Di quest'ingiuria volle si facesse riparazione il suo successore, e che il senato romano, ogni 17 gennajo, assistesse alla messa cantata in Sant'Eustachio, che poi si cambiò nell'offerta d'un calice d'argento e quattro ceri a Santa Maria sopra Minerva. In questa chiesa Pio V fece trasportare il corpo d'esso papa, e porgli magnifico monumento a spese del popolo; e ogni anniversario vi si celebrasse cappella cardinalizia dalla congregazione del Santo Uffizio. La statua pure venne fatta rialzare da Clemente VIII coll'iscrizione: Paulo IV pontifici maximo scelerum vindici integerrimo, catholicœ fidei propugnatori.
Molto è difficile giudicarlo fra atti tanto difformi: e noi nel papa veneriamo la dignità divina, non ogni volontà umana, nè i fatti di esso trasformiamo in diritto. Certo egli fu zelatore grandissimo della religione: e nel conclave che seguì, Giulio Pogiano lesse la solita orazione sul papa da eleggersi, ove si congratula che le depravazioni rinfacciate cessarono, e deh! se ne sperdesse la memoria. «Lode vostra è, o cardinali, se tanto cambiamento avvenne nella città e nelle provincie; furono represse le prepotenze e le libidini, e quella smodata licenza del vivere e del parlare; ora alla messa intervengono gli uomini, si confessano, frequentano la comunione, onoransi i giorni di festa, si solennizzano gli augusti templi: e questa città gli stranieri conoscono e confessano capo del cristiano impero, ma anche maestra e guida del dover cristiano. E donde questa ripristinata giustizia se non dalla probità, dalla continenza, dall'altre virtù dell'animo e dall'ingegno che splendettero dalla somma sede?»
[DISCORSO XXIII.]
FRÀ BERNARDINO OCHINO.
Quando, molt'anni fa, io saliva la prima volta faticosamente verso la città di Siena, teatralmente assisa su que' due sproni di poggi, ricorrevo col pensiero com'ella, riconosciuta repubblica indipendente nel 1186 da Enrico VI con diritto di zecca e libera elezione de' consoli e del podestà, e giurisdizione su tutto il contado, crescesse fra le agitazioni feconde che svolgeano l'attività individuale, la fede, il senso pratico, e fin il senso estetico. Perdute quelle libertà che il secol nostro principesco vitupera o compassiona, come i vecchi disapprovano il balioso ruzzare della gioventù; ridotta a città secondaria d'una provincia secondaria, pure ad ogni passo rammemora altri tempi o gloriosi o almeno memorabili; ed essendo, per posizione, a minor contatto colla folla passeggera e colla moltitudine aspirante o proponente, serba un'impronta di vetustà, tutt'altro che disacconcia alla cortesia de' suoi abitanti, i quali, nell'indole come nella pronunzia, son mezzi fra Toscani e Romani, fra la razza gentile e la gagliarda.
Mutate le cose, vi ritornavo colla strada ferrata, e dai bastioni contemplandola, «È la città degli eretici», dicevo ad uno di que' patrioti all'antica, che non si sgomentano dell'essere beffati per municipali, dagli idolatri dell'annichilante accentramento. Ed egli rimbalzandomi quella frase, soggiungeva: «È la città dei santi. Sena vetus civitas Virginis è intitolata da quando il beato Tommaso Balzetti la fece votare a Maria, prima della battaglia dell'Arbia; e il vecchio nostro sigillo portava: Salvet Virgo Senam quam signat amœnam. E la gloria di Maria campeggia nello stupendo nostro duomo, dove mai non si finirebbe d'ammirare la vastità del piano (che pur è la sola traversa del tempio ideato), la varietà dei disegni, la finissima esecuzione[28], tanto superiori a quanto possano offrire altre arroganti capitali. Anche fuor di là, tutto è pieno di ricordi di santità. Qualunque porta per cui entriate, vi offrirà effigie di santi: sull'una la Beata Vergine incoronata, opera di Ansano di Pietro; sull'altra l'ammirato presepio del Sodoma. Ad ogni svolta incontrate dipinti i quattro antichi patroni, Ansano, Crescenzio, Vittore, Savino; aggiungete il beato Andrea Gallerani, fondatore dei frati della Misericordia; il beato Ambrogio Sansedoni, che parlava alto a Federico II; Gioachino Pelacani e Antonio Patrizj, miracoli di carità pei poveri e per Maria; il beato Antonio che riformava i Serviti; il beato Tomasuccio che istituì i Gerolomini; il beato Giovanni Colombini, narratoci in una delle più ingenue e affettuose scritture del Trecento, e che, per la pazienza della moglie e pel legendario, richiamato dalle dissipazioni, e da gonfaloniere ridottosi mendicante volontario, con Francesco Vincenti istituì il nuovo ordine de' Gesuati[29], inducendo la cugina Caterina a fondar le Gesuate là nella contrada di Valpiatta. Il beato Bernardo Tolomei, dottore in ambe le leggi e cavaliere imperiale, erasi ritirato al deserto con Ambrogio Piccolomini e con Patrizio Patrizj, fondando gli Olivetani di Santa Maria di Montoliveto, in uno sterilume che oggi ride della più lieta coltivazione, come la chiesa di squisite pitture. Stefano e Giacomo, agostiniani di Lecceto, istituiscono i canonici regolari Scopettini. Pietro Petroni, certosino, morendo mandava dire al Boccaccio riparasse agli scandali del suo scrivere. E il nostro san Bernardino? Profusosi a cura de' poveri nella peste, fu ammirato per le prediche e pe' frutti che ne raccolse in tutta Italia. Pietà quasi domestica c'invita nel quartiere dell'Oca a venerar tanti ricordi ancora palpitanti di santa Caterina, la pia figliuola del tintore Benincasa, che afflitta di dolorose infermità e di tentazioni, ristorava l'anima colle preghiere e la carità; andava assister i malati e suggerne le ulcere, colla semplicità stessa colla quale ai Fiorentini dettava la pace, in lei compromessa, o scriveva al papa che tornasse da Avignone a Roma, o a Giovanni Aukwood che frenasse le sue bande di mercenarj inglesi. Privilegiata del dono di convertir peccatori, trasse a pentimento due assassini già sul patibolo, e tutta la famiglia Tolomei, onde il papa deputò qui tre Domenicani sol per udire le confessioni di coloro ch'essa aveva convertiti. Aggiratevi per quel quartiere, e vi parrà ch'ella sia morta jeri, tanto ognun ne ragiona; ognun ne addita le orme: a lei le spose, a lei le madri dirigono voti e portano donativi. Pochi anni fa, alla granduchessa di Toscana che visitava il paese, le fanciulle offersero graziosi fiori, nell'artefare i quali son abilissime, e volendo ella ricambiarle con un ricco donativo, esse la pregarono che invece ne facesse offerta alla loro santa Caterina. Nella cappella di essa, Pio IX, il 1857, veniva in trionfo popolare, e vi riceveva al bacio del piede la conferenza di san Vincenzo di Paolo. Sono di questa città i papi Pio II, Pio III, Alessandro VII; delle vicinanze Giovanni I, Bonifacio VI, Gregorio VII, Alessandro III e moltissimi cardinali. Qui le arti belle fecero forse le prime pruove di rinnovamento con Mino da Turrita, Guido, Duccio di Boninsegna, Simon Memmi: come la poesia col Folcalchieri. Veneriamo tuttora la Madonna che portossi alla battaglia di Montaperti, ove i Fiorentini «fecero l'Arbia colorita in rosso»: e il sentimento cattolico si mantenne nella nostra pittura anche quando Roma e Firenze l'aveano sacrificato alla classica imitazione».
Questo ed altro mi dicea quel buon Senese: eppure è vero che da quella città ci vennero famosi eresiarchi, quali i Soccini ed altri, di cui ora entriamo a discorrere.
Quando, surrogato al concetto dei governi buoni quello dei governi forti, la guelfa Toscana cadeva in arbitrio de' Medici, Siena raccomandò la propria libertà al patronato di Carlo V; il quale, visitatala nel 1536, vi lasciò governatore il senese Piccolomini. Ma le irrequietudini e turbolenze, foriere della perdita d'un popolo, vi erano soffiate dai profughi fiorentini e dai Francesi, desiderosi di dar molestie al duca di Toscana, e impedirgli di sistemar il paese. Noto è che ne seguì una terribile guerra (1554) ove, indarno difesa dagli Strozzi e dai Francesi, Siena soccombette al duca e agli Spagnuoli, e perduti cinquantamila uomini, rimase in irreparabile decadenza e rovinata del commercio e dell'agricoltura.
Queste pubbliche sciagure erano state esacerbate anche dal difondersi di opinioni nuove. Fin nel 1537, facendovi il quaresimale Giovanni da Fano, famoso cappuccino, con tanto zelo e frutto, che dicevanlo non inferiore a san Bernardino, da un predicatore d'altro Ordine egli udì sentenze contrarie alle cattoliche; onde prima lo ammonì, e poichè quegli insisteva e peggiorava, lo accusò e confutò pubblicamente, sicchè quegli stimò prudenza andarsene dalla piissima città[30].
Domenico Tommasini fu un oscuro abitante della contrada dell'Oca, donde il soprannome di Ochino a suo figliuolo Bernardino. Vestitosi frate Osservante, n'uscì per mettersi a studiare medicina a Perugia, dove contrasse amicizia con Giulio De' Medici, che fu poi Clemente VII; rientrato nell'Ordine, vi ottenne dignità, e ne agognava di maggiori; e forse sperò agevolarsele mettendosi ne' Cappuccini, istituiti da soli dieci anni, e appena introdotti in Siena. Soffriva lotte colla carne: «Invano (egli confessa) io cercava mortificar il corpo con digiuni e preghiere. Alfine lessi la Scrittura, e gli occhi miei s'apersero, e Cristo mi rivelò tre grandi verità: che il Signore col morire in croce soddisfece pienamente alla giustizia del Padre, e meritò il Cielo a' suoi eletti: che i voti religiosi sono invenzione umana; che la Chiesa di Roma è abominevole agli occhi di Dio».
Ciò scrisse, e fors'anche pensò più tardi: per allora, sebbene creduto incostante di risoluzioni, acquistò tal rinomanza d'eccellente predicatore, che il Sadoleto lo agguagliava a qualunque oratore antico. Il vescovo di Fossombrone scriveva ad Annibal Caro: «Ho udito in Lucca pochi dì sono, frà Bernardino da Siena, veramente rarissimo uomo; e mi piacque tanto, che gli ho indirizzati due sonetti, de' quali ve ne mando uno». Carlo V diceva: «Predica con ispirito e devozione tale che farebbe piangere i sassi».