Il giudice eterno che dirà? Se v'è una Chiesa, l'anima fedele non potè peccare, mantenendone i segni, i simboli e la parola: se anche questa Chiesa, avesse mai potuto errare, il Signore potrebbe condannare chi fallì solo per amore ed obbedienza? Ma l'anima che inorgoglisce sol nel proprio sentimento, che ha per patrono soltanto il proprio interno, qual ne sarà la sorte?
E finiva esortandoli a tornar alla verità. «Se i costumi nostri vi stomacarono, se alcuni di noi colle colpe offuscarono la fronte immacolata di questa Chiesa, voi potete odiar noi, ma non la nostra parola e la nostra fede, essendo scritto, Fate ciò ch'essi diranno».
L'orazione, tutta piena di sottili interpretazioni di san Paolo, è troppo lunga perchè divenisse popolare: e tanto meno essendo latina, e finita d'artifizi retorici e di sottigliezze scolastiche: pure va fra quanto di meglio nelle contenzioni d'allora io abbia veduto.
Non è in tempi di commozione che alle voci concilianti s'ascolti. Si pensava a fargli rispondere, ma tant'era la reputazione del Sadoleto, che niuno l'osava: onde Calvino, benchè allora espulso, offrì la sua penna, e fece una risposta famosa. In quella espone i dogmi suoi, come antichi: appartener egli alla chiesa di san Basilio, di san Crisostomo, di sant'Ambrogio, di sant'Agostino; e cerca infirmar l'autorità di «quest'uomo, fin dalla puerizia imbevuto nell'arti romane, in quella officina d'astuzie e di tranelli».
Passando incognito da Ginevra, il Sadoleto cercò dove abitasse Calvino: gli fu indicata una modesta casa e avendo battuto, il riformatore venne egli stesso ad aprirgli in abito dimesso. Conversarono lungamente, ma l'uno non potè convincer l'altro, e Calvino gli protestò che, nell'osteggiar la Chiesa di Roma, non avea preso consiglio dal sangue e dalla carne, ma dal puro desiderio di glorificar Dio e difendere la fede.
Il Sadoleto ha più d'una lettera a Federico Fregoso arcivescovo di Salerno dissuadendolo, dallo studiar troppo l'ebraico, o almeno di preferirvi il greco e il latino[133]. Le ragioni che adduce non contenterebbero certo gli ermeneutici, ma provano che vi si badava.
Di nuovo Paolo III lo chiamò a Roma nel 1536; e ornatolo della porpora, lo pose tra quelli che stesero il Consilium delectorum cardinalium[134].
Più volte dovette egli accompagnare i papi o viaggiar per affari: venerato dapertutto, e attivissimo malgrado la tenue salute. Scriveva a Carlo Gualteruzzi il 20 marzo 1544 come desiderasse ritirarsi dal vescovado, «oltre che tutti i disegni e desiderj miei son oggi più che mai fossero, allontanati dalle cure di queste cose e mareggi nostri mondani e volti allo studio e contemplazione delle cose divine, al qual esercizio spero nella benignità di Dio, ch'io potrò fare qualche miglior frutto, e per me e per altri, o a questi o altri tempi, che far qui nell'altre mie azioni non mi è stato concesso».
Finalmente morì a Roma il 18 ottobre 1547.
Altri begli ingegni ornavano allora Modena, fra' quali menzioneremo Ercole Rangone, che fu vescovo di Rovigo, poi della patria sua e cardinale (1530): Pietro Bertani, de' Predicatori, adoprato dal papa in affari scabrosissimi; fatto vescovo di Fano, poi cardinale; Antonio Fiordibello, uom di moltissime lettere, versato in ambascerie e nel Concilio, e segretario del cardinale Polo, che recitò un'orazione De auctoritate ecclesiæ davanti a Filippo e Maria regina quando la religione cattolica venne ripristinata in Inghilterra. Panfilo Sassi fu portento di memoria: e avendo un poeta da colascione recitato certi versi in lode d'un podestà, il Sassi levossi tacciandolo di plagiario, ed avergli involato versi suoi, e per pruova li recitava; onde grande stupore e mortificazione nel povero ciclico, finchè si rivelò la burla. Legato a principi e nobili, al tumulto aulico preferiva il ritiro e lo studio, talvolta lesse Dante e Petrarca commentandoli, con gran concorso di persone. Potremmo aggiungere il famoso legista Cesare Castaldo, Camillo Coccapani, Fulvio Rangone, il poeta Molza, e quel che vale per cento, lo storico Sigonio.