Fra questi era assiduo Giovanni Grillenzoni, che, scolaro devotissimo del Pomponazio, di questo raccolse le lezioni, neppur omettendo gli scherzi onde talvolta le condiva. «Io non so, se altra patria sia tanto obbligata ad alcun suo cittadino privato per esempj e per cose civili ben fatte, quanto Modena è obbligata a Giovanni Grillenzone. Erano sette fratelli, tra' quali egli non era il maggiore nè il minore; cinque avevano moglie e figliuoli, e alcuni erano reputati, ed erano di natura fieri e bizzarri, e incomportabili; e nondimeno tanta fu l'autorità sua verso i fratelli, che fece, che, dopo la morte del padre loro, che fu dell'anno di Cristo 1518, stettero tutti con la moglie e co' figliuoli in una casa, vivendo in comune con somma concordia, senza pure una parola acerba tra loro avervi, infino all'anno 1551, nel qual anno, morto lui, che era il legame che riteneva i fratelli insieme, si divisero separando ciascuno sè dagli altri. Ciascuna donna aveva la sua fante, che serviva alla camera, e eranvi le fanti, che servivano tutta la casa per far mangiare e bucato e simili cose, e ciascuna delle donne prendeva il reggimento della casa la sua settimana a vicenda, comandando alle predette fanti, e ciascuna faceva far pane e bucato la sua settimana. Mangiavano in una sala capace i sette fratelli e le cinque donne ad una tavola, e i figliuoli maggiori; ma i minori, che non erano meno di quarantacinque o di cinquanta, in quel tempo medesimo ad una tavola più bassa nel cospetto de' padri, e delle madri, e de' zii, ed erano serviti dalle sorelle più grandicelle. Mangiavano ancora alla tavola più alta con esse loro i forestieri, i quali erano assai e continui, conciosiacosachè la predetta casa fosse un pubblico comune albergo de' letterati e d'altre persone di valore, che passavano per la città di Modena, e molti s'invitavano da sè, non essendo chiamati per vedere quest'ordine e concordia, parendo loro cosa non mai più vista e miracolosa. Niuno de' predetti fratelli era ozioso e scioperato. Egli era medico, un altro era giudice, un altro speziale, un altro mercante da panni di lana, un altro avea la cura della casa, e un altro attendeva a quella della villa, e un altro era prete. E quantunque le facoltà non fossero molte, nondimeno per l'ordine e buon governo bastavano a tanta spesa».
Parlato degli studj del Grillenzone, dell'adoperarsi ch'e' fece, perchè fosse chiamato in Modena Francesco da Porto a insegnar pubblicamente lingua greca, soggiunge che, quando questi dovette trasferirsi a Ferrara, «ordinò, che in casa sua ogni giorno fossero lette a certa ora due lezioni, una latina e l'altra greca per coloro che fossero più sufficienti, e erano stati discepoli del Porto, e a chiunque vi voleva intervenire. E così furono interpretati i più difficili libri della lingua latina, e fra gli altri Plinio dal principio al fine, e i più difficili della lingua greca. Si leggeva senza pompa di parole, di prologo, nè s'interpretavano se non i passi più difficili, sopra i quali ognuno degli ascoltatori poteva dir liberamente il parer suo, e si faceva giudicio delle cose lette, e specialmente delle cose de' poeti, approvandole o riprovandole. Il qual giudicio era di gran giovamento a' giovani, de' quali alcuni sono riusciti uomini valenti. Fu egli autore che s'ordinassero certe cene a certi tempi dell'anno, nelle quali interveniva solamente un certo numero di persone, che per l'ingegno potessero ubbidire alla legge delle cene, e ciascuno della brigata faceva la sua cena, la quale, per legge ordinata e approvata da tutti, era limitata e di quantità, e di qualità di vivande e di giuochi e di simili cose. E in ciascuna cena era proposto alcuno esercizio ingegnoso, come che ciascuno dovesse comporre epigramma greco o latino, o sonetto, o madrigale sopra alcuna o alcune vivande recate in tavola, o che niuno potesse domandar da bere se non in quella lingua che il signor della cena prima domandava, nè domandare con quel modo di parlare col quale fosse stato domandato o da lui o da altri altra volta; nè gli era dato se non ne domandava; che ciascuno dovesse dire tutti i proverbj che erano intorno ad alcuno animale terrestre o acquatico o celeste, o tutti i proverbj che sono intorno ad un mese o ad alcun santo o ad una famiglia della città, o che ciascuno dovesse dire una novella della vita di Tommaso dal Forno vescovo Gerapolitano, e simili cose».
Chi così parla è Lodovico Castelvetro, bello scrittore e critico arguto, nato pure a Modena, dove aveva imparato l'ebraico da David, giudeo modenese, «filosofo e teologo da non sprezzare»: il provenzale da Giammaria Barbieri, che in Francia avea studiato i trobadori, e volea dedur l'italiano dalla costoro favella. Il Gravina attribuisce al Castelvetro il titolo di «Varrone della lingua vulgare», e per avventura egli ci ha maggior merito che non il Bembo; mostrò conoscere altri idiomi, e non la filiazione ma la fratellanza del nostro col provenzale.
Più tardi egli pubblicò la Poetica d'Aristotele, con bastante erudizione, riflessi sottili, critica assennata e franchezza di appuntare anche là dove i commentatori non sanno che applaudire; osa criticare Virgilio; imputa a Dante la pedanteria di parole scientifiche, inintelligibili al popolo; all'Ariosto i plagi e l'infedeltà storica; e osò dire che in Ispagna e in Francia v'avea poeti grandi quanto in Italia. Libertà di giudizio che scandolezzava gli umanisti.
La presenza o il ricordo di tali personaggi doveva inanimare gli studj in Modena; e non una vera accademia, ma una brigata di letterati vi si era costituita, alla quale col Castelvetro appartenevano i già detti Giovanni, Francesco e Bartolomeo Grillenzoni, don Giovanni Beretta, Nicolò Machella medico, il dottore Filippo Valentini, Camillo Molza, Gabriele Faloppio, allora empirico, dappoi famoso anatomista; Pellegrino Degli Erri, Francesco Camurana, Lodovico del Monte ed altri. Aggiungiamo Francesco da Porto, venuto povero fanciullo da Creta a studiare a Padova poi a Venezia, e rimasto in Italia ad insegnar il greco in molte città, e alla Corte della duchessa di Ferrara (1546).
Accoglievansi costoro alla spezieria de' Grillenzoni sul mercato delle ova, sotto al palazzo dell'economo ducale; e talvolta erano tanti, che il passaggio per la via ne restava impedito. Quando poi se ne levavano, mostravano andar a prendere la perdonanza alla Madonna delle Fosse fuor città, per continuar meglio a discorrere fra loro.
In que' ritrovi spiegavansi Dante, il Petrarca, i filosofi anche greci; e nella inclinazione introdottasi di raffacciare la bellezza e limpidezza classica alla barbarie scolastica, ne prendeano titolo a censurare gli scrittori ecclesiastici, e vantare le dottrine degli eretici. Da ciò passavano a divertirsi alle spalle de' predicatori avveniticci, che per verità si prestavano troppo alla celia. Nel 1532 in quel duomo frà Francesco Filauro da Castrocaro, minore osservante, pubblicò un breve di Gesù Cristo, steso secondo le formole della curia romana, intestato Jesus episcopus ecc. e datum in paradiso terrestri, creationis mundi die sexto, pontificatus nostri anno æterno, e confermato e suggellato il giorno di parasceve sul monte Calvario; nel qual breve era approvata e confermata d'autorità divina la regola dei Minori Osservanti.
Se ne rideva fuori, e talvolta fin in chiesa levavasi qualche accademico o altro galantuomo per dire, «Cessate coteste buffonerie»; oppure, «Ciò non è vero»; e li costringevano a scendere dal pergamo; e la cosa arrivò al punto, che predicatori non voleano più venire in quella città.
Naturalmente si vide in ciò un'adesione alle eresie; e nel 1536 Paolo III ingiunse al vescovo di ricercare e punir i colpevoli; nel 1539 vi mandò un inquisitore per esaminar le case monastiche, sospette d'errori[135].
Don Serafino da Ferrara agostiniano, nel 1537 predicando l'advento in quel duomo, si dolse cominciassero a spargersi le eresie luterane, e addusse in pruova un libriccino, allora allora introdotto. L'aveva egli sorpreso nella camera della signora Lucrezia Pico, vedova del conte Claudio Rangone, ed esaminatolo coll'inquisitore, avealo deferito al vicario del vescovo acciocchè indagasse chi l'avesse scritto, e chi intromesso. Il titolo del libro era: El summario de la Sancta Scriptura et l'ordinario de li Christiani, qual demonstra la vera fede Christiana, mediante la quale siamo justificati, et de la virtù del baptesmo secondo la doctrina de l'evangelio et de li apostoli, cum una informazione come tutti li stati debbono vivere secondo l'evangelio. Comprendeva trentun capitoli: in fronte l'effigie dei santi Pietro e Paolo, senza nome di stampatore o d'autore, ma pare fosse d'uno degli accademici, i quali certo ne presero la difesa[136].