Mi fu ricordato che dovessi pensare se avessi mai dato denari a persone sospette. Io risposi che, quando avea denari, ne dava volentieri qualche volta a quelli che me ne chiedevano, secondo quel detto dell'Evangelo, Omni petenti te tribue e quell'altro Estote perfecti sicut et pater vester cœlestis perfectus est, qui solem suum facit oriri super bonos et malos. E ho dato assai indifferentemente, con intenzione però di darli per amor di Dio, al quale sono cogniti coloro che hanno da riempir il cielo. E dico la verità che molte volte ho dato limosina a soldati e gentiluomini e a meretrici, ma con l'intenzione a Dio, benchè più spesso e più volentieri l'ho data a quelli che credevo fossero uomini da bene, ancorchè da questi spesse volte mi son trovato ingannato, come ho fatto da un prete Lorenzo Davitico, al quale io ho date parecchie decine di scudi. In Germania ho dato più volte denari a molti Luterani, e donai diverse cose, come qualche bicchier d'argento, anelli, collane, medaglie ed altre simil cose, per valermi ad intender i loro secreti, e per servirmene nelle occorrenze del mio offizio. Ne ho dato ancora a qualche predicatore luterano, ma con animo d'acquistarli, come mi venne fatto una volta in Spira, ove, per Dio grazia, con l'amorevolezza e con donar in un tratto 30 fiorini d'oro a un frate di sant'Agostino, sfratato e predicator luterano ed inimicissimo di questa Santa Sede, diventò cattolico, e stette con l'abito, e fu cagione che quella città non diventò in tutto luterana, stando per diventare se costui non si mutava.

Sono sforzato a questo proposito manifestar la mia presunzione, e forse parzialità, la quale parrà coperta da buon desiderio. E questa era che, essendo io stato molti anni in Germania, mi dava ad intendere che dovesse toccar a me ad esser ministro di ridurre quella provincia all'obbedienza, all'unica religione, perchè sapevo esservi amato universalmente, e che avevano buona opinione di me, e che confidavano nella conformità del sangue, dal quale essi non temevano esser ingannati: ed io conosceva assai bene i loro umori, e sapevo trattenerli. Stando questa mira non senza un poco di vanità, mi sforzavo in ogni occasion fare cosa grata universalmente a quella nazione ovunque mi trovava, e in ispecie a Bologna ove ero Legato. E benchè credeva che ve ne fossero de' scolari luterani, pure io non li cercava: e se non avessero fatte cose scandalose, non gli diceva altro; anzi gli faceva delle grazie, come di dargli licenza di portar le armi. E perchè sapeva che in Germania è gran curiosità di saper le cose d'Italia, mi sforzava ancora di non acquistar nome di persecutore dei Luterani per poter guadagnarli se a Dio fosse piaciuto. E questo medesimo aveva prima fatto in Trento quando era Legato al Concilio, ove, per speranza di farli venire, mostrava ed in pubblico alcuna volta di difendere in qualche cosa la loro parte, sapendo che in Trento v'erano molte loro spie; il che forse anco mi ha nociuto alli sospetti di qua, perchè mi pareva onesto che fosse alcuno in Italia, dal quale essi non fossero totalmente aborrenti, e non credeva mai che potesse nascere sospetti di me, avendo tanti anni faticato per servir questa Santa Sede.

Ma confesso che l'amor proprio mi faceva credere più di me che non doveva; e se avessi ben considerato l'insufficienza mia, non sarei entrato in tal presunzione, e conseguentemente non avrei fatto le cose che ho detto di sopra.

Ora al proposito avendo considerato a che persone sospette posso aver dato denari, mi pare ricordarmi ancora che qui in Roma donai una collana a un gentiluomo siciliano, don Bartolomeo Spatafora, il quale però era stato assolto per giustizia del reverendissimo Sfondrato, come esso me diceva, e pareva garbato e gentilissimo ed era povero e voleva partirsi per casa sua.

In Bologna poi, essendo legato, venne da me uno che sollecitava cause per certi gentiluomini delli Desiderj, ovvero Ghisleri salvo il vero: costui era di color bruno, e non mi sovviene il nome, e si mostrava molto mortificato, e sempre aveva Cristo in bocca, e mi diceva che quelli suoi principali erano buoni cristiani, ma che per la inimicizia e per la lite della roba erano anco imputati e travagliati per conto della religione. Oltre di costui, vennero in diverse volte molti gentiluomini, parenti ed amici di costoro, secondo l'usanza di Bologna, a raccomandarmeli. Può esser facilmente, come mi ricordò, monsignor reverendissimo Reomano, sebben io non gli ho a memoria, perchè non è manco di 10 anni da questi fatti, dicono dicessi: Se verrà da Roma ordine, io vi avviserò; per mostrarmi benigno alle raccomandazioni e dar buone parole come si suole fare; ma non lo feci nè l'avrei fatto quando l'ordine fosse venuto: anzi l'avrei fatto eseguir, come faceva sempre eseguir ogni volta che bisognava per l'officio dell'Inquisizione, come ne posson render buon testimonio li frati istessi di San Domenico di Bologna, che mai li son mancato quando m'han richiesto: e credo che l'arcivescovo di Conza se ne potrebbe raccordare, perchè era priore del monastero di Bologna. E mi ricordo aver dato ogni prova ch'io ho possuto, e credo anche denari all'Inquisizione, per fare lemosina e per ajuto dell'officio che non aveva cosa alcuna. Costui un giorno mi domandò elemosina per dar a certi poveri uomini, buoni cristiani, come esso diceva, carichi di famiglia, femmine e putti, e senza recapito, che potevano assai. Io glie la diedi per l'amor d'Iddio, ma non so chi fossero, nè io lo vidi mai, nè so se esso gliela diede o la ritenesse per sè.

Un'altra volta costui venne da me, e cominciò a volersi domesticare meco e ragionar di materia della religione. Invero ch'avea molte occupazioni per il governo, e Dio sa che a un certo modo il genio mio l'aborriva, ed anco non giudicava bene parlar di simil materie con laici: se ben mi posso ricordare, credo che in sostanza gli dicessi, se egli era buon cristiano che si doveva contentare che non gli era tolto Cristo, e che dovesse pigliar le cose in bene come si poteva, e doveva fare. Credo che questo medesimo mi portasse un libro luterano contra Judæos, il quale io tolsi, e per essere contra Judæos, de' quali ne erano assai a Bologna, e favoriti dalli Cristiani, lo diedi a vedere all'inquisitore, il quale me lo riportò, e disse che, se l'autor non fosse stato cattivo, il libro saria molto buono, acconciando qualche cosetta delli suoi andamenti soliti contro questi inimici della fede nostra, perchè usava de' buoni argomenti e autorità per convertirli. E mi lasciò il libro, e fummo in ragionamento di farlo acconciare e farlo volgare: ma perchè aveva molte occupazioni, ed esso padre non era atto a farlo ben volgare; e non era bene dar la cura ad altro, non se ne parlo più, ed il libro, come credo, fu posto tra gli altri nella libreria apostolica. Credo non ebbi tempo nemmeno mai di leggerlo, perchè al legger e scriver molto la natura e volontà mia presto si straccano. Non voglio però affermar in tutto che fosse costui proprio che mi desse il libro, perchè per esser, come ho detto, molti anni, non me ne ricordo preciso, ma non posso ricordarmi che fosse altro, ed io ebbi il libro come ho detto, e me ne rimetto alla verità; nè ancora mi ricordo dopo aver mai più veduto costui, e mi rincresce non mi ricordar il nome, ma era agente, come ho detto, delli Ghisleri o Desiderj.

Delle reliquie dei Santi.

In questo luogo, se mi fosse lecito, pregherò nostro signore volesse informarsi bene delli miei vicelegati, se io attendeva in quel governo alla verità della fede nostra e al beneficio pubblico, di che li miei ordini e gride, etiam nelle cose della religione, ne possono rendere vivo testimonio. E questo durò per 4 anni continui, nelli quali non lasciai mai officio alcuno, mentre vi stetti presente nè pubblico nè privato che facesse al buono esempio, ed a servare il popolo nella antica religione. E fra altri mi ricordo (perchè monsignor reverendissimo Alessandrino mi toccò un motto ch'io ero imputato sentir male delle reliquie de' Santi) che mai lasciai d'andar solennemente a visitar le reliquie di san Stefano, e di accompagnar la Madonna di san Luca secondo il costume della città; ed andava sempre a piedi, il che non facevano li miei antecessori; e lo faceva puramente e con divozione, e da molti ne era biasimato, quasi che avvilissi il grado di magistrato. E per continuar in questa objezione fattami delle reliquie de' Santi, dirò quanta affezione ho sempre portato e porto alli gloriosi Santi, veri amici di Dio, li quali in vita sono stati tempio di Dio e abitacolo della sua santità, e dopo la morte son fatti consortes divinæ naturæ, come dice san Pietro. E mi meraviglio assai come possa essere ch'alcuno dubiti di me in questo, essendo assai manifesto nella Scrittura che non solo la fimbria del vestimento del Salvatore nostro salvò il flusso della Emoroissa, sed umbra Petri et semicintia Pauli sanabant infirmos. E perchè sono andato pensando tra me stesso onde possa nascere questo sospetto, mi son ricordato, ma non saprei dire con chi, che qualche volta ho detto che a Roma si mostravano alcune reliquie, le quali dubitava non fosser vere, come il fieno del presepio che si mostra a Santa Maria Maggiore, e li capelli e camicia della Maddalena; e ragionando ho contato delle imposture che fanno alcuni barri nelle ville: portano fuori qualche osso d'asino o di cavallo, con dire che sono reliquie, per ricoglier denari; e questo ho biasimato, come ancora le favole che raccontano molti questuanti, li quali introducono molte superstizioni. E ho detto che se gli dovrebbe provvedere. Ma alle reliquie vere ho sempre portato gran riverenza, e l'ho mostrata in ogni luogo pubblico e privato: come etiam nunc si può vedere che qui in Castello ho la croce d'argento piena di reliquie, che almeno 12 anni fa si porta meco in ogni luogo: se forse non fossi mancato per la negligenza solita in ogni mia azione, come mancano il più degli uomini, ch'è difetto a me ordinario e comune con molti nelle buone azioni. E mi rincresce ancor aver detto questo, massime in quelli tempi che non faceva ad ædificationem; come ancora mi è rincresciuto aver parlato dopo desinar o nel desinare contro frati, cioè contro tanti Ordini, ricordandomi tra le altre, aver detto, Omnis plantatio quam non plantavit pater meus cœlestis eradicabitur; il che però non dissi per biasimar le religioni buone, le quali attendono alla perfezione; delle quali ho avuto sempre gran protezione, come essi sanno; ma contra tanta varietà, non solo di Ordini, ma delli medesimi Ordini, dispiacendomi le novità e la mala vita di molti.

Il reverendissimo Alessandrino mi raccomandò ancora che io dovessi pensare se avevo mai sentito male della intercessione dei Santi: io risposi che aveva sempre creduto che i Santi intercedessero appresso Dio per noi, e così credo perchè caritas manet, e tanto maggiore quanto per se stessi non hanno bisogno più di preghi, ma pregano per noi. È ben vero ch'alcuna volta questo punto mi aveva dato un poco di molestia, che mi pareva meglio indirizzar l'orazione, nella quale si ricerca l'ajuto de' Santi, a Dio come sono scritte nel messale e nel breviario, che indirizzarle a loro Santi come si fa nelle litanie, perchè in quella orazione si domanda l'intercessione de' Santi a Dio per dominum nostrum Jesum Christum, secondo l'ordinario della Chiesa. In questo altro mi dava molestia, che non era capace come le creature potessero udire li nostri preghi così di lontano, essendo il proprio di Dio di vedere e udire tutto, etiam corda et cogitationes hominum: ma questo mio dubbio non durò molto tempo, perchè vidi che san Leone papa voltava i preghi suoi a san Pietro, san Bernardo alla gloriosa Vergine, e sant'Agostino alla medesima, e il mio lodato Cartusiense, ch'io leggo spesso, a diversi Santi nell'orazioni sue dopo i sermoni. E mentre stetti in questo dubbio, servai però sempre la consuetudine della Chiesa, captivando l'intelletto mio, e dicendo le litanie ordinariamente la quaresima con li sette salmi, e dicendo ordinariamente l'antifona Sancti Dei omnes, intercedere dignemini pro nostra omniumque salute. È vero che domandava qualche volta di tal dubbio, poi mi risolsi in san Tommaso che li Santi intendono le cose di qua in Dio, e restai da me stesso quietissimo e senza alcuno scrupolo, come ancora restai quieto nella Salve Regina, la quale non lasciai mai dopo l'offizio, se non quando, in luogo di quella, dicevo Regina cœli lætare ecc., secondo il tempo, benchè più volte dicessi senza pensamento, quasi con ognuno con cui occorreva, ch'io avrei desiderato che quelle tre parole vita, dulcedo et spes nostra avessero detto vitæ dulcedinis et spei nostræ, congiungendosi a quelle mater misericordiæ, perchè si sariano potuti intender quegli attribuiti a Cristo, il quale propriamente è vita, dulcedo et spes nostra, secondo dicono infiniti luoghi della Scrittura, del quale Cristo ella è madre. Ma ancora in questo non pigliava scrupolo perchè sapeva che, per partecipazione, si possa dire quelle parole non solo della Madonna, la quale è madre di Dio piena di grazie, e sempre vergine gloriosissima, ma ancor degli altri Santi, come diceva il Salvator nostro di sè stesso, Ego sum lux mundi, e poi diceva agli apostoli Vos estis lux mundi, ma ad un altro modo più misterioso, e per sola partecipazione, non per proprietà nè per natura.

E però ho detto la Salve Regina come la sta, e l'ho fatta dir e cantare in tutte le mie chiese secondo il consueto, e quando mi son trovato presente sono sempre stato inginocchiato mentre si cantava: e questo l'ho fatto in Germania quando mi è occorso trovarmi presente, e la cosa sta così in fatto, sebben forse quelle mie parole possono aver messo dubbio di me nell'animo d'alcuno, come fece ancora nell'animo di don Lorenzo Davitico, al qual ragionando dissi puramente: A me piace s'abbia ricorso ai Santi, ma sento non so che maggior contento quando ricorro a Cristo, e a lui effondo il cuor mio. Esso mi respinse questo; dopo venne un giorno a chiedermi perdono inginocchiato, che non poteva dir messa se non gli perdonavo, come feci, perchè mi aveva calunniato contro la verità, stimolato dal disonore che gli era stato fatto da me e da miei ministri, che fu pei suoi mali portamenti, de' quali consta in processo. Ma perchè ho in devozione particolare la Madonna, andai una volta a Santa Maria di Loreto, e vi portai un voto d'argento, fatto per l'infermità d'un mio fratello: e dopo in verità io ho fatto voto d'andarvi molti anni fa, e anche a Santa Maria della Quercia, a celebrare in ambedue i luoghi, e non ho mai voluto far commutare il voto, perchè, piacendo a Dio, voglio adempirlo, e così la prego di cuore voglia intercedere per me appresso il Figliuol suo acciocchè sia libero presto da questo travaglio, se così è la volontà di Dio ed il bene dell'anima mia.