicò l'interpretazione del Salmo 14, Erasmo gli scriveva d'esser incantato dalla facilità e semplicità della dizione, unita a somma pietà, e soggiungeva: «Se di tali operette ci mandi Roma, confido che molti acquisteranno migliore stima della vostra città, vedendo esservi uomini che i libri arcani non solo eloquentemente, ma anche con santità e pietà sanno trattare». E al Calvi librajo: «M'è in delizia l'opuscolo del Sadoleto; e osservando quell'aureo fiume di dicitura, comprendo quanto il mio rigagnolo sia torbido e meschino, e d'or innanzi mi sforzerò di foggiar il mio stile su questo esempio»[127].
E quando, sulla tanto discussa epistola di san Paolo ai Romani, stampò un commento a Lione nel 1535, Erasmo, lodandone l'ammirabile nitidezza della lingua e la copia ciceroniana, congiunta ad affetto da vescovo, temeva che non tutti l'approverebbero nè lo lasceriano senza appunti. Facile induzione in tempi di discordie.
Si disse non credeva il purgatorio, ma serbiam di esso una lettera al cardinale Cortese, ove dice: Opus jam elucubratum in manibus habeo, nondum expolitum sed tamen ejusmodi, ut ex eo intelligi possit quid ego habeam de Purgatorio persuasi atque certi. Quæ res omnium maxime, hoc perturbatissimo tempore, ab Ecclesiæ (ut scis) hostibus oppugnatur. In quo ego catholicæ suffragor Ecclesiæ: quod sane in omnibus meis et curis et actionibus semper est propositum[128]. Parve anche odorare di semipelagiano intorno alla Grazia, e staccarsi da sant'Agostino; onde il suo libro fu proibito, per istanza del Badia, il quale, sebben suo concittadino, non gliene scrisse tampoco, di che egli «doleasi fin a morte, e quasi non poteva alzare il viso»[129]. Ricorse alla facoltà teologica della Sorbona, e questa pure vi fece appunti e domandò spiegazioni; ma avendo interposto il cardinale Contarini e mandato apologia, la Corte di Roma approvò il suo libro, forse a patto che in nuova edizione modificasse i passi incriminati, che in fatto trovansi variati nelle posteriori[130].
Se ciò indica quanto si estendessero i sospetti, ci rivela insieme l'indole del Sadoleto, il quale fu intitolato dai Francesi il Fenelon della rinascenza. Infatti egli ebbe più volte a scagionarsi, senza però cangiarsi, del mostrare coi Protestanti un'indulgenza, tanto più virtuosa in quanto non nasceva da indifferenza, essendo anzi egli zelantissimo a difendere e diffondere la verità. Oltre le relazioni che vedemmo con Erasmo, egli si tenne in corrispondenza coi caporioni della parte avversa; al Cocleo scriveva: «Mi piace il far vostro, così dolce e moderato: non esasperiamo gli eretici». E soggiungeva: «Non so come m'abbia creato la natura, ma non posso odiare uno per la sola ragione ch'e' dissente dalla mia opinione». E parlando della sua mitezza verso lo Sturm: Decet nos istorum (hæreticorum) insolentiam non exasperare convitiis, quo in genere maxime exultant ipsi, sed mansuetudine retundere, quod proprium officium christiani hominis est. A Giorgio duca di Sassonia scriveva: Nunc tibi mitto oratiunculam quandam meam... ea continet sane modestam (mihi ut videtur) et cuilibet recte judicanti probabilem sanctæ romanæ Ecclesiæ et totius sacerdotii defensionem, adversus probrosas et pene quotidianas Lutheranorum vituperationes.... Ego irritare neminem prorsus volo, nec severe contentiones: hortator enim sum pacis et auctor. Id scribere opto, quod nec Lutherani iniquo omnino animo ferant, et Catholici accipiant æquissimo[131]. Melantone gli inviava tutte le sue pubblicazioni, ed esso diceva: «Se avessi a far solo con Melantone, domani la pace saria stabilita nella Chiesa, ma con Lutero è un altro cantare». E ad esso Melantone ebbe a scrivere una lettera sì benevola, che questi la mostrò a' suoi amici; e Lutero a lodar il Sadoleto, lodarlo gli eretici; lodarlo anche Giovanni Faber, vescovo di Vienna, il quale però soggiungeva: «Vi confesso ingenuamente che il linguaggio sì melato che voi usaste con Melantone rallegrò più d'un Luterano, non dico tutti; mentre afflisse e conturbò molti Cattolici. Voi credeste forse che la vostra lettera resterebbe secreta. V'ingannò il buon cuore; la sciorinano a tutti, l'accompagnano di commenti ingiuriosi alla vostra dignità. Vi credeste più prudente di san Paolo, che di ritorno dal terzo cielo, raccomandava a Tito d'evitare l'eretico»[132].
E il Sadoleto risponde: «Se scrissi a Melantone non fu per farmene un amico, ma perchè speravo col linguaggio affettuoso cattivarlo, e che così ci sarebbe più facile recuperare gli animi dei traviati. Sì, dimenticai la mia dignità, perchè trattavasi della gloria di Dio, della salute de' fratelli, della pace della Chiesa. Ebbi torto: peccai, come voi dite, perchè non conoscevo abbastanza l'uomo a cui scriveva; volevo colla dolcezza cristiana ricondurre all'ovile un de' fratelli smarriti. Se lodai Melantone letterato, elegante scrittore, abile professore, non volli difendere l'errore ch'e' sostiene. Perchè non potrei scrivergli? Gli Israeliti non teneano commercio co' pubblicani?»
Allorquando Calvino staccossi da Ginevra, il Sadoleto credette opportuno di scrivere ai Ginevrini, l'aprile 1539, deplorando i sovvertimenti che recato avea la Riforma nella loro città, dianzi così colta e ospitaliera; geme sui loro mali, e nella persuasione che i novatori non potran trionfare se non per mezzo della rivolta e col conquasso delle libertà civili e religiose; magnifica la grandezza dell'unità cattolica, che con un'unica croce, un unico simbolo vinse il mondo, che sempre senza interruzione insegnò le medesime verità, da san Girolamo fin a Paolo III: stupenda unità, alla quale deve rifuggire chiunque s'intitola cristiano, quand'anche i pastori non fossero sempre stati dolci e miti di cuore come Cristo; che importa se il sole è velato a intervalli, purchè rimanga sempre lo stesso? Il giorno del finale giudizio (soggiungeva), due anime compariranno davanti al giudice supremo. Una dirà: «Mio Dio, nata e cresciuta in seno alla vostra Chiesa, tenni i suoi precetti quali gli avevo ricevuti dalla vostra bocca. Venner a me novatori, colla Bibbia alla mano, cercando sommuovere il mio cuore, svilendo il papato, insultando alla madre nostra, predicando la disobbedienza e la rivolta: io stetti fermo nella fede de' miei padri, nella credenza de' nostri dottori, negli insegnamenti de' nostri pastori. Lo sfarzo d'alcuni pontefici, lo scandalo de' lor costumi, il fasto delle dignità offuscarono bensì i miei occhi, ma io gli obbedii senza giudicarli, io pover'anima, improntata in fronte col peccato. Signore, eccomi a invocare meno la vostra giustizia che la misericordia».
L'altra dirà: «Al veder i nostri preti superbi e ricchi, spesso coperti d'oro e di peccati, montai in collera: io vissuto nella meditazione della tua santa parola, rimasto indigente in una Chiesa, ove le mie fatiche e il mio sapere m'avrebber dovuto elevare alle dignità, n'ebbi dispetto, e presi la penna contro i pastori per distruggerne l'autorità: ne assalii la dottrina, intaccai la liturgia, il digiuno, le astinenze, la confessione; esaltai la fede e depressi le opere; domandai il tuo sangue, e l'offersi in olocausto pe' miei peccati».