Ricordai ancora con ogni reverenza per testimonio del buon animo mio nella religione, che, avanti che entrassi in conclave, e dopo che fui entrato, sempre io fui risoluto per il servizio di Dio e per l'affezione che io portava alle rare virtù di sua santità, di favorire la promozione di sua beatudine, come feci, ed è notorio. Il che non avrei fatto conoscendo il zelo di sua santità, se avessi avuto l'animo pravo nelle cose della religione. E così cominciai a dire spontaneamente alcune cose, le quali con altre ancora saranno scritte qui, come fui esortato a scrivere da quelli reverendissimi.
Delli libri Eretici.
Io son stato nuncio tre volte in Germania, mandato da papa Paolo III, ed un'altra volta ci sono andato legato, mandato da papa Giulio III: tre altre volte sono stato legato del detto papa Paolo III al concilio di Trento nel 1543, se ben mi ricordo; al governo di Bologna, e all'imperatore per trattare la pace col re de' Francesi. Ho avuto in quelle legazioni facoltà amplissime, secondo si soleva avanti che nostro signore moderno le restringesse. Stando la prima volta in Germania, perchè si trattava di fare il Concilio, misi insieme tutti i libri luterani e di altri eretici che potei avere, per farli studiare dai Cattolici, e cavar gli articoli falsi acciocchè, facendo il Concilio, si potessero più facilmente impugnare. Ed a diversi teologi detti o libri o denari per comprarli e fare gli estratti: della qual diligenza nacque che furono poi scritti molti libri contro a' Luterani, da diversi Cattolici di Germania, li quali si trovano ancora, come da Giovanni Fabro vescovo di Vienna, da Alberto Piggio, dal Cocleo, dal Casio ed altri.
Ritornando in Italia la prima volta, passando per Trento, il reverendissimo Tridentino vecchio sapendo questa mia diligenza, me ne dette degli altri, che egli aveva raccolto per il medesimo effetto, desiderando che nostro signore facesse fare la medesima fatica in Italia da qualche buoni teologi. Questi libri furono condotti a Modena, e perchè io veniva con diligenza a Roma, e non avevo comodità di farli portar meco, li feci riponere in un monastero di monache in una cassa inchiodata, perchè non andassero in mano di altri, e venuto a Roma fra le altre relazioni ch'io feci a sua santità fu dell'ordine detto di sopra, domandandole a chi voleva si dessero li libri avuti dal cardinal di Trento. La quale mi disse che li tenessi così sinchè deliberasse. E stato alcuni pochi giorni in Roma, fui licenziato per andar in Lombardia a dare ordine alle cose di casa, ma perchè quasi importunamente aveva ottenuto licenza di venire in Italia, sua santità mi comandò che, quanto più presto poteva, ritornassi, il che feci, e fui rimandato in Germania, da onde ritornai la seconda volta in Italia, chiamato da sua santità, e passando per Modena feci portar libri dal monastero nel vescovato, perchè dubitai che non fossero aperti nel monastero. E li lasciai nel vescovato e trovandosi sin allora, se ben mi ricordo, frate Reginaldi da Mantova bonissimo cattolico e dotto, gli diedi le opere del Pelicano, le quali io feci legare a Modena, con altri, acciocchè levasse fuori le eresie, nel che il buon padre si è affaticato alcuni giorni: dopo mi disse che non gli bastava l'animo di fornirlo, perchè li volumi erano grandi e pieni d'eresie. E per venire al fine dell'istoria di questi libri, essi con alcuni altri furono condotti qui in Roma, ove io ne feci legare qualch'uno e ne lessi parte, e ultimamente li mandai nella libreria apostolica per mano di messer Guglielmo protonotaro, e non so che ne sia rimasto alcuno in casa mia, benchè non ho fatto diligenza di cercarlo; se non che ho ritenute alcune bibbie ebraiche, con la traduzione dell'Amastero, avendo etiam ritenuto tutte le altre bibbie che aveva, le quali credo siano sei o sette di varie sorta, perchè, per intendere meglio la scrittura secondo la lettera, ho sempre avuto caro aver diverse traduzioni per confrontarle insieme.
Questi andamenti de' libri possono avere partorito qualche ombra presso molti, massime presso libraj e legatori ed altri che sapevano od avevano inteso che io li aveva, ma non sapevano ch'io li poteva avere, e la causa.
Ma perchè dal leggere di questi libri, avea ben conosciuto con quanta arte gli eretici porgevano il veleno nei suoi scritti, più volte feci istanze a papa Paolo III che revocasse tante licenze ch'erano uscite di tenere detti libri, e proibisse alla penitenzieria che non desse più licenze, e più volte lo ricordai al reverendissimo Santa Croce, al quale stava vicino in capella e concistoro; e sua signoria reverendissima mi diceva che la medesima opinione era delle soprastanti alla santa Inquisizione, e credo anche averne parlato più volte al reverendissimo San Jacobo.
Non resterò di dire, che essendo legato in Bologna, ebbi per spia che una suma di libri luterani di passaggio erano portati a Lucca: con gran diligenza la feci intercipere, e la mandai all'Inquisitore che si chiamava frate Leandro, col nome e cognome nella lettera che portava il mulattiere a chi andavano.
Della giustificazione.
L'ultima volta che fui mandato in Germania da papa Paolo III alla dieta di Ratisbona, nella qual venne legato il reverendissimo Contareno, designando l'imperatore di accordar insieme la provincia della quale, stando rimossa e piena di mutui sospetti, non poteva valersi nelli suoi bisogni, fu proposto un libro da sua maestà, sopra il quale da parte de' Cattolici furono designati dodici, quattro per nostra santità, quattro per l'imperatore, quattro per li principi cattolici, se la memoria non m'inganna. Li nostri furono con il reverendissimo legato, il maestro di sacro palazzo, che fu poi il cardinale Badia, Alberto Piggio ed il dottore Scotto cieco, che fu poi arcivescovo. Per l'Inquisizione furono certi Spagnuoli, tra' quali mi ricordo un dottore Ortizo e del Maluendo, e due che non mi ricordo. Per li Cattolici fu il Groppero, e monsignor Giulio Fulgo, ora vescovo nurembergense, e il dottore Ecchio, e credo il Cocleo. In questa deputazione fu trattato l'articolo della giustificazione, e fu concordato come si può vedere nel libro stampato nelli atti de' Comizj Ratisbonensi, il quale è nel mio studio.
Io sempre fui presente al trattato, come nuncio, non come teologo, e non parlava: e benchè sentissi dire dopo varj pareri di questo articolo, nondimeno, sapendo non esser alcun altro risoluto per migliore, mi tenni a quello. Fra poco tempo nacque che Luterani cominciarono a scrivere che il colloquio avea risoluto quell'articolo in favor loro, stando il senso di esso che pareva si potesse interpretare variamente, e li Cattolici scrivevano al contrario, e furono fatti diversi libri. Io, che mi ero trovato presente al trattato, e sapeva che i nostri deputati erano dotti e reputati cattolici, quando mi occorreva ragionarne difendevo questo articolo, perchè mi pareva si potesse difendere, essendovi dentro, se ben ne ricordo, che quella fede per quam justificamur, est fides viva et efficax, quæ per dilectionem operatur. Di poi nel fine del capitolo vi era che a questa si doveva aggiungere la dottrina dei sacramenti e delle buone opere, e ho sentito dire da molti dotti che stava bene, e così mi stetti sino alla conclusione fatta nel Concilio Tridentino sopra detto articolo, ed allora mi fermai nella determinazione di detto Concilio. Se ben non è stata fatta sin ora l'approvazione autentica del papa di quel Concilio, senza la qual si sa che i Concilj non sono validi. Nondimeno, come io ho detto, mi acquietai a quella, e sempre l'ho tenuto e tengo e terrò col divino ajuto, sin ch'io viva, se la Chiesa non mutasse che non credo.